Benvenuti nel sito ufficiale dell'A.P.S. ArcheoTibur di Tivoli (RM).NUOVO ANNALES VOL. 2 DISPONIBILE

Culti e Dei nell'antica Tibur - La Divina Triade

A cura del dott. Stefano Del Priore.

Statua in marmo bianco greco insulare, risalente al II secolo a.C.-fine I secolo a.C. 
Ercole nel pieno della maturità, barbato e con la testa incorniciata dalla Leonté che copre 
anche le spalle e si annoda sul petto, Antiquarium del Santuario di Ercole 
Vincitore, Tivoli.

Eracle, il Figlio di Zeus e Alcmena

Tibur fu così profondamente connessa al culto di Ercole, il greco Ἡρακλῆς - Herakles, al punto tale da esservi inscindibilmente associata (Herculea Tiburis Arces, Herculi Sacra, Herculeum Tibur, herculeos colles; venerato massimamente in Tibur, ricordato nell'epigrafia come Hercules Victor, Hercules Tiburtinus Victor, Hercules Invictus, Hercules Victor Certenciinus, Hercules Domesticus e Hercules Saxanus ). Non analizzeremo la sua mitologia, oggetto di un futuro articolo, ma ci limiteremo a riportare le tracce storico-archeologiche del suo culto nella nostra città. Numerose decorazioni, quale l'Ercole Tunicato nella Mensa Ponderaria (*1) ed epigrafi, come sopra riportato, attestano lo strettissimo rapporto che vi fu tra Ercole e gli abitanti di Tibur, rendendo senz'ombra di dubbio il figlio di Zeus la divinità maggiormente onorata a livello locale: il grandioso santuario di Hercules Victor nei pressi dell'Acquoria ne è palese testimonianza. E' indubbiamente interessante analizzare il percorso di tale venerazione, di come si sia originata, la sua provenienza, le sue caratteristiche intrinseche e particolari, la predominanza dell'Ercole tiburtino su quello romano o viceversa. Ambedue le ipotesi presentano la loro validità, per cui in assenza di ulteriori prove fornite dall'archeologia risulta piuttosto ardimentoso potersi esprimere definitivamente. La figura di Ercole probabilmente penetrò nelle zone laziali attraverso le grandi vie di commercio con la Magna Grecia, con Tibur o Roma che funsero da "intermediarie" nella veicolazione di questa divinità-eroe nel territorio italico: nella versione che qui analizziamo era un Dio protettore dei commerci, della pastorizia, della transumanza che qui percorreva la sua via verso il Sannio, dagli attributi guerrieri e vittoriosi e dunque la sua venerazione sembrerebbe ricalcare alla perfezione le necessità e le attività delle antiche civiltà laziali dell'epoca. Non è semplice ipotizzare quando ciò avvenne, sicuramente molto prima dell'edificazione del Santuario tiburtino, il quale monumentalizzò un'area sacra dedicata ad Ercole già da molti secoli: forse in origine un τέμενος - Tèmenos, un bosco sacro recintato, sede di uno stanziamento temporaneo di pastori e viandanti veneranti il Dio in particolari momenti dell'anno legati all'attività pastorale e del commercio. 

Degno di nota è il passo di Virgilio nell'Eneide, dove viene descritto l'instaurazione del culto del Dio: il rituale sembrerebbe esser stato diviso in due parti, l'una svolta la mattina e l'altra la sera, forse a simboleggiare la duplice natura mortale e divina del Dio. I sacerdoti marciavano sorreggendo fiaccole e vestendo pelli ferine, colmando gli altari con piatti traboccanti di offerte; successivamente sopraggiungevano i Salii, collegio sacerdotale romano istituito per tradizione dal Re Numa Pompilio, con il capo coperto da una ghirlanda di pioppo, albero sacro ad Ercole, danzanti ed elevanti cori dinnanzi agli altari, divisi tra giovani e anziani. I Sacerdoti Salii, che in Roma curavano il culto del bellicoso Dio Marte, celebravano riti sacri in giorni stabiliti ,i cosiddetti giorni "FAUSTI" e dopo aver divinato degli auspici. Interessante quindi notare che nella descrizione virgiliana il poeta si riferì molto probabilmente alla ritualità dell'Ercole tiburtino, in quanto sembra che tale particolare attestazione dei Sacerdoti Salii, officianti il culto del figlio di Zeus, fosse tipicamente locale. Le feste sacre del Dio erano previste per le Idi di Agosto (nei giorni 12-13), e nel grande Santuario venivano inscenate le "Dodèkathlos", ossia le Dodici Fatiche che l'Eroe Solare sopportò per volere della matrigna Hera. Numerose epigrafi rinvenute testimoniano l'importante presenza del collegio dei Salii nella nostra città, collegio che sembrava accogliere esclusivamente patrizi, non di rado forestieri. Il termine più antico designante il sacerdote preposto al culto di Ercole sarebbe Cupencus, secondo Servio: il termine sarebbe comunque stato comune a tutta l'area sabina e non solo a Tivoli. Sappiamo,dalla testimonianza di Aulo Gellio, che visitò Tivoli nel 160 d.C. circa, dell'esistenza di una vasta e ben fornita biblioteca curata dai Sacerdoti Salii, di cui purtroppo si è perduta ogni traccia.

Statuetta in marmor parium, il pregiato marmo pario, priva di braccia e parte delle gambe, 
raffigurante il Semidio Ercole quale un giovane imberbe, nudo e seduto su di uno sperone roccioso adornato 
dalla Leont. L'arto destro, posto più indietro rispetto all'asse del corpo, dovette impugnare la clava puntante a 
terra, mentre ilbraccio sinistro, probabilmente proteso in avanti, sorreggeva forse una coppa colma di vino. Ai piedi 
della statua sono presenti un elmo e una corazza a corsetto simboleggianti la natura marziale e bellicosa del culto 
di Ercole nella città di Tibur, ben esplicata dal suo più famoso epiteto, ovverosia Hercules Victor. L'aspetto
 fanciullesco e giovanile, la probabile coppa di vino nella mano sinistra e la clava puntante verso il basso nella destra 
potrebbero collegarsi, tramite parallelismo iconografico, al simbolismo dell'Ercole Tunicato presente 
 nella Mensa Ponderaria di Tivoli. I secolo a.C., Antiquarium del Santuario di Ercole Vincitore.

A riguardo della fondazione del tempio, la testimonianza di Macrobio, derivata dai Memoralia di Masurio Sabino, narra la leggenda del tiburtino M. Octavius Herennius, in gioventù tibicines (suonatore di flauto) e poi ricchissimo commerciante d'olio, il quale dedicò la decima dei suoi guadagni a Ercole, appartenendo alla corporazione degli Olearii. Durante un viaggio fu vittima di un attacco pirata e, scampato al pericolo, ricevette la visita in sogno di Ercole, il quale gli rivelò che tale vittoria era dovuta alla sua divina intercessione. Herennius decise dunque di donare ingenti proventi per la fondazione di un tempio nel Foro Boario di Roma, dedicandolo a Hercules Victor o Hercules Olivarius. Hersennius fu anche autora di un testo, purtroppo andato perduto, nel quale erano minuziosamente riportati i rituali perpetrati dai Salii nell'officiazione dell'Ercole Tiburtino: la Gens degli Hersenii ben attestata, in Tibur, grazie a numerose testimonianze epigrafiche. Dal tempio romano proviene un blocco marmoreo, dalla verosimile funzione di base per la statua presente all'interno, il quale riporta l'iscrizione dedicatoria a Hercules Olivarius, oltre che il nome dell'autore del manufatto: si tratta dello scultore greco Skopas minor, vissuto nel II secolo a.C. e creatore di altre opere nel Circo Flaminio. La nascita dell'epiteto "Vittorioso" in Tibur, dunque dalla forte connotazione bellica , sembra invece da mettere in relazione ad una battaglia che i Tiburtini sostennero contro i Volsci, o gli Equi, attorno al VI/V secolo antecedente l'era cristiana e dalla quale uscirono trionfanti: dopo tale episodio, il collegio dei Salii e l'epiteto "Victor" del nume furono istituiti in Tibur. In età imperiale il culto di Ercole venne associato e quasi si fuse con quello imperiale, per cui abbiamo gli Herculanei Augustales, gli Iuvenes Antoniniani Herculanei e i Magistri Herculaneorum Augustalium.

Ricostruzione del Santuario di Ercole Vincitore per come dovette apparire in antichità – Illustrazione Ink Link su ricostruzione di C. F. Giuliani - 1970.

In conclusione, il titolo "Hercules Saxanus" è attestato in epigrafia assai raramente, una sola volta, e presente in Italia esclusivamente a Tibur e Tridentum, l'odierna Trento, dove la maggior parte delle dediche proviene invece dalla Gallia Belgica e dalla Valle del Reno presso Andernach: tutte le epigrafi ad esso riferite sono state rinvenute presso antiche cave per l'estrazione della pietra. Possibile dunque ipotizzare che tale versione dell'Ercole fosse un protettore delle cave e delle persone che vi lavoravano, quindi da relazionarsi alle pietre lavorate e non alle rocce naturali. Traslando tutto ciò nel nostro territorio, dovrebbe esser piuttosto palese l'associazione di questo Ercole con i cavatori e i commercianti di Lapis Tiburtinus, il pregiato travertino locale. Il rinvenimento di un'epigrafe dedicata a Hercules Saxanus presso l'area forense di Tibur lascia intuire che nei pressi vi sorgesse un tempio a lui consacrato.



Ara dedicata a Hercule Saxanus, l'Ercole delle rocce 
e delle pietre. Norroy-lès-Pont-aMousson, circa 70 dell'era Cristiana, 
museo di Bruxelles, Koninklijke musea voor kunst en geschiedenis.
 L'iscrizione recita:


Herculi Saxsano et

Imp(eratori) Vispasiano

Aug(usto) et Tito Imp(eratori) et

Domitiano Caesari

M(arcus) Vibius Martialis

|(centurio) lig(ionis) X Gem(inae) et commili-

tones vexilli leg(ionis) eiusd(em)

qui sunt sub cura eius

v(otum) s(olverunt) l(ibentes) m(erito)



Modellazione 3D, Santuario Ercole Vincitore Tivoli, Quarto livello o Area Sacra, tempio su altopodio, doppio ordine di portici con statue
dei Summi Viri e teatro. ArcheoTibur2019© - Christian Doddi, Tutti i Diritti Riservati. 

Modellazione 3D, Santuario Ercole Vincitore Tivoli, Quarto livello o Area Sacra, tempio su altopodio e vista frontale del teatro dal prònaos del temmpio. 
ArcheoTibur2019© - Christian Doddi, Tutti i Diritti Riservati. 

Giove, Signore del Cielo e della Folgore

Giove fu noto in Tibur con le sue forme di Iuppiter Castos, "Il Sacro", Iuppiter Dolichenus, personificazione in Giove di una divinità della folgore di origine hittita il cui culto era originario della città di Doliche in Anatolia, Iuppiter Praestes, "Il Custode", e Terrìtor, "Il Terrificante". La natura di quest'ultimi due epiteti è chiaramente di natura bellica e militare, di qui la deduzione riguardo la profonda antichità del culto a loro legato: non avrebbero avuto ragione di esistere dopo il IV secolo antecedente l'era cristiana, quando Tibur si arrese a Roma nel 338 a.C., al termine della sanguinosa Guerra della Lega Latina. D'altronde, essendo attestata l'arcaicità del culto di Ercole nel nostro territorio sarebbe stato quantomeno singolare che, al suo fianco, non si ergessero il suo divino genitore e la sua matrigna, colei la quale lo costringerà alle celeberrime Dodici Fatiche, le Dodèkathlos. Sul culto di Iuppiter Praestes non abbiamo prove di antefatti mitici, se non un epigrafe attestante che un altare suo onore gli fu dedicato da Hercules Victor, analogamente a quanto accadde in Roma con l'altare di Iuppiter Inventor. Il significato dell'epiteto "Praestes" presenta profonde somiglianze con lo "Stator"; di notevole interesse è l'altro epiteto, "Terrìtor", attestato solamente in Tibur. Il culto di Giove a Tivoli deve esser stato di grande importanza, vista la presenza di un Flamen Dialis Tiburis: l'ancestrale collegio sacerdotale dei Flamen Dialis, sottoposto a rigidissime e numerose regole con divieto assoluto d'infrangere determinate interdizioni sacrali (ben 25!), curava e officiava il culto di Giove Capitolino in Roma sin dai tempi più remoti, istituito dal Re Numa Pompilio


Tempio di Iuppiter Stator, a destra, e di Iuno Regina, a sinistra. Porticus Metelli, Roma.


Giunone, la Grande Madre Guerriera

Essendo presenti tanto Ercole quanto suo padre Giove, il culto di Giunone non avrebbe certo potuto essere assente in Tibur. Il culto di Iuno Curitis, la cui attestazione la dobbiamo a Servio

[...]Curitis, quae utitur curru et hasta[...]

traducibile con

"Curite, colei che utilizza carro e lancia",


sembra indissolubilmente legato a una divinità guerriera, dalle caratteristiche profondamente marziali. Il il termine "Curitis", derivato di "Curis", sembrerebbe di origine sabina significante "Dalla Lancia" e dunque Iuno Curitis sarebbe perciò "Giunone che Brandisce la Lancia", una divinità bellicosa posta a protezione della comunità e della città, assimilabile per certi versi all'Athena Promachos, "Colei che combatte in Prima Linea". Divinità celeste e lunare, Dea del calendario, delle donne, della vita femminile e della fecondità, Divinità del matrimonio e, in quanto Regina, Divinità poliade di alcune città del Lazio e d’Italia. Il culto di Giunone deve esser stato di considerevole mportanza nella nostra città, al pari di Aricia, Praenestes e Lanuvium, stando alla testimonianza di Ovidio nei Fasti (VI 59-62). Una preghiera a lei rivolta, trovata nei pressi di Tibur, recita:

"Iuno Curitis tuo curro clipeoque tuere meos curiae vernulas"

ossia

"Giunone Curite, proteggi i miei compagni della Curia con il tuo carro e il tuo scudo".

Carro, lancia e scudo la identificano chiaramente come una divinità guerriera, armata come i nobili eroi dell'età del Bronzo, quindi la sua istituzione deve esser avvenuta in epoche molto remote e, prevalentemente, officiato presso la classe guerriera dell'epoca, la nobiltà delle ere più ancestrali. L'origine di tale culto è piuttosto oscura e le ipotesi avanzate suggeriscono una derivazione Falisca oppure Sabina, con la seconda possibilità che si lascerebbe preferire alla prima per una serie di considerazioni tra le quali spicca, ovviamente, l'ubicazione della città di Tibur, in pieno territorio sabino. Un tempio a lei dedicato sorgeva quasi sicuramente nella città e sarebbe ipotizzabile cercarlo nei pressi dell'acropoli, uno dei primi, e di certo più importanti, primi nuclei protoabitativi della città: da escludersi l'ubicazione presso l'attuale chiesa di S. Biagio, antistante ciò che un tempo fu la "Piazza della Regina", attuale Piazza Plebiscito, toponimo che ha lasciato credere per lungo tempo che ivi sorgesse un luogo di culto dedicato alla "Regina degli Dei". La denominazione "Piazza della Regina" è probabilmente un'alterazione popolare di "Piazza delle Ruine" o "Della Ruina", creato dopo che un sisma nel 1456 distrusse gran parte delle abitazioni lì collocate: dove sorgesse l'antico tempio di Iuno Curitis è tutt'oggi un enigma irrisolto. Attestazioni epigrafiche di Iuno Curitis sono assenti, ad esclusione della sopramenzionata preghiera, mentre abbiamo una testimonianza di Iunoni Argeiae: nell'Italia centrale, "Hera Argeia", ovverossia "Hera di Argo", la città ellenica dove fu maggiormente onorata, è testimoniata solamente a Lanuvium, Fàlerii e Tibur. Se Iunoni Argeiae e Iuno Curitis presero l'una il posto dell'altra, se la prima fosse più antica della seconda o viceversa è arduo affermarlo ma, con un certo grado di sicurezza, possiamo ritenere che furono due culti ancestrali assai importanti e di comprovata antichità già al tempo della dominazione romana, essendo legati ad una divinità femminile affondante le sue origini nelle ere più antiche della storia greco-italica. A tal riguardo, degne di menzione sono le ritualità collegate alla festività degli Argei (16-17 marzo e 14 maggio), figure mitiche profondamente connesse alle memorie più arcaiche di Roma e rappresentanti i prìncipi dell'Argolide che seguirono Ercole quando questi viaggiò e sbarcò in Italia, i quali poi si stabilirono nel villaggio fondato dal Dio Saturno sul Campidoglio.

Approfondimenti

(*1) Ercole venne sedotto e imprigionato da Onfale, regina di Lidia e figlia del sacro fiume Iardano. Ella lo sedusse, gli sottrasse la Leontè, la pelle del leone nemeo, indossandola e costringendolo a tre anni di prigionia, durante quali Ercole si vestì da donna, filò la lana e le diede numerosi figli: Ati, Illo, Agelao, Lamo e Tirseno (quest'ultimo capostipite mitico dei Rasna, gli Etruschi). Un simbolismo riferibile dunque ad uno scambio di sessualità nella coppia, un eco ancestrale di un'antichissima Ierogamia (sposalizio sacro) nel quale Ercole, l'eroe-Dio, si sottometteva alla maestà della Dea Madre, di cui Onfale sarebbe un'ipostasi ovveorosia una manifestazione. Per ulteriori approfondimenti al riguardo è possibile consultare l'articolo di ArcheoTibur “La Mensa Ponderaria e l'Augusteum” al seguente link https://www.archeotibur.org/p/la-mensa-ponderaria-e-laugusteum.html

Fonti Bibliografiche

-Franco Sciarretta,, "Tivoli in età classica” e "Viaggio a Tivoli”, Tiburis Artistica Edizioni

-Cairoli Giuliani, “Forma Italiae-Tibur Pars Prima e Altera”, De Luca, 1970 e 1966;

-Masurio Sabino, “Memoralia”;

-Publio Virgilio Marone, "Eneide";

-Aulo Gellio, "Noctes Atticae";

-Servio Mario Onorato, "Commentarii";

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