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Lucio Munatio Planco Minor, il Figlio del “Generale Leggendario”

A cura del dott. Giovanni Di Braccio.


Illustrazione di un Console romano.

Questa è la storia del figlio di uno dei più valorosi e vincenti uomini della Storia di Roma che in situazioni di estremo pericolo e massimo rischio  riuscì a districarsi, come pochi altri del suo tempo, con atteggiamenti di grande valore e astuzia, sia nell'ambito politico che in quello militare.
Stiamo parlando della progenie del cosiddetto Generale Tiburtino*(1) personaggio che incise molto nelle ultime fasi della Repubblica Romana.
Sappiamo dalle fonti che Planco ebbe dei figli, anche se non sappiamo quale fosse il nome della matrona che li diede alla luce tantomeno conosciamo la sua Gens d'appartenenza; pur tuttavia, quelli noti sono due; Plancina famosa per le sue pozioni velenifere e per essere stata la moglie di Gneo Calpurnio Pisone Proconsole della Provincia di Siria, rivale del famosissimo Germanico eroico nipote di Ottaviano Augusto, e Lucio Munazio Planco, che portò il nome del suo illustre padre*(2), probabilmente il primogenito: ciò si può dedurre proprio dal trianomina, che veniva tramandato dal padre al primo figlio ereditario come fosse un vero e proprio atto testamentario. 
Ci occuperemo dunque di quest'ultimo anche se le fonti sono mute a riguardo sia della sua data di nascita*(3) sia per il luogo che gli diede i natali. Con ogni probabilità intraprese una brillante carriera politica nella Curia Romana, forse grazie all'influenza del suo illustrissimo genitore che nelle ultime fasi della sua vita fu molto vicino al Divo Augusto.
Tacito è l'unico che narra di Planco Minor negli Annales, capolavoro assoluto della letteratura storica romana che si ricollega, sia nel tipo di scrittura che nella narrazione accademica ed eroica, al celebre Tito Livio.
Sappiamo che Planco Minor fu designato console in Seconda per l'anno 13 d.C. con  Gaio Silio*(4) e che assieme a lui nell'anno 14, subito dopo la morte di Augusto e la consacrazione al Principato di Tiberio, in qualità di Legato e ambasciatore del Senato si recò nella turbolenta Provincia della Germania Inferior*(5) dove era in corso una violenta sedizione a opera dell'esercito romano.
Planco Minor e Silio si presentarono nella città di Colonia*(6) al cospetto del Comandante delle Legioni del Nord, Nero Claudio Druso, noto con l'appellativo di Germanico.


Statua in bronzo di Nero Claudio Druso, appellato “Germanico”.
Museo Civico Archeologico di Amelia

Il Nipote di Augusto*(7) aveva molte difficoltà a far mantenere la disciplina alle due Legioni, la I, la XX e ai veterani congedati che pur tuttavia rimanevano sotto le insegne militari di stanza in Germania, per vari motivi: i continui attacchi a sorpresa a opera dei barbari e, soprattutto, a causa della scarsità di viveri e denaro per la truppa che faticavano ad arrivare da Roma.

Tacito afferma che i soldati, intimiditi e impauriti che i due fossero venuti per ordine dei senatori al fine di render vane le pur giuste concessioni e seguendo il costume della folla che sempre cerca un responsabile seppur in assenza di palesi responsabilità, cominciarono ad accusare Planco Minor e tutto lo Stato Maggiore.
A seguito di ciò, nel pieno della notte, chiesero con insistenza l'insegna*(8) custodita nella casa di Germanico e urlando a squarciagola presso l'ingresso abbatterono le porte, strapparono dal letto il Comandante nel cuore della notte e sotto minaccia di morte lo costrinsero con la forza a consegnare loro il sacro ed inviolabile vessillo.
Con il suo carisma il marito di Agrippina riuscì a disperdere la folla violenta che bramosa di vendetta si imbatté nei Legati i quali, vistosi in gravissime difficoltà, si precipitarono verso la casa di Germanico.
I militi si scagliarono contro di essi con ingiurie pronti a far strage, sopratutto ostili a Planco Minor la cui dignità proveniente dalla sua carica gli aveva impedito la fuga: nessun altro aiuto si offerse a lui, costringendolo a rifugiarsi nella accampamento della Prima Legione.
Qui abbracciate le insegne e l'aquila d'oro si stimava protetto dalla loro santità ma se Calpurnio non avesse impedito il sacrilego eccidio, sarebbe accaduto che un legato del popolo romano in accampamenti romani avrebbe macchiato col suo stesso sangue gli altari degli Dei, per mano opera dei suoi stessi sottoposti, pagando con la vita una colpa sicuramente non sua.
Appena fatto giorno, dopo la turbolente nottata, Germanico entrato negli alloggiamenti pretoriani fece chiamare Planco Minor ricevendolo sulla tribuna oratoria. Allora, scagliandosi contro i facinorosi e i capi della rivolta riservando loro medesima violenza funesta che aveva sobillato l'ira nei soldati*(9), spiegò chiaramente il perché i legati erano giunti tanto a nord e qual'era lo scopo della loro missione.
Ebbe severe parole di biasimo per l'offesa rivolta agli ambasciatori nonché per la gravità e l'ingiustizia dell'episodio nel quale Planco Minor era stato coinvolto sottolineando quale enorme vergogna i milites avevano causato alla Legione, lasciando i soldati più sbigottiti che tranquilli.
Decise inoltre di accomiatare i legati facendoli poi accompagnare da una scorta di cavalieri ausiliari diretti verso Roma.

Approfondimenti

*(1) Lucio Munazio Planco il fondatore di Lugdunum, Raurica e Cularo.
*(2) Lucio Munazio Planco.
*(3) Si può ipotizzare che nacque nella seconda metà del II secolo a.C.
*(4) Gaio Silio fu console, ricevette le insegne trionfali nel 15 d.C., sovrintendente alla costruzione di 1000 navi in Germania e nel 21 d.C. fermò la marcia del capo gallico ribelle Giulio Floro.
*(5) Provincia posta sulle rive occidentali del fiume Reno, tra gli attuali Paesi Bassi e la Germania Occidentale.
*(6) Ara Ubiorum o Oppidum Ubiorum poi ribattezzata nel 49 d.C. Colonia Claudia Ara Agrippinensium in onore di Agrippina Minor, moglie dell'Imperatore Claudio.
*(7) Germanico sposò Agrippina Maior, figlia di Giulia prole di Augusto.
*(8) Simbolo di Roma.
*(9) Tacito l'attribuì all'opera degli Dei, che avevano annebbiato le menti dei soldati.

Fonti bibliografiche

Publio Cornelio Tacito: Annales, Libro I, paragrafo XXXIX.


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