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Le Origini della Pentecoste

A cura del dott. Stefano Del Priore

La Pentecoste, la festa cristiana di origine israelitica che celebra l'effusione della Spirito Santo da parte di Gesù e la nascita della Chiesa; la sua celebrazione dipende strettamente dalla Pasqua, con la quale è connessa: quali sono le sue origini e quale significato possedeva in passato?

La Shavu'ot

Come già affrontato nel capitolo dedicato alle Origini della Pasqua, i documenti più antichi relativi alla religione dell'antico Israele, ovverosia il Codice dell'Alleanza e il Decalogo Yahwista, menzionano specificatamente l'esistenza di tre festività annuali: gli Azimi (Esodo, XXIII, 15 – XXXIV, 18), la חג הקציר - Ḥag ha-Qatsir o Festa della Mietitura (Esodo, XXIII, 22), Festa del Raccolto (Esodo, XXIII, 16 – XXXIV, 22) e, infine, o יום הבכורים - Yom ha-Bikkurim o Festa delle Primizie (Numeri, XXVIII, 26). Già dalla nomenclatura risulta abbastanza chiaro di come esse fossero fondamentalmente celebrazioni dal carattere prettamente agricolo1 nè si tratta, a onor del vero, di ritualità strettamente connesse con il solo mondo ebraico, proprio in virtù del loro carattere agricolo e agrario; il calendario religioso cananeo ci è quasi del tutto ignoto, se non fosse per l'iscrizione fenicia risalente all'VIII secolo a.C. rinvenuta a Karatepe, nella Cilicia, dove è indicata la prescrizione di sacrificare tre volte all'anno: in occasione della festa annuale, al tempo dei lavori e del raccolto dato che quest'ultimo durava circa due mesi e il termine di questo periodo era caratterizzata da una festività denominata Festa della Mietitura nel Codice dell'Allenza, mentre l'appellativo di חג שבעות - Ḥag Šavu‘òt o "Festa delle Settimane" presente nel Decalogo Yahwista è spiegabile dal calcolo delle sette settimane che dovevano trascorrere dalla data della Pasqua tale da celebrare un novilunio nel bimestrale di maggio – giugno2. In Israele la mietitura si protraeva per sette settimane, come indicato nel passo "Conterai sette settimane da quando si metterà la falce nella messe. Poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio.

Da qui deriverebbe il succcessivo nome di “Pentecoste” πεντηκοστή [ἡμέρα] - pentecosté [hēméra], a sua volta derivante dall'ebraico שבועות - Shavu'òt , letteralmente "Settimane", significante "Cinquantesimo giorno", che compare nella bibbia greca di Tobia (II, 1 ). Questa festa fu oggetto di cenni sparsi qua e là al di fuori dei testi legislativi, proprio perchè il tempo della raccolta delle messi servì come riferimento nelle tradizioni di vecchio stampo (Genesi, XXX, 14; Giudici XV, 1): in Isaia (IX, 2) viene rammentato quale gioioso sentimento pervadesse il popolo al tempo della mietitura iniziando con la mietitura del dell'orzo durante Pesach e terminando con quella del frumento a Shavu'ot, aiutandoci dunque a comprendere che quest'ultima rappresentava per la mietitura delle messi ciò che il ciclo di otto giorni di Sukkot era per la raccolta della frutta. Secondo Samuele (VI, 13) è proprio in occasione di tale celebrazione che l'Arca dell'Allenza giunse a Betshemesh e sempre nel medesimo testo (XII, 17), avvenne in questo periodo l'ultimo discorso che il profeta fece al popolo. Come abbiamo già avuto modo di esaminare il precedenza, la festività dello Shavu'ot – Pentecoste non godette di popolarità diffusa né durevole e la tradizione che la vede come la memoria della consegna della Legge a Israele e della sugellazione del Patto d'Allenza è di epoca tarda e, oggettivamente, non particolarmente fededegna: il tentativo artificioso e posticcio di storicizzarla a vantaggio dell'uso e consumo sacerdotale (Esodo, XIX, 1; Cronache XV, 10, nell'Opera del Cronista) fece si da farle perdere l'originario carattere solenne legato alla celebrazione del mondo agricolo. Proprio a causa della dimenticanza circa l'originario significato, ciò offrì uno spunto al giudaismo al fine di generare una contestazione attorno alla parola Shabbat (Levitico XXIII, 15) la quale prescriveva di far partire il computo dei 50 giorni dalla data subito dopo il sabato pasquale: si riteneva s'intendesse il primo giorno della settimana o quello dedicato al riposo, mentre probabilmente l'indicazione era contestualizzabile nell'ottavario di astensione dal lavoro seguente al giorno dedicato agli Azimi: si può leggere a tal riguardo che "Dall'indomani del sabato, dal giorno che avrete portato l'offerta agitata del fascio di spighe, conterete sette settimane intere. Conterete cinquanta giorni fino all'indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione", dato che il "Il Giorno dell'offera del fascio di spighe" cadeva il giorno dopo la celebrazione della Pesach, nella quale era previsto che ci si recasse presso il Tempio di Gerusalemme offrendo una quantità di spighe pari al peso di un omer equivalente grossomodo a 1,3 kg odierni. Ultima citazione circa questa ritualità agraria la ritroviamo nel Talmud, dove viene indicata come עצרת - Azteret, ovverosia "astenersi" in riferimento al divieto di lavorare durante questa festa e sino alla conclusione delle festività pasquali. Sembra a ogni modo che agli Israeliti fosse prescritto di recarsi presso il Tempio di Re Salomone in Gerusalemme e offrire due pagnotte impastate con la farina di Shavu'ot3: essendo una delle tre feste di precetto, era legislato che si dovesse recarsi al tempio portando con sè i frutti del raccolto ("Porterai alla casa del Signore, tuo Dio, la primizia dei primi prodotti della tua terra", Esodo XXXIV, 26), per quanto non fosse indicata una quantità minima o specifica ("Poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto.", Deuteronomio XVI:X – X). 

Proprio a tal riguardo, essa rappresentava il primo giorno in cui era possibile iniziare a offrire i Bikkurim (lett. "Primi frutti" o "Primizie") al Tempio di Gerusalemme, periodo che vedeva il suo completo compimento con la Yom ha-Bikkurim o Festa delle Primizie: esse erano scelte tra le sette tipologie ritenute una benedizione per la Terra d'Israele, ovverosia uva, fichi, melagrane, orzo, datteri, frumento e olive. La cerimonia a esse associate prevedeva che i contadini, scelte le migliori per ognuna, le evidenziassero legandole con del vimini e, al tempo del raccolto, esse venissero colte e poste in cesti rifiniti in oro e argento; quest'ultimi venivano fissati alle corna di buoi, impreziosite con oro e inghirlandate di fiori, e i bovini, accompagnati da musiche solenni e danze, venivano condotti in magnifici cortei verso Gerusalemme attraversando paesi e città durante il loro tragitto. Ivi giunti, ogni contadino poteva dunque presentare la sua offerta a un Kohen4 seguendo un preciso rituale come enunciato nel Deuteronomio XXVI:I – X: il cerimoniale iniziava con la formula "Un Arameo tentò di distruggere mio padre", in riferimento agli sforzi compiuti da Labano al fine di indebolire Giacobbe, proseguendo con la narrazione dell'esilio egiziano, della schiavitù e oppressione del popolo ebraico culminante con la liberazione e, a seguito di 40 anni di peregrinazioni, il ritorno nelle Terre d'Israele grazie alla guida di YHWH. L'offerta dei Bikkurim simboleggiava dunque la gratitudine del popolo israelita nei confronti del loro Dio sia per esser sempre stato guida e conforto nel corso della loro storia sia per i frutti della terra benedetta ove erano stati condotti aspre e ardue sofferenze. La Festa delle Primizie può essere considerata la più importante delle tre celebrazioni annuali, tanto che a volte venne definita "La Festa" per eccellenza: in questa occasione aveva luogo anche il pellegrinaggio verso Silo (Samuele, I)5; essendo fondamentalmente un cerimonia volta a propiziare fertilità e abbondanza per l'anno a venire, nell'antica solennità autunnale non potevano assolutamente mancare rituali di natura orgiastica ed è proprio in questa occasione, con ragionevole sicurezza, che Davide fece trasportare l'Arca dell'Allenza verso Gerusalemme, dopo averla sottratta ai Filistei, e danzò nudo di fronte a essa (VI, 13 – 23); a riprova di ciò, Salomone la fece installare nel Tempio proprio durante "La Festa" (Re, VIII, 2) decidendo così d'inaugurare il suo Santuario, al fine di ammantare la cerimonia di un senso di continuità sacrale, nella stessa data in cui l'Arca giunse in Gerusalemme. Questo carattere agricolo, prorpiziatorio e orgiastico mutò drasticamente durante il periodo monarchico divenendo de facto una commemorazione dell'ascesa di YHWH nel Tempio e celebrando il suo insediamento sul trono. In un contesto di tipo escatologico, dunque già molto lontano dal primevo significato, Zaccaria ebbe modo di scrivere che "Le genti saliranno anno dopo anno ad adorare il Re, Signore degli Eserciti, celebrando la Festa dei Tabernacoli6" (Zaccaria XIV, 16 – 7), seppur un eco dell'originaria ritualità è ancora individuabile nel passo ove si dice che se tale devozione non sarà messa in atto, il popolo "non avrà pioggia su di sé". Anche il rituale del Tempio di Erode, a noi noto grazie la Mishna, continuò a evidenziare questo ancestrale carattere propiziatorio per l'invio della pioggia dalle regioni uraniche dato che, nonostante la Bibbia taccia al riguardo, esso conteneva un cerimoniale per recare fertili rovesci ben più antico rispetto all'epoca di riferimento.



"La Pentecoste", Giotto di Bondone, ultimo affresco del ciclo "Scene della Passione di Gesù", registro centrale inferiore della Cappella degli Scrovegni di Padova, 1303 - 1305.


La Pentecoste Cristiana

La chiesa cristiana, oltre alla domenica riservata al culto settimanale per l'intera durata dell'anno, celebrava sin dal II secolo alcune festività dal carattere annuale avendo ereditato dal giudaismo la Pasqua - Pesach e la Pentecoste – Shavu'ot, ritualità dall'inquadramento primaverile che abbiamo avuto già modo di affrontare. Prima del 70 i primi cristiani di origine ebraica avevano perpetrato l'usanza di osservare questi cerimoniali osservando usanze tipicamente israelite aggiungendovi, in Gerusalemme, una commemorazione della Morte e della Resurrezione del Cristo (nella quale, a onor del vero, non possiamo minimamente escludere influenze provenienti dal altri culti già ampiamente diffusi nell'Impero romano, tanto di derivazione orientale come quello di Attis o Adone, tanto di matrice italico - ellenica). Alcune chiese al di fuori dell'area palestinese avevano adottato sin dal I secolo la medesima usanza, seppur evitando di mescolarsi alle cerimonie che si tenevano nelle sinagoghe di riferimento: la Pasqua e la Pentecoste tipicamente cristiane, così come la costumanza di celebrarle, prevalsero non prima del II secolo. Il carattere gioioso di quest'ultima e delle settimane che la precedevano, così come effettivamente era nelle ritualità antico - israelita, non può assolutamente essere oggetto di dubbi dato che la centralità di queste cerimonie verteva sulle ipostasi del Risorto e la discesa dello Spirito Santo, dalle regioni uraniche, sui Discepoli.

Ebrei e Cristiani, pur riconoscendo ambedue la valenza sacra dei medesimi testi (Tanakh e Antico Testamento, rispettivamente), hanno variato nel corso della loro millenaria storia la lettura e l'interpretazione che ne è stata fatta: cadendo la Pentecoste "il cinquantesimo giorno dopo il sabato" (Levitico XXIII, XI), l'interpretazione di questo passo fu oggetto di immediate e lunghe discussioni e, già al tempo di Gesù, due erano le correnti di pensiero prevalenti a riguardo dell'esatta calendarizzazione. La maggior parte dei Dottori e della popolazione sosteneva che il passo si riferisse al 15 del mese di Nisan, ovverosia il primo giorno dedicato agli Azimi, portando come prova quanto contenuto nel Levitico XXIII, VII, mentre Sadducei e successivamente anche i Caraiti peroravano l'idea che s'intendesse il sabato compreso durante la celebrazione degli Azimi7

Dopo la metà del II secolo alcune Chiese avevano aggiunto alle tradizionali celebrazioni primaverili la commemorazione dell'anniversario dei loro martiri, secondo il precetto della dulia (la quale raggiunse tempo dopo dei livelli consistenti al punto tale che le varie diocesi furono costrette a correre ai ripari onde evitare pericolose recrudescenze di paganesimo e idolatria), sempre più numerosi e facenti parte del tessuto devozionale che andava a configurarsi come un elemento connettivo del nuovo credo: si può ragionevolmente affermare questa usanza venne introdotta a Σμύρνη - Smirne, l'attuale Izmir ili in Turchia, a seguito del martirio affrontato dal Vescovo locale Policarpo8, nonostante non possa escludersi che risalga a un'epoca precedente da localizzarsi in Antiochia, oppure alla fine del II secolo e in Africa. Come poc'anzi anticipato il calendario martirologico delle varie Chiese venne via via arricchendosi, mutuando elementi esterni provenienti dai martirologi di altre diocesi, il che portò al moltiplicarsi delle commemorazioni degli anniversari generando sovrapposizioni con il ritmo settimanale in seno all'originario anno liturgico, caratterizzato da un andamento irregolare e confusionario privo di rapporti con la settimana. In seno al gruppo dei Discepoli del Cristo la Pentecoste assunse definitivamente il significato della commemorazione della Discesa dello Spirito Santo e dunque, l'inizio dell'edificazione della Chiesa intesa come il Dono della Nuova Legge fatto da Dio ai suoi fedeli e il sorgere della "Comunità Gerosolimitana". Che la Pentecoste, festività che conclude de facto le celebrazioni pasquali, sia nata in periodo apostolico lo si può ritenere abbastanza assodato in virtù del settimo frammento che la tradizione attribuisce a Sant'Ireneo da Lione (Εἰρηναῖος, Eirēnáios, «pacifico», in latino Irenaeus; Smirne, 130 d.C.– Lione, 202 d.C.9), dato che in Tertulliano10 (Quintus Septimius Florens Tertullianus, Cartagine, 155 circa – 230 circa) essa appare già ben definita e consolidata. Analizzando fonti più tarde, nella Costituzioni Apostoliche (V, XX, XVII), risalenti al lustro 375 – 380, venne sostenuto che la durata delle Pentecoste dovesse essere di una settimana ma, in occidente, l'ottava iniziò a esser celebrata solo successivamente; operando un corposo salto in avanti, balziamo in pieno medioevo e precisamente nell'Anno Domini 1048, dove in Berno di Reichenau appare chiaro che, ai suoi tempi, fosse ancora oggetto di discussione se la Pentecoste dovesse o meno possedere un'ottava. Secondo quanto narrato in Atti II, I – XI, il giorno della Pentecoste i Discepoli erano tutti riuniti in un'unica casa quando all'improvviso un forte rumore e un fragoroso vento ne riempirono le mura e, a seguito di ciò, comparvero delle lingue di fuoco che si separarono posandosi su ciascuno di loro: i presenti furono pervasi dallo Spirito Santo e ottennero la capacità di parlare linguaggi a loro sconosciuti sino a poco prima. Tale Spirito Santo fece dono di se stesso11 anche agli stranieri non circoncisi che, successivamente, erano presenti nella dimora del Centurione Cornelio, i quali udirono il Verbo prima di ricevere il battesimo: Pietro rifiutò la Proskýnesis sostenendo che fosse un atto dovuto solo al solo Dio12, negato persino agli Angeli suoi Messaggeri (Apocalisse, XIX:XI, X). 

Egli affermò che il Cristo è il garante della Pace e del Perdono (X:XXXVI, XL), avendolo già manifestato durante la sua missione terrena; a seguito della Resurrezione, avvenuta il Terzo Giorno, era assurto anche al ruolo di Giudice Naturale e Universale (precostituito da Dio al principio della sua missione e giudice dei Vivi e dei Morti), per tramite dei Testimomi (μάρτυσιν – Martysin, ovverosia i Martiri, lett. "I Testimoni"); la mediazione della Pace e del Perdono sarebbero stati garantiti per tutti i Figli d'Israele credenti in Cristo, uomini e donne, come preannunciato dai Profeti in quanto discendenza di Abramo ed eredi secondo la Promessa. Al termine del discorso di Pietro, "Lo Spirito Santo [Ruah Elohim] discese [ἐπέπεσεν] su tutti coloro i quali stavano ascoltando la Parola", effondendosi anche sugli stranieri che iniziarono a glorificare il Nome di Dio e agli ebrei convertiti che riuscirono a comprendere le loro favelle, in quanto l'epifania dello Spirito Santo rappresentava la comprensione e l'esaltazione del Verbo. L'episodio, ovviamente, non può essere dimostrato storicamente in alcun modo, per cui risulta piuttosto ardimentoso comprovarne l'attendibilità: estasi mistica collettiva dovuta anche allo scatenarsi, contemporaneamente, di fenomeni atmosferici piuttosto intesi come bufere di vento o tempeste elettromagnetiche, oppure narrazione simbolica densa di significati teologici ed escatologici, non ci è dato saperlo. Ulteriore confusione al riguardo è generata dalla discordanza tra le varie fonti ufficiali prese in esame, dato che la discesa dello Spirito Santo risulta presente nel Vangelo secondo Luca (XXIV, XXIX), nel Vangelo secondo Giovanni (XIV, XVI – XVII, XV, XXVI e XVI, VII) e negli Atti degli Apostoli, risultando assente nel Vangelo secondo Matteo e secondo Marco: alcuni hanno voluto vedere nella discesa del Verbo e delle Lingue Fiammeggianti un probante parallelismo con la fragorosa teofania di YHWH sul Monte Sinai presente nell'Esodo (XIX, XVI – XVIII): a riprova di ciò verrebbe portata come prova il simbolismo legato al potere impetuoso del vento nell'Antico Testamento, il quale è interpretato come la possanza di Dio (Genesi, I, I – II e il Primo Libro dei Re, XIX, XI – XIII). Alquanto significativo è il passo in cui si prefigura, come teorizzato da Sant'Agostino (Aurelius Augustinus Hipponensis, Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430), l'universalità del messaggio del Signore, non legato solamente agli Israeliti ma a tutte le Genti del Mondo e ciò si esplica nella predicazione ex abrupto degli Apostoli in lingue che non avevano mai conosciuto né studiato: il prodigio consisterebbe nella pluralità socio – culturale che la Chiesa avrebbe assunto nei secoli a venire, pur mantenendo l'unicità della sua struttura teologica. Degna di interessa è la versione contenuta nel sopramenzionato Vangelo di Giovanni, nella quale è lo stesso Gesù Risorto a manifestarsi agli Apostoli durante il cenacolo tenutosi nella sera Pasquale: il Messia trasmise lo Spirito Santo ai suoi Discepoli alitandolo su di loro. Denominata Pentecoste Giovannea per distinguerla dalla Pentecoste Lucana narrata nel Vangelo secondo Luca: alcuni ritengono possa trattarsi dei medesimi eventi ambientati però in lassi temporali differenti, mentre altri sostengono che sussista un'effettiva differenza sostanziale tra i due accadimenti, dove nella versione Giovannea l'effusione avrebbe riguardato il solo gruppo degli Undici, mentre in quella Lucana sarebbe stata già dotata del carattere di ecumenicità. Risulta importante sottolineare che all'epoca i Discepoli non potevano essere definiti "cristiani", dato che tale appellativo verrà dato loro per la prima volta circa 15 anni a seguito della morte del Cristo, precisamente in Antiochia ("Ad Antiochia, per la prima volta, i Discepoli furono chiamati <<Cristiani>>"): essi erano piuttosto ebrei – messianici, ovverosia israeliti che credevano fermamente nella venuta del Mashīaḥ promesso al popolo giudeo e dunque, in tale ottica, l'intero episodio andrebbe appunto interpretato non come una benedizione del Signore sulla futura Chiesa nascente bensì come un'effettiva consacrazione di Yehoshua bar Yosef quale Messia che, compiuta la sua missione terrena, era assurto al ruolo destinatogli e che avrebbe condotto le Genti verso la tanto agognata Era Messianica. Sotto quest'ottica di lettura, la narrazione appare genuinamente legata a tradizione soteriche ed escatologiche di estradizione ebraica solo successivamente assorbite, e in parte stravolte, dalla nascente Chiesa Cristiana: per ebrei osservanti quali i Discepoli erano, la discesa dello Spirito Santo consisteva nel segno rivelatore che il loro Maestro non era solo il Messia, ma anche che con il suo ritorno aveva portato a compimento quanto annunciato dagli antichi profeti d'Israele in

"Io effonderò il Mio Spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave (quindi i pagani), in quei giorni, effonderò il Mio Spirito. Verrà un giorno in cui tutti gli esseri umani saranno posseduti dallo spirito e questo giorno coinciderà con il Giorno Messianico”.

In virtù di ciò è importante però evidenziare che il concetto di Spirito Santo o Spirito di Dio rappresenta uno dei fulcri più importanti dell'intera religione ebraica ("La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”. Il Signore Dio plasmò l'essere umano con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici uno spirito di vita e l'essere umano divenne uno spirito vivente”): ciò è abbastanza probante nell'aiutare a comprendere esattamente la valenza del passo contenuto nei Vangeli, prima delle successive intepretazioni che ne alterarono la primeva valenza. Echi dell'antico significato di questa festività sono riscontabili ancora nella proibizione che prescriveva ai tribunali il divieto di operare durante questi sette giorni e il lavoro servile era temporaneamente abolito; durante il Concilio di Costanza, tenutosi nel 1415, tale proibizione venne limitata solamente ai primi tre giorni della settimana; nel 1771 il riposo del martedì venne abolito, toccò poi a quello del lunedì, per poi essere del tutto abrogato dalla Chiesa Cattolica nel 1911 sotto Papa Pio X. In ultima analisi, per quanto concerne il precetto di iperdulia (ὑπερδουλεία, da intendersi come "al di sopra della dulia" dove la "dulia" è il culto riservato ai Santi e quindi di livello "inferiore", è il culto cattolico rivolto alla Madre di Gesù) esso afferma che la venerazione per la Beata Vergine preceda la venerazione per gli Apostoli, per San Giuseppe e per i Santi in generale, dunque ella non ricevette per effusione lo Spirito Santo nel giorno della Pentecoste essendone già ricolma, sia di presenza che di doni, ai tempi della Beata Annunciazione dell'Angelo (Vangelo secondo Luca, I:XXXIV, "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra13 la potenza dell'Altissimo").


I Rosalia romani

Come avevo anticipato nel capitolo dedicato alle Origini del 1° aprile, la Pentecoste cristiana mutuò alcuni aspetti anche dal periodo festivo dei Rosalia proprio del mondo romano: esse appartenevano alle quattro Solemnia Sacrificia14. In queste celebrazioni tetrapartire l'aspetto del sacrificio era maggiormente evidenziato durante i Parentalia nelle quali le offerte, che fossero di carni, fiori o frumento, venivano bruciate; le Rosalia e le Violaria erano anche occasioni di commemorazione familiare, assieme alle memoria del defunto nel giorno del suo compleanno terreno. La festa non godeva di una calendarizzazione fissa ma era legata al periodo della fioritura delle rose, la quale solitamente avveniva tra maggio e giugno: nei caldi climi mediterranei accadeva sovente, però, che una secondo fioritura avvennisse anche in luglio e i petali ricavati erano utilizzati per numerose ritualità; nel Calendario Costantiniano viene menzionata una data fissa cadente il 23 maggio, interpretabile con un buon grado di certezza, per quanto manchi la conferma assoluta, come la celebrazione delle Rosalia. A ogni modo, essendo il mese di maggio legato alla celebrazione dei morti soprattuto nei Lemuria cadenti nei giorni 9, 11 e 13, possiamo tranquillamente considerare i Rosalia una delle molteplici festività costellanti il panorama cultuale ctonio del mondo romano. Sulle origini di questa festività sussistono varie ipotesi, alcune delle quali si ricollegano direttamente con i culti di matrice orientale che penetrarono nel tessuto religioso romano durante il corso del tempo: divinità legate all'ambito vegetativo e dei suoi cicli eterni di morte e rinascita, quali Attis (il cui fiore sacro era la viola), Dioniso (con il rogo delle rose, rituale appartenete al culto misterico del Dio) e Adone (quest'ultimo legato al fiore della rosa in particolar modo) potrebbero aver influenzato queste specifiche ritualità, seppur altre fonti sostengano che la celebrazione fu importata dai coloni italici al tempo di Ottaviano Augusto e che non con roghi ma con l'accensione di lampade, o lumi, collegati alle rose si espletava il rito; alcuni videro in tutto ciò costumanze giunte dalla Gallia Cisalpina. Il lungo periodo commemorativo si estendeva dal 10 /11 maggio circa fino a metà luglio e l'osservanza dei giorni a essa dedicati era nota come Dies Rosationis (nel caso dell'utilizzo di rose) o Dies Violationis (trattandosi di viole): non solo come pratica familiare in rispetto ai principo del Mos Maiorum comprendente la commemorazione dei defunti ponendo fiori sul luogo di sepoltura e consumando pasti frugali di fianco a essa, la Rosatio poteva anche essere celebrata porgendo offerta alla statua di una Divinità (abbiamo avuto modo di testimoniarlo con le viole adornanti il tronco di pino rappresentante Attis e i fiori aspersi sulla statua di Cibele a seguito della lustratio purificante tramite abluzione nelle acque del fiume Almone) o in ambito militare, come accadeva in maggio, quando l'esercito celebrava il Rosaliae Signorum durante la quale i Signa Legionis venivano adornati con ghirlande floreali di vario tipo e posti intorno all'altare; i calendari delle Legioni differivano da quelli religiosi civili, per cui è altamente plausibile che ogni Legione avesse il proprio o che esistesse una sorta di parificazione rituale comune a tutte15. In ogni accampamento romano era usanza predisporre un sacellum16, si consumava un pasto festivo collettivo, venivano distribuite rose ai presenti e i soldati inscenavano dei Ludi in memoria dei morti. Ogni militare contribuiva all'acquisto di fiori e rosari, i quali erano fondamentalmente dei cerchi di vimini inghirlandati con rosa e aventi forma solare raggiata; le tombe dei defunti venivano decorate prevalentemente con rose, tra le quali doveva quasi certamente esser presente la varità canina dato il sio esser sacra all'italica Diana nel suo triplice aspetto di Dea della Luna, della Caccia e dei Morti. Nel pasto che seguiva alcuni legionari, se lo desideravano, potevano materialmente prendere il posto che spettaa al defunto, ricoprendosi di rose le braccia e il capo; le rose venivano anche cucinate, mescolate a uova e spezie, utilizzate per infusioni e preparazioni di dolci. Ulteriormente, le feste di corporazioni, associazioni e circoli dal carattere privato sono documentati da almeno 41 iscrizioni latine e 16 in greco, indicate con il vocabolo Rhodismos. Da ciò possiamo ben comprendere come la festività fosse in stretto rapporto con la vita delle associazioni soprattutto in epoca Imperiale: alcune offrivano, dietro il pagamento di una somma, che si occupavano di svolgere veri e propri servizi funebri commemorativi, occupandosi delle pratiche mortuarie e ponendo fiori sul sepolcro del defunto a ogni annivversario; addirittura alcune di queste corporazioni godevano di eredità esplicitamente indicate dal soggetto agente al momento della stipula del testamento. Viole e rose erano percepite come ipostasi del grande ciclo biodinamico che regolava i flussi dell'intero Creato, sia per via del loro colore che ricordava il sangue fonte di vita, sia perchè le viole sono i primi fiori a "manifestarsi" dove le rose invece sono gli ultimi e dunque l'arco temporale contenuto nel periodo del loro sbocciare abbracciava pienamente tutto il periodo primaverile, da sempre connotato da significati legati a riti propiziatori di fertilità, rinascita, abbondanza e gioia. Fu proprio da questi simbolismi che i primi cristiani assorbirono l'usanza di porre ghirlande e corone di rose / viole in relazione con il culto via via crescente di Santi, Martirie dei defunti in generale, facendo propria anche la costumanza di consumare un pasto eucaristico a base di pane e vino in propinquità della tomba del defunto o nella più vicina chiesa: la Pentecoste cristiana, infatti, è conosciuta anche come la "Pasqua delle Rose", e ha conservato il medesimo carattere commemorativo in onore e ricordo dei defunti attraverso la valenza simbolica dei fiori. In ultima analisi la tradizione, per la verità piuttosto recente risalendo alla prima metà del XVII secolo a Roma17 (la tradizione venne a ogni modo mutuata quasi immediatamente anche fuori Roma nel territorio dei Castelli Romani in virtù del loro forte legame con Gian Lorenzo Bernini, il principale fautore delle feste barocche floreali), di organizzare le cosiddette "infiorate" in occasione della festività cattolica del Corpus Domini18 altro non è se non una delle ultime reminiscenze delle arcaiche costumanze di adornare le immagini sacre delle Divinità con omaggi floreali assieme a processioni solenni19 transitanti su tappeti floreali disposti lungo determinati punti del tragitto e culminanti con l'adorazione delle effigi nei rispettivi luoghi di culto, durante le fasi terminali della primavera o alle porte dell'estate, esattamente come fu per i Violaria e le Rosalia romane. La presenza fisica del Cristo nell'Eucaristia del Corpus Domini inoltre rammenta fortemente la presenza simbolica del defunto, a volte idealmente "incarnato" nel corpo di un congiunto o sodale che fungeva da tramite, durante i pasti commemorativi che si svolgevano in prossimità dei luoghi di sepoltura dei morti o nella Chiesa a essi più vicina, come accadde dal periodo paleocristiano in poi.



Folio 79r, "La Pentecoste", tratto da Les Très Riches Heures du Duc de Berry,
 codice miniato, 1412 – 1416 circa, Musée Condé nel castello di Chantilly.


Fonti Bibliografiche:

- Robert Graves, Raphael Patai, I Miti Ebraici, Tea, 1990;

- Henri – Charles Puech, Storia delle Religioni, Edizioni Universale LaTerza 1977:

"Il Popolo d'Israele";

"Il Cristianesimo delle Origini";

- Antico Testamento:

Genesi;

Esodo;

Levitico;

Numeri;

Giudici;

I e II Samuele;

Zaccaria;

- Talmud;

- Nuovo Testamento:

Apocalisse;

Vangeli di Luca, Giovanni, Marco e Matteo;

Atti degli Apostoli;

- Costituzioni Apostoliche;

- Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche;

- Agostino d'Ippona, Sermoni per i tempi liturgici, a cura di L. Padovese, Edizioni Paoline, 1994;

- Agostino d'Ippona, Contra Faustum;

- Leone I Papa, De Pentecoste;

- San Girolamo, Epistole;

- Tertulliano, De Baptismo;

- George Dumézil, Feste Romane, ed. Il Melangolo, Genova 1989;

- Dario Sabbatucci, La Religione di Roma Antica, Il Saggiatore, Milano, 1989;

Approfondimenti

1 L'offerta di un covone d'orzo inaugurava questo lungo lasso di tempo tripartito, allo stesso modo in cui l'offerta di pani con esso prodotti ne segnava il momento mediano. Per quanto non si può escludere che originariamente, data la natura pastorale e nomadica delle genti israelitiche, la festività prevedesse altri tipi di ritualità e sacrifici; a tal riguardo, sappiamo che venivano offerti anche due agnelli l'anno, uno in segno di pace mentre l'altro era un capro in segno d'espiazione dei peccati, assieme all'olocausto di sette agnelli privi di difetti assieme a un vitello e una coppia di arieti (Levitico XXIII, XVIII – XIX) ma su questo punto esistenza discordanza numerica rispetto a quanto enunciato nei Numeri (XXVIII, XXVI – XXXI). A ogni modo la Legge Mosaica, rivolgendosi oramai a una popolazione prettamente stanziale e agricola, ben si adattò ai bisogni e alle abitudini della gente che la osservava.

2 In epoca più tarda ci si riferì a essa con il termine ’Asereth o ’Asartha, cioè "Assemblea Solenne", in virtù di quanto analizzato nel capitolo dedicato alle Origini della Pasqua.

3L'offerta sacrificale consisteva in due forme di pane lievitato preparato con 2/10 di efa, oppure farina prodotta con il grano nuovo (Levitico XXIII, XVII ed Esodo XXIV, XXII); il pane così preparato non poteva essere posto direttamente sull'altare (Levitico II, XI) ma "Sollevato", quindi "Presentato", al Signore. Una forma era destinata al Sommo Kohen mentre l'altra era equamente divisa tra i sacrdoti che ne mangiavano all'interno dei sacri recinti.

4Sacerdote della religione israelita.

5I Figli di Beniamino, rimasti donne, rapiscono le figlie di Silo che si recano a danzare tra i vigneti in occasione della festa in onore di YHWH. Fu proprio questo carattere autunnale, assieme all'associazione con la fertilità vegetale e ai vigneti, che indusse Plutarco a paragonare il Dio d'Israele a Dioniso.

6 Così venne definita, nel Deuteronomio, la Festività Autunnale.

7 La data è ancora oggi oggetto di discussione ma oggigiorno gli ebrei celebrano Shavu'ot cinquanta giorni dopo il 16 di Nisan.

8 Policarpo di Smirne (Smirne, 69 circa – Smirne, 155 - 156 / 161 – 169 / 177), vescovo, teologo e santo greco del periodo antico; discepolo dell'Apostolo Giovanni il Presbitero, figlio di genitori cristiani divenne Vescovo della città durante il Principato dell'Imperatore Traiano venendo eletto per volontà diretta degli Apostoli. Fu uno dei teologi più stimati e autorevoli del suo tempo, scrisse numerose opere delle quali è sopravvissuta solo la Lettera di Policarpo ai Filippesi indirizzata alla comunità di Filippi tra il 107 e il 140. Venne catturato per ordine del Proconsole Stazio Quadrato e, rifiutatosi di abiurare sacrificando all'Imperatore, fu condannato alla pena capitale tramite rogo dello stadio della sua città: l'agiografia narra che le fiamme non riuscirono a intaccare le sue carni, per cui fu un colpo di pugnale a metter fine alla sua vita terrena. La data del martirio è oggetto d'incertezza, venendo posta da alcuni studiosi al 23 febbraio del 177, mentre altri propendono per il 155 - 156 o gli anni compresi tra il 161 e il 169.

9 Vescovo, teologo, santo e uno dei Padri della Chiesa. Vescovo della città di Lugdunum (attuale Lione), sembra fu martire nel 202 sotto l'Imperatore Settimio Severo. La sua dottrina venne largamente ispirata dal già incontrato Policarpo da Smirne e fu un fiero oppositore delle varie eresie che, in quel periodo, iniziavano a circolare con sempre più forza nell'ambito apostolico: fu in particolar modo ostile allo gnosticismo. Dei suoi scritti ci sono pervenuti integri solamente Adversus haereses ("Contro le Eresie", titolo convenzionale riassumente l'originale greco Ελεγχος καὶ ἀνατροπὴ τῆς ψευδωνύμον γνώσεος - "Smascheramento e confutazione della falsa gnosi" giuntaci attraverso una traduzione latina risalente datata al IV secolo) e Demonstratio apostolicae praedicationis ("Dimostrazione della predicazione apostolica"), quest'ultima sopavvissuta in una traduzione in lingua armena risalente al secolo VI.

10Nel De Baptismo, XIX.

11Non viene specificato se tale fenomeno valesse anche per le donne (Atti, X)

12 In Atti X, XXXVI si è testimoni di uno dei pochissimi passi dove viene esplicitamente affermato che Cristo E' Dio e Signore di tutte le Genti, venendo utilizzato il termine πάντων Κύριος dove Kyrios è il termine di più larga diffusione per riferirsi a Dio nelle scritture di lingua greca.

13 Stricto Sensu, Dio è percepito come pura luce dunque priva di ogni ombra, ergo quest'ultima menzionata in Luca altro non sarebbe che un effetto generato dalla distensione di un qualcosa di divino, come le ali della colomba dello Spirito Santo che si posa sugli Apostoli.

14 Rosalia, Violaria, Parentalia e il genetliaco del defunto.

15 Da un calendario militare proveniente dalla Siria veniamo a conoscenza di riti funebri floreali officiati dai commilitoni in onore dei loro compagni caduti.

16 Piccola area delimitata un recinto, priva di copertura e con al centro un'ara: solitamente consacrata a Divinità minori, spesso si trovava in propinquità di edicole, fontane, statue o mensae per le offerte. Il suo nome deriva dalla contrazione del vocabolo "sacrum", stante per "sacro". Venne poi mutuata dal cristianesimo, nel quale ancora sopravvive spesso com luogo di devozione per edicole poste nelle strade periferiche o rurali.

17 Sembra che la prima "infiorata" venne realizzata a Roma nella metà del XVII secolo in occasione della cosiddetta festa floreale: Benedetto Drei, responsabile della flora vaticana, avrebbe inaugurato questa costumanza realizzando dei quadri di immagini sacre adornate di fiori il 29 giugno 1625, giorno della celebrazione dei Santi Pietro e Paolo, per i quali avevano usato "fiori frondati e minuzzati ad emulazione dell'opere del mosaico" . Nel 1633 un altro quadro venne così creato da Stefano Speranza, intimo collaboratore del Bernini: morto Drei, fu proprio il Bernini a succedergli e "da Roma quest'arte si divulgò": la prima infiorata allestita per la celebrazione del Corpus Domini (vedi nota seguente) fu allestita nel 1778 (o al 6 giugno 1782) a Genzano lungo la Via Sforza, (in precedenza solo piccoli tratti erano coperti da tappeti floreali).

18 La Sollemnitas Ss.mi Corporis et Sanguinis Christi è una festività mobile, essendo collegata alla calendarizzazione della Pentecoste, cadendo il giovedì della II settimana dopo quest'ultima, durante la quale viene celebrata la reale presenza di Cristo nell'Eucaristia. Nacque nel 1247 nella diocesi di Liegi in Belgio come reazione alla tesi di Berengario di Tours (Tours, 988 – Saint Cosme, 6 gennaio 1088) il quale sosteneva l'esclusiva simbolicità della presenza del Messia in tale solennità.

19 Vedesi la festa dell'Infiorata tiburtina in occasione della processione della Madonna del Santuario di Quintiliolo.



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