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Vènulo - Araldo tiburtino

A cura del dott. Giovanni Di Braccio.

Questa è la Mitica storia di un eccellente oratore, dotato di favella affabulatrice e celebre messaggero presso leggendari eroi Achei dell'epos omerico, nonché nobile, illustre e valente cavaliere che provò coraggiosamente a tener testa ai terribili Lucumoni Tirreni (*1).

A. Mantegna, Mercurio e Pegaso, 1497, Parigi.

Il personaggio in questione fu Vènulo, nome che presenta assonanze linguistiche del tipo etrusco-latino, celebre membro della Legione tiburtina durante le guerre tra i Rutulii-Ausoni e l'alleanza Greco-Troiana, capeggiata dal semi-dio Enea figlio della Dea Venere, la greca Aphrodite, e del nobile miso-troiano Anchise. Nell'Eneide virgiliana, il massimo capolavoro letterario di Publio Virgilio Marone, lo vediamo comparire per la prima volata come araldo nell'ambito della chiamata alle armi del giovane e possente Turno, Re dei Rutulii, semidio antagonista dell'Anchiseide (*2), figlio di Dauno e della Ninfa Venilia. In quest'ambito il prode Turnus, dalla reggia a Laurentum del leggendario Re Latino, prole del Dio Fauno, chiamò in massa alla guerra tutti gli Ausoni, i Rutulii di cui era Rex, i Volsci, popolo italico di lingua osco-umbra stanziato tra le valli appenniniche e zone costiere del Lazio Meridionale, capeggiati da Vòluso e dall'Amazzone Camilla e i grandi capi Etruschi confinanti quali  Messàpo, definito l'aspro, Ufènte e Mezènzio, quest'ultimo ricordato come empio, Tarconte, oltre che una serie di avventurieri e capi villaggi come il nostro Tiburno o Tiburto, affiancato da i suoi oriundi fratelli gemelli Cora e Catillo (*3).

Per l'appunto, durante l'assemblea di Laurentum vengono scelti vari ambasciatori tra cui spicca Vènulo (non si tramandano i nomi degli altri), colui il quale avrebbe dovuto convincere il  Tidide Diomede profugo Re di Argo, che nel suo lungo peregrinare fondò la città di Api, a riprendere lo scontro armato contro  l'acerrimo nemico dai tempi della guerra di Troia. Tra le intenzioni della coalizione ausonica vi era anche quella di spingere il prode Diomede a spezzare la coalizione greca-arcade, capeggiata da Evandro figlio di Hermes e della Ninfa Carmenta. re del Colle Palatino e fondatore di  Pallantio o Pallanteo: il nome alla città fu dato in onore di suo figlio, morto coraggiosamente al fianco dei Troiani nella battaglia finale con i Rutulii. Il racconto narra l'impresa di codesti ambasciatori che, dopo lunghi giorni di viaggi, pericoli e disavventure, ritornarono scortati nella Reggia del figlio di Fauno con la risposta dell'Onieido (Onieo padre di Anchise originario della città greca di Calidone) divino.

Essi, di fronte al Re, risultarono essere molto  rammaricati, preludio al mancato accordo, nonostante le solenni preghiere e giuramenti alle divinità protettrici della comunità latina; a niente valsero doni aurei  tali da far vacillare qualsiasi sovrano. Latino comandò agli ambasciatori di illustrare cosa aveva dunque risposto, letteralmente, Diomede alla sua richiesta di aiuto e alleanza. Vènulo, obbedendo al re, espose i fatti dinnanzi alla platea ansiosa:

O cittadini vedemmo Diomede nel borgo greco di  Argyrippa.
Superato ogni ostacolo, al termine del viaggio gli stringemmo la mano, quella mano sotto la quale cadde il Regno di Ilio (Troia).
Giunto vincitore (Diomede) fondò nella terra iapigia del Gargano  Argyrippa, da lui cosi chiamata dal nome proprio della patria Argo.
Come siamo introdotti al suo cospetto, ci è dato il permesso di parlare, gli offriamo i doni (in oro e bronzo) gli diciamo i nostri nomi, la patria, il nemico a cui si fa guerra (gli esuli troiani capeggiati da Enea) e il motivo per cui siamo venuti ad Arpi.
Lui ci ascolta e con voce pacata ci risponde.

Dopo una breve pausa, il tiburtino parla ricordando le parole del Tidide, colui che al solo grido di guerra faceva scappare i troiani impauriti:

Statua c.d. Diomede copia romana.

O gente prospera o regni saturni, antichi Ausoni che cosa vi turba, voi cosi quieti spingendovi a guerra tanto pericolosa?

Tutti noi che facemmo guerra nel campo di Troia, tralasciando i mali sofferti lottando sotto le grandi mura e quegli eroi che il Simoènta (fiume nella Troade) sommerge, pagammo affanni ed ogni pena per il gesto sacrilego, raminghi per tutto il Mondo (una lunga traversata che dalla Rocca di Pergamo lo porterà fino in Apulia) un pugno di sbandati da muovere a pietà persino a Priamo.

La Dea Atena presso il promontorio Cafarèo (Eubea) scatenò la tempesta che disperse la nostra flotta.
Dopo la Guerra (i Re Greci, Agamennone, Menelao, Ulisse, Aiace etc.) fummo gettati su spiagge diverse.
A me gli Dei non proibirono di rivedere (ritornato ad Argo) la mia cara consorte (Egialea, colei che orchestrò un tranello, sventato miracolosamente, per uccidere Diomede ) .
Ed oggi ho ancora terribili visioni: i miei compagni che mutati in albatri da Aphrodite (per via delle blasfemie di cui si macchiò uno loro durante il viaggio di ritorno) volarono in cielo ed ora vanno errando lungo i fiumi.
Questo dovevo attendermi il giorno in cui, folle assalii con la mia spada gli esseri divini (scesi in campo a difesa di Enea) ferendo Aphrodite ad una mano (l'episodio è ricordato da Omero nell'Iliade, in cui afferma che l’eroe con la spada inseguiva Aphrodite, sapendo che non era una Dea guerriera. Con il carro rubato ad Enea raggiunse la dea scagliando la lancia bronzea che la ferì sul polso; l’asta penetrò nella pelle attraverso al peplo divino, il sangue immortale della dea sgorgò) .
No, non costringetemi a simili battaglie: dopo il crollo della rocca dei Priamidi per me non c'è più guerra con i Troiani: non provo alcuna gioia nel ricordare i loro antichi mali.
I doni che portate dalle vostre spiagge offriteli ad Enea.
Ci trovammo difronte (a Troia) e combattemmo lealmente.
Credete a me che ho già sperimentato come s'erge al di sopra dello scudo, con quale foga scaglia i giavellotti.
Se ci fossero stati altri due prodi simili a Enea, i Dardani sarebbero venuti in armi contro la Grecia e molti greci ora piangerebbero.
Nella lotta sotto le mura di Troia la vittoria dei Greci ritardò a causa soprattutto di Ettore ed Enea, per dieci lunghi anni, essi furono guerrieri meravigliosi, ma Enea è primo per pietà.
Dopo di ciò ci chiese di stipulare un accordo di pace con i troiani dicendo: Se potete, unite le vostre destre in un patto concorde, evitando di battervi fra voi in armi.
Questa è la risposta di quel sovrano, ottimo fra tutti i re, e la sua opinione su questa grande guerra che si va scatenando.
Appena Vènulo ebbe finito di parlare, tutti gli Ausoni furono sconcertati, rumoreggiando contrariati, facendo impallidire persino il grande Re Latino, provocandogli un grande dolore, che pur tuttavia non si scoraggiò d'animo riprendendo le velleità contro il figlio di Venere. Nel corso del racconto del Sommo Maestro dantesco, troviamo Vènulo impiegato in prima fila nella guerra contro i troiani all'interno del battaglione latino e la falange di Tiburno coordinato e capeggiato da Camilla, per volontà diretta di Turno, con il compito di arrecare offesa ai Tusci alleati degli invasori asiatici, in collaborazione con Messàpo capo della cavalleria. Tuttavia, Vènulo apparteneva alla classe nobiliare, posta ai vertici della società tiburtina e di rimando a quella latina: ciò si può affermare poiché egli, durante lo svolgimento del ultima battaglia campale, venne descritto come un cavaliere che lottava al fianco di Cora e Catillo, valenti cavallerizzi e lanciatori di giavellotti che, procedendo coraggiosamente in prima fila, guerreggiavano sprezzanti del pericolo.

P. Uccello, “Battaglia di San Romano”. 1535.


Nella confusione e nel marasma dello scontro terribile tra le varie fazioni in lotta, viene descritta anche una scena epica, riferita alla morte coraggiosa di Vènulo.
Il Re di Tarquinia, l'illustre Tarconte(*5) alleato di Turno, dopo aver imprecato contro i Tuscii (cosi venivano definiti gli Etruschi dalla tarda antichità sino al Medioevo) alleati di Enea sprona il suo focoso cavallo nella mischia pronto a sacrificarsi, scagliandosi sinistramente contro Vènulo, disarcionandolo con una mossa repentina e in contemporanea abbracciandolo fortemente con il suo possente braccio destro, trascinandolo via con sé al galoppo sfrenato. Tra lo stupore e la paura, i Latini urlano di rabbia correndo tutti contro Tarconte: egli vola fulmineo lungo la pianura con Vènulo e le sue armi spezzando la lancia dalla punta di ferro, cercando così di penetrare mortalmente nelle parti scoperte dell'armatura  di quest'ultimo e ponendo fine alla vita coraggiosa dell'araldo tiburtino. Tuttavia l'ultimo disperato gesto di Vènulo fu quello di afferrare la mano dell'etrusco, cercando di allontanarla dalla sua gola e resistendo con tutta la forza di cui era capace, pur non riuscendoci, finendo per lasciarsi sopraffare dalla potenza bruta dal tirreno. Virgilio narra questo gesto creando una similitudine di immagini, per far comprendere a pieno la scena e darle maggior pathos, come soleva fare il Divino Omero nell'Iliade e Odissea.

Questa è la sua descrizione: “Come un aquila fulva nel suo volo, afferrato un serpente se lo porta in alto, avvinto nei suoi piedi e stretto nei forti artigli e lui, benché ferito, vola e rivola le insidiose spire e sibilando con la bocca drizza irto le squame, sollevando in alto il suo collo, ma l'aquila con il becco adunco, incalza il ribelle sferzando l'aria con le sue ali, come Tarconte  porta via tutto trionfante dalle file tiburtine la sua preda Vènulo.”



B.Pinelli, scontro tra Vènulo e Tarconte, incisione, 1811.

Approfondimenti

(*1) I Luxumni, sovrani delle città Stato etrusche, corrispondenti ai Rex romani.

(*2) Così si indicava Enea nell'Iliade di Omero.

(*3) Da identificare in linea teorica con il Minor, ricordato dalle fonti come figlio di Catillo Major.

(*4) Argyrippa o Argos Hippium in Apulia, attuale provincia di Foggia.

(*5) Figlio di Telefo e fratello di Tirreno con cui partecipò all'emigrazione del popolo dei Tyrsenoi,  quest'ultimo figlio di Heracle e Onfale, fodatore della dodecapoli etrusca in territorio italico.

  
Fonti Bibliografiche:

 -P. Virgilio Marone, Eneide, Libro VIII, par. 9, Libro XI, par. 465, 507–520, 230– 295, 730-755.

-P. Ovidio Nasone, Metamorfosi.

-G.Cascioli 1927, Gli uomini illustri o degni di memoria della città di Tivoli dalla sua origine ai giorni nostri, Tomo I. Dalla preistoria al secolo XIII, Tivoli 1927, pag. 1,2.



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