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Ostilità Tiburtine

A cura del dott. Giovanni Di Braccio.


 

Porta bronzea del Pantheon.

 


L'ostilità della Superba città di Tibur contro l'Eterna Urbe è comprovata sin dall'origine della sua nascita, dal mitologico Tiburno che si oppose all'Achiseide Divino*1, all'alleanza con Ottavio Mamilio. Quest'astio perdurò per tutta l'età Regia (seppur non del tutto attestato dalle fonti, visto l'antichità trattata) acutizzandosi maggiormente durante il IV secolo a.C. E' proprio in questo periodo che trattiamo un evento in cui Tibur si rese protagonista di questa storica rivalità. Correva l'anno 361 a.C. e i Consoli in carica erano Gaio Sulplicio Petico (*2) e Gaio Licinio Calvo Stolone, ambedue al secondo mandato. I due comandanti in capo dell'esercito condussero gran parte delle forze militari nel cuore del territorio appartenuto al popolo degli abilissimi frombolieri Ernici(*4) in rivalità con i Capitolini e dichiarati platealmente nemici pubblici dall'anno 493 a.C., poco dopo la sconfitta di Tarquinio il Superbo, loro grande alleato. Tuttavia i romani, con la loro solo presenza, crearono terrore e panico tra i nemici, tanto che essi non si schierarono per una battaglia campale in campo aperto, riconoscendo implicitamente la loro inferiorità militare. Ciò permise ai Romulei di prendere la città Ernica di Ferentinum (*5) seppur impegnandosi enormemente nell'assedio e occupazione. Nel lungo viaggio di ritorno, confidando erroneamente nell'alleanza e in un certo senso nella suddittanza militare di Tibur, i Romani trovarono le Porte Urbiche della Trimillenaria serrare, con i tiburtini in assetto di guerra a difesa del proprio territorio. Gli eserciti consolari affaticati dalla guerra appena sostenuta, e forse appesantiti dal bottino ferentino, non tentarono di assediare la città, viste anche le sue difese naturali (quasi insormontabili per i mezzi dell'epoca), decidendo di deviare il percorso verso Roma: non sappiamo se passarono attraverso la Valle del Sacco dove troneggiava Praeneste, o se attraversarono la turbolenta Sabina. Di ritorno ai Colli (*6) colsero l'occasione di dichiarare guerra a Tibur e al suo popolo non prima, tuttavia di aver inviato i Fetiales (*7)  a esigere i danni di guerra. Le fonti, a ogni modo, tacciono sia su quanto ammontò il danno di guerra richiesto ai tiburtini, ne siamo a conoscenza se vennero stipulati nuovi trattati comprendenti annessioni di nuovi territori o pacificazioni. Quel che è noto è che non si svilluppò, in questo frangente, un assedio, tantomeno ostilità permanenti.


 

                                                                 Rappresentazione idealistica di un Sacerdote Feziale, stampa del XVIII secolo.

 

Note:

 

*1) Enea, chiamato cosi da Omero nell'Iliade poiché figlio di Anchise e della Dea Aphrodite, la Venere romana.

*2) G. Sulplicio Petico, censore nel 366, console nel 364 e 361, Legato del Console plebeo Lucio Genucio Aventinense, nello stesso anno ricevette l'onore del trionfo a Roma per aver conquistato la città Ernica di Ferentinum.

*3) G. Licinio Calvo Stolone, Console nel 376 e 361, fù anche assieme a L.Sestio Laterano uno tra i primi tribuni della plebe che aprirono il Consolato ai Plebei.

*4) Virgilio nell'Eneide li descrive come abili frombolieri e in battaglia usavano indossare un solo calzare, tipico dei Greci Etoli.

*5) Ferentinum, l'odierna Ferentino, secondo il mito fu fondata dal Dio Saturno scacciato dall'Olimpo.

*6) Roma città nata sui Sette Colli.

*7) I Fetiales costituivono un collegio sacerdotale incaricati di preservare gli aspetti formali del diritto internazionale e del diritto bellico dell'Urbe; fra di loro si identificava un pater patratus Populi Romani che era incaricato della dichiarazione formale di guerra. Avevano una funzione simile agli odierni ambasciatori.

 

Bibliografia:

 

-Tito Livio “Ab Urbe Condita”, libro VII, capitolo 9.


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