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Lucio Munatio Planco, il Generale Leggendario - III° parte

A cura del dott. Giovanni Di Braccio.


Particolare del frammento fittile del medaglione commemorativo
 di Planco; da Lione, Francia,  museo museo gallo-romano
 di Fourvière.

Nella narrazione del presunto e purtroppo mai del tutto comprovato tiburtino più illustre nella storia della Trimillenaria Cività, quale Lucio Munazio Planco fu, attualmente riconosciuto con l'appellativo parzialmente qualificante de “Il Generale Tiburtino”, un posto molto significativo è rappresentato dalle opere da lui ordinate e quelle commissionate per il suo personalissimo svago ed otium.
Nelle numerose epistole scambiate con l'amico fraterno, nonché grande oratore, Marco Tullio Cicerone*(1) degna di nota è una datata 15 maggio del 43 a.C. in cui Planco parla della fondazione di una nuova colonia*(2) che verteva su di un vicus gallico già presente in loco, dunque non del tutto Ex Novo, denominato in lingua celtica Cularo*(3). Nella suddetta lettera si afferma di aver costruito in tempi brevissimi, circa 1-2 giorni,  un ponte in legno in prossimità della nuova città, tra i fiumi Isère e Drac, imitando l'eccezionale velocità e abilità dei legionari che per volere di Cesare, misero in opera il celeberrimo ponte ligneo attraversante tutto il sacro Danubio, da sponda a sponda. Planco specifica all'arpinate*(4) che portò a termine quest'opera poiché voleva porsi a difesa della Provincia della Gallia Comata*(5) a lui affidata dal Senato ma minacciata in quel frangente dagli eserciti di Antonio e Lepido che premevano sia sulla “Comata” sia sulla Narbonense, governata dal cesaricida (ma in quel frangente amico) Decimo Bruto.

Tuttavia Munazio dopo aver realizzato quest'opera di notevole spessore ingegneristico la fece abbattere, pochi mesi dopo, rendendosi conto che il ponte, se occupato dal nemico, avrebbe rappresentato una seria minaccia per tutta la Provincia. Questo capolavoro di perizia militare d'Oltralpe, seppur di brevissima durata, ebbe un grande eco sia tra i romani che tra i barbari, destando meraviglia, senso di grandezza e al contempo magnificenza rendendo ancor più grande l'operato di Planco.


Illustrazione di un ponte in legno, realizzato dai legionari romani.

Nell'ambito squisitamente privato a Tivoli sia le cronache che la toponomastica ci tramandano di come fece realizzare una grande Villa d'Otium nei pressi della località detta odiernamente delle Piagge: l'attribuzione di questo impianto destò un grande dibattito accademico tra illustri storici tiburtini quali Del Re*(6) e Cabral*(7) come pure il Nibby*(8) e il Viola*(9) che la collocano, a differenza dei primi due, sul colle di Sant'Antonio in zona Vitriano, poiché in loco si rinvenne un iscrizione marmorea nella quale compare il nome di Planco con riportati i suoi trionfi, politici e militari.  L'architettura della residenza, che si può ipotizzare quale luogo di svago estivo, è sviluppata su più terrazze panoramiche con vista mozzafiato verso la campagna tiburtina, ammirata, dipinta e descritta sin dall'antichità, nel tipico gusto altamente scenografico delle dimore romane extraurbane del periodo tardo repubblicano.
L'area presenta un vasto criptoportico tipico delle grandi ville tiburtine, che serviva anche a sorreggere l'edificio padronale in gran parte crollato (attualmente immerso completamente nella vegetazione) e sorretto su tre lati da muraglioni in opera reticolata, mentre l'altro lato è addossato alla parete collinare. Tuttavia, dai primi studi di carattere scientifico, si notò che la struttura ebbe fasi più antiche riferite al II secolo a.C. con una continuazione occupazionale e  un relativo ampliamento tra il I e il II secolo d.C.

Pianta Villa di Munazio Planco, zona Piagge.

Criptoportico.

Nel periodo di pacificazione, dalle violente e sanguinose guerre civili, Planco si prodigò, tra il 31 e il 29 avanti la nostra Era, a far restaurare a proprie spese il Tempio di Saturno presso il celeberrimo Foro Romano spinto e stimolato dalla volontà di Ottaviano*(10) nuovo signore di Roma, che spronò i ricchi romani e costruire e ricostruire opere pubbliche nell'Urbe, come il Teatro di Marcello e il corrispettivo di Balbo*(11) portando avanti questa politica in gran parte dell'Impero.
Tuttavia nelle rovine attuali della struttura cultuale dedicata alla forma italica del Dio Crono*(12) si possono notare gli interventi edilizi di Planco esclusivamente nei resti della scalinata d'accesso centrale del suddetto, mentre la parte del poderoso colonnato riguarda un grande intervento di epoca Severiana. Testimonianza di questa attività costruttiva ci è offerta dall'iscrizione dell'ara marmorea tiburtina*(13) dedicata per l'appunto al Generale Tiburtino, che riporta oltre i suoi trionfi sul popolo dei Rezi oltre che i titoli di altissimo merito conseguiti durante tutta la sua brillante carriera. sia militare che politica. Il Cavallari*(14) affermò che questa iscrizione fu trascritta in tempi di bassa latinità e tarda-antichità, forse da qualche discendente di Munazio o da qualche epigrafista medievale tiburtino, spingendosi addirittura ad ipotizzare una trascrizione falsa realizzata nell'500.



Tempio di Saturno, Foro Romano, Roma. 

Ara di Planco, Palazzo San Bernardino, Tivoli.

Planco, come tutti i personaggi più in vista di Roma, fu ritratto in vari modi anche se non sappiamo bene se per commissione del Senato Romano, delle città dell'Impero o semplicemente per vanagloria personale; la particolarità, rappresentata dalle rarissime immagini pervenute, ci viene fornita dalla diversità della ritrattistica, raggruppata in tre diversi generi; Veritiero, Eroico ed Ideale. Per quanto riguarda il primo tipo*(15) si può enunciare la statua marmorea di Lione*(16)  che ha in se tutte le caratteristiche di un uomo vissuto di mezza età avente il volto solcato da rughe, chiari segni di invecchiamento della pelle e privazioni dovute alle fatiche di una lunga vita militare passata tra campi di battaglia e accampamenti, dal sole cocente della Siria al freddo pungente delle Gallie.


Statua di Planco da Lione, Francia
museo gallo-romano di Fourvière.

Questa immagine è forse l'unica che rispecchia fedelmente l'aspetto del Generale e che con ogni probabilità fu commissionata nel soggiorno militare a Lione; probabilmente non si può dire altrettanto del ritratto nel medaglione, realizzato in terracotta*(17) dove lo si vede in abiti senatori intento a onorare con dei doni*(18) il Genius Loci di Lugdunum*(19) ritratto come semi-nudo dal carattere eroico, con cornucopia e corona radiale tipica delle personificazioni delle città antiche; il corvo, alla base dell'oggetto, identifica la divinità nel Dio del Sole celtico Lug, al quale il dunum era originariamente consacrato (Lugdunum significa, in idioma gallico, “La Rocca del Dio Lug”). Il tutto è contornato in alto dalla scritta FELICIT ER[--]. Planco appare calvo, con mascella pronunciata, orecchie a sventola e naso importante. La forma del corpo è molto tozza e goffa e questo particolare può essere dovuto alla scarsità della superficie utilizzata dall'artista o a causa della scarsa manualità del suddetto: la datazione di questi oggetti fittili si aggira tra il II e il III secolo d.C. ovverosia tre secoli dopo la dipartita di Planco.
Non sappiamo esattamente da chi furono commissionati questi oggetti e chi fu l'artista che li realizzò ma in via prettamente ipotetica possiamo immaginare  che essi furono fatti per commemorare il fondatore della città di Lione, la quale divenne capitale della Provincia che da essa prese il nome*(20).


Ancor più rilevante può essere notata ed ammirata la celeberrima statua, denominata “ Il Generale Tiburtino*(21): la composizione statuaria, a tutto tondo in marmo bianco, fu rinvenuta nel 1925 durante i lavori di scavo del Santuario di Ercole Vincitore*(22) in prossimità del teatro scenografico del suddetto luogo sacro. Mancante di calotta cranica  (ciò si denota un foro nella parte apicale che serviva per un attacco di una parte superiore, forse acrolito, andata perduta) risulta essere mancante di spalla e braccio destro seppur si nota che, in fase originale, si trovava  in elevazione a 45 gradi; deficitaria anche di parte della gamba destra, dal ginocchio al piede, e parzialmente del naso. La composizione è sorretta da un'armatura, anche'essa marmorea, dove campeggia in alto una testa di Gorgone alata e in basso le frange tipiche della una corazza di un capo Supremo dell'esercito. Seppur in stato semi-frammentario la statua, in nudità eroica, incute un senso di grandezza e ammirazione, tipico delle immagini celebrative di fortissimo impatto e d'ispirazione artistica greco-ellenistica del IV-III secolo a.C. Essa appartiene, tuttavia, in parte anche a un filone di rappresentazione realistico-italico molto in voga tra la Tarda Repubblica e Primo Impero, come si denota nella statua eroica dell'Imperatore Claudio Augusto*(23).




  Statua di Planco, Museo delle Terme, Roma. 

Particolare della testa e particolare del retro della corazza.

Nella realtà il corpo di questa scultura tiburtina, a eccezione del volto, potrebbe rappresentare il Dio Romano Marte*(24) molto copiato per l'autocelebrazione dei generali romani repubblicani e dei futuri Imperatori*(25) poiché simboleggiava l'incarnazione stessa della potenza e della forza del popolo romuleo, nato dall'unione di una Principessa Albana*(26) e il Dio della Guerra in persona*(27).


Statua dell'Imperatore Adriano in veste di Marte.

Allo stato attuale non sappiamo dove fosse collocato originalmente questo meraviglioso capolavoro dell'arte antica ma dall'analisi del retro si possono cogliere dei particolari molto interessanti: va notata, infatti, una lavorazione scabra e di minor raffinatezza in alcuni punti a differenza della metà fronte, che può far pensare a un originario addossamento a parete.
Proprio quest'ultima ipotesi si può ricollegare a un'idea, mai del tutto confermata né accantonata, che la statua stessa non fosse altro che un Summo Viro della città posizionata tra i portici del Santuario di Ercole, trovando confronti ideologici con i celeberrimi Summi Viri nel portico del Tempio di Mars Ultor *(28) presso il Foro augusteo in Roma.


Foro di Augusto, con tempio di Marte e portici dei Summi Viri.
Santuario di Ercole, con particolare del Teatro.

Approfondimenti:

*(1) Epistulae ad Familiares.
*(2) Fondata per ordine Senatorio.
*(3)Cambierà nome in Grazianopolis, nel IV secolo d.C., con il passaggio dell'Imperatore Graziano; attuale Grenoble.
*(4) Riferimento al luogo di nascita di Cicerone che era, per l'appunto, Arpinum.
*(5) Creata dopo le vittorie di Cesare nelle Gallie.
*(6) Fausto Del Re, scrittore e storico tiburtino del XVIII secolo.
*(7) Stefano Cabral, scrittore e storico tiburtino del XVIII secolo.
*(8) Antonio Nibby, storico, archeologo, topografo;  nacque a Roma nel 1792 e vi morì nel 1839.
*(9) Sante Viola, storico ed avvocato; nacque a Tivoli nel 1773 e morì nel 1838.
*(10) Il quale assumerà il titolo nel 27 a.C. di Gaio Ottaviano Giulio Cesare Augusto.
*(11) Entrambi suoceri di Augusto.
*(12) Forma Greca del Dio Italico Saturno.
*(13) Ara collocata presso le scalinate del secondo piano del Palazzo Comunale di San Bernardino, sede del Comune di Tivoli.
*(14) Emilio Cavallari, studioso tiburtino.
*(15) Veritiero.
*(16) Rinvenuta nell'Anfiteatro di Lione nel 1767, conservata attualmente nel museo Fuorvière di Lione in Francia.
*(17) Nell'800 ne furono rinvenuti due, uno a Lione dove è conservato nel museo cittadino e un altro nella città di Orange, purtroppo andato perduto.
*(18) Una spiga, simbolo di abbondanza, e un bastone, simbolo del comando.
*(19) Attuale Lione.
*(20) Gallia Lugdunense.
*(21) Attualmente al Museo di Palazzo Massimo alle Terme di Diocleziano in Roma, inv.106,513.
*(22) Patrono della città di Tibur.
*(23) Statua in marmo conservata nei Musei Vaticani.
*(24) Corrispettivo del Dio Greco Ares.
*(25) Statua dell'Imperatore Adriano Augusto in veste di Marte, presso il Palazzo dei Conservatori a  Roma.
*(26) Rea Silvia figlia del Re di Alba Longa, Numitore, e madre di Romolo e Remo.
*(27) Marte.
*(28) Marte Vendicatore.
  
Fonti bibliografiche:

-Emilio Cavallari, Munazio Planco colui che per i Cesari escogitò il titolo di Augusto, in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia ed Arte, XVII, 1937, pp.81-153;

-A. Morello, Lucio Munazio Planco, raffinato interprete di un epoca incoerente-Cassino 1997, edizione EVA;

-Marco Tullio Cicerone, Epistulae ad Familiares, X-21.



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