Benvenuti nel sito ufficiale dell'A.P.S. ArcheoTibur di Tivoli (RM).NUOVO ANNALES VOL. 2 DISPONIBILE

Gli Esili Tiburtini - I° parte

A cura del dott. Giovanni Di Braccio.

Gli Esiliati di Tibero, F.J.Barrias olio su tela, 1850.

Studiando le fonti della letteratura romana, cioè quei testi scritti essenzialmente su pergamena tradotti e stampati nei secoli a venire su carta, opera di grandi storiografi più o meno di origine e lingua latina quali Tito Livio, P. C. Tacito, G. Svetonio, L. Cassio Dione, E. Spaziano o Greca, D. D'Alicarnasso, D. Siculo e Zosimo di Panopoli, ci siamo sempre più resi conto di quanto sia impossibile non appassionarsi ai grandi processi che si susseguirono nella Grande e Piccola Storia dell'illustrissima e antichissima Tivoli. Tali sommi e celeberrimi scrittori descrivono e menzionano, consultando testi e tradizioni orali di epoche remote, le vicende storiche, dall'origine del uomo sulla Terra alla tarda-antichità, che coinvolsero gran parte delle popolazioni europee, asiatiche e africane allora conosciute dagli “uomini d'Occidente”.

Tra questi un ruolo rilevante occupa la storia della Tibur civitas, nelle vicende dell'epoca antica. Il tema che sviscereremo a tal proposito riguarda le pene consistenti nell'allontanamento, perpetuo o temporaneo, dalla madre patria e l'esplicito o implicito rifiuto che si ha nel non farvi ritorno e cioè gli Esili, sia di tipo interno (con il reinserimento forzato nella propria Nazione di appartenenza) che esterno (l'espulsione dalla propria residenza con divieto di reingresso) di cui la città si rese protagonista dal V secolo a.C. sino al confino dorato della Regina Araba di Palmira Zenobia ad opera dell'Imperatore Aureliano, avvenuto tra il 274 e il 275 della nostra era. Le prime notizie storiche ci vengono fornite da Livio nella sua incommensurabile opera Ad Urbe Condita, capolavoro assoluto della storiografia romana, che tratta per l'appunto la Storia di Roma dalle origini al Principato Augusteo. Tito menziona la trimillenaria a proposito di un celeberrimo caso giudiziario avvenuto nel 449 a.C., o meglio nel anno 304 dalla fondazione dell'Urbe, che riguarda la vicenda dell'affascinante patrizia Verginia, figlia del celebre Tribuno della Plebe (carica che ricoprì in futuro per ben due volte) Lucio Verginio.

Va sottolineato che questa è la cosiddetta fase dei Decemviri Legibus Scribundis Consulari Imperio (collegio di 10 persone eletto per la stesura di nuove leggi che regolassero l'ordinamento romano, necessarie a causa della decennale contrapposizione tra Patrizi e Plebei, dopo l'epoca Regia) che provocò ancor di più sconquassi tra le varie classi sociali; specificatamente, nel secondo decemvirato, la situazione esplose letteralmente grazie sopratutto all'atteggiamento dissacratorio e scandaloso di Appio Claudio Crasso Inregillense Sabino. Appio, invaghito della bellissima Verginia, cercò in ogni modo lecito e illecito di corrompere la giovane, spingendosi sino a convincere Marco Claudio suo clientes (il cliente in origine era quel cittadino che, nella sua posizione svantaggiata all'interno della società, si trovava costretto a ricorrere alla protezione di un "patronus" o di una intera "gens" in cambio di vari favori) prima a tentare un rapimento presso il Foro andato a mal partito per poi sostenere una causa in tribunale affermando che la figlia del Tribuno fosse in realtà una sua schiava, approfittando dell'assenza del padre impegnato con l'esercito presso il Monte Algido strenuamente difeso dal popolo dagli Equi.

In un primo tempo nel Foro Appio stabilì che la giovane dovesse seguire M. Claudio nella schiavitù ma temendo poi la reazione della folla in subbuglio per l'ingiusta decisione, e l'intervento del promesso sposo Icilio nonché dello zio Publio Numitorio (arrivato anch'esso al tribunus plebis nel 448 a.C.), permise alla ragazza di tornare a casa aggiornando l'udienza al giorno successivo, quando avrebbe emesso la sentenza definitiva. Al processo partecipò anche il padre della fanciulla (inutilmente ostacolato dagli uomini fedeli ai decemviri) con un arringa difensiva a favore della figlia seppur interrotto ad Appio, che incurante confermò la sentenza facendo scatenare una reazione di forza del pater Vergini e della folla bramosa di giustizia. Con uno stratagemma Lucio Verginio riusci ad incontrarsi con la sua femminile prole appartandosi nel tempio di Venere Cloacina, protettrice della Cloaca Maxima, (sacello nel Foro Romano posto ad ovest della Basilica Emilia) dove la sacrificò alla Dea, in sprezzo della sentenza profondamente ingiusta perpetuata da Appio. Dopo siffatti eventi si scatenò una sommossa popolare arrivando all'abolizione del Collegio dei “10 Tiranni” con condanne a morte ed esili forzati.

Questo fatto, truce, si collega a filo diretto con Tibur poiché Marco Claudio fu esiliato nella trimillenaria, essendo stato graziato nel processo da Verginio. Cosi descrive l'accaduto Tito Livio: “Et M. Claudius adsertor Verginiae, dia dicta damnatus, 'ipso remitente Verginio ultimam poenam dimissus Tibur exalatum abiit”, di cui segue la traduzione :

“E anche colui che aveva affermato di essere padrone di Virginia, Marco Claudio, fu citato in giudizio subendo il processo. Fu proprio Verginio a fargli grazia della pena capitale ed egli, una volta rilasciato, se ne andò in esilio a Tivoli”. 


A tutt'oggi non abbiamo notizie certe né fonti letterarie, epigrafiche o architettoniche, sul luogo preposto al summenzionato esilio; nel novero delle ipotesi si può pensare ad una Domus Publica arcaica sorvegliata da militari notte e giorno, almeno nella fase Republicana, per poi variare nella fase imperiale, come dimostrerebbe il caso della Regina Palmirea

La Storia di Verginia, Botticelli, 1498, olio su tela, Accademia di Carrara Bergamo.

La morte di Verginia, Romanino, 1531/32, Castello del Buonconsiglio.

Nel 201 a.C. il confino tiburtino sale di nuovo alle cronache storiche per aver ospitato forzatamente Syphax, altrimenti conosciuto come Siface, Rex del Regno nord-africano di Numidia (comprendente un territorio vasto che odiernamente va dalla Tunisia al Marocco), dell'antico e valoroso popolo dei Messalii. Il Sovrano, viste le mirabolanti vittorie degli Scipioni in Hispania, decise in un primo momento di diventare un fedele alleato di Roma spezzando la collaudata alleanza storica con Cartagine. Fu solo nel 206 che agli occhi di Siface Roma stava diventando troppo minacciosamente vicina e iniziò a guardare sempre più con favore ad un ritorno dell'alleanza con la Metropoli Punica, Cartagine: sposò Sofonisba, figlia del Generale cartaginese Asdrubale Giasone, ed entrò in conflitto con il Principe Massinissa suo parente che aveva chiesto all'Urbe di far guerra a Siface stesso promettendo totale alleanza. Nel 203 presso i “Campi Magni”, tra le odierne Tunisia e Algeria, le forze riunite di Siface e punici furono pesantemente sconfitte grazie all'intervento delle truppe romane guidate da Gaio Lelio e Massinissa futuro Re dei Messali. Siface fu portato a Roma in catene per celebrare il Trionfo in Pompa Magna di Scipione l'Africano, avvenuto nell'anno 201 avanti la nostra era, contro il terribile Annibale e tutta la coalizione punica. Dopo un breve Esilio ad Alba Fucens, il numida fu trasferito a Tibur dove si estinse non molto tempo dopo. Anche qui non sapiamo minimamente in quale zona tiburtina fu alloggiato il Sovrano con la sua famiglia e la corte personale poiché anche le fonti tacciono o comunque non si preoccupano affatto di descrivere e indicare il luogo del suddetto alloggio, che ipotizziamo fosse molto sfarzoso e degno di un Re senza Corona né Regno.

Siface riceve Scipione l'Africano, A. Allori, metà XVI secolo, Vaticano Sala di Leone X.

Un altro momento storico, riferito per l'appunto agli esili tiburtini, è rappresentato dall'ennesimo caso giudiziario avvenuto nella Caput Mundi presso il Consolato di Publio Licinio Crasso (da non confondersi con il suo più illustre parente morto a Carre nel 53 a.C. ) e Gaio Cassio Longino nell'anno 171 antecedente l'era cristiana: in quell'anno fu data udienza in Senato ad alcuni Legati della Spagna Citeriore e Ulteriore. Essi presentarono delle lamentele per l'avidità, l'arroganza e gli atteggiamenti infamanti dei magistrati romani in Hispania scongiurando di non essere depredati dei loro beni, essendo essi stessi dei fedelissimi alleati e tributari. Il Senato affidò al pretore Lucio Canuleio il compito di nominare una giuria che si occupasse di codesti casi: i legati della Provincia Citerior portarono dinnanzi alla giuria Publio Furio Filo mentre quelli dell'Ulterior portarono Marco Matieno, pretore provinciale a partire dal 173 a.C. Entrambi furono accusati di gravissimi crimini: rinviate le sedute, concessero un maggior supplemento di indagini preliminari. Tuttavia, quando si dovette trattare nuovamente la causa, i responsabili di tali fatti si sottrassero al giudizio, affermando di aver cambiato terra, città e aver scelto l'esilio volontariamente. Furio se ne andò a Praeneste, mentre Marco Matieno risiedette in Tibur.

Fonti bibliografiche:

G. De Sanctis, Storia dei Romani, II, Torino 1907, p. 45 .

E. Pais, Storia di Roma, 3ª ed., III, Roma 1927, pp. 51 e 212 .

T. Livio, Ad Urbe Condita, III, 58, XXX, 45, XLIII, 2 .

Polibio, Storie, III libro.
Plutarco, Vite Parallele, Scipione l'Africano.

Cornelio Nepote, De viris illustribus, Scipione l'Africano.

L.A. Giunti Fiorenti, Le Deche di Tito Livio Padovano delle Historie Romane, p.348, Venezia 1547.


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