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Le origini del Carnevale.

A cura del dott. Stefano Del Priore.

Goliardia, scherzi, parate in maschera, ricchi carri allegorici, banchetti e dolci, ilarità sfrenata e crapuloneria: il Carnevale, nell’immaginario odierno, rappresenta un periodo festivo all’insegna del godimento e della giocosità. Da cosa trae origine tale ricorrenza e quale lungo percorso ha attraversato per diventare come noi lo conosciamo?

LE ORIGINI REMOTE

Il termine “Carnevale” deriva con elevata probabilità o dalla contrazione del latino medievale “Carnem Levare” significante “levare e/o eliminare la carne”, stante a indicare il banchetto da tenersi durante l’ultimo giorno del Carnevale, ilMartedì Grasso, prima dell’astinenza purificatoria che sarebbe proseguita fino al giorno della Quaresima, per un totale di 40-44 giorni (lo stesso periodo di digiuno, mortificazione e penitenza osservata dal Cristo durante la sua peregrinazione nel deserto), oppure dal termine latino classico Carrus Navalis. Muoversi a fondo tra le origini di una festività dalle connotazioni particolari come il Carnevale non è impresa semplice, a maggior ragione considerando le molteplici trasformazioni subite dalla stessa nel corso dei secoli e, ancor più importante, della poliantea di tradizioni che vi sono confluite.

Iniziamo con l’affermare che il mese di febbraio, nell’antico calendario romano, era il mese dedicato alle purificazioni e alla riparazione degli errori commessi: in latino il verbo “februare” significava per l’appunto purificare o rimediare a degli errori compiuti e in tale periodo erano officiati rituali in onore dell’arcaica divinità etrusca Februus e la sua consorteFebronia, i cui rituali raggiungevano l’apice il giorno 14. A seguito dell’ascesa al potere del culto cristiano i medesimi rituali vennero trasferiti nel culto di Santa Febronia (IV secolo dell’era cristiana), prima che il vescovo romano e martireValentino (176-273) si appropriasse della celebrazione, traslando Febronia al 25 di giugno. I tratti distintivi propri del periodo carnascialesco possono essere facilmente rintracciati in famose festività pagane quali i Saturnalia romani (trattati nell’articolo “Le Origini del Natale”) e le ᾿Ανϑεστήρια-Antesterie dedicate al DioΔιόνυσος (Dionysos), discusse nell’articolo “Le Origini del Capodanno”: queste festività erano ambedue caratterizzate da euforia, sovvertimento delle regole metafisiche e civili, ribaltamento dell’ordine divino e sociale, libertà sfrenate e ricchi banchetti. Con il tempo, però, i Saturnalia perdettero molto del loro significato primevo, divenendo via via sempre più strettamente legati a connotazioni licenziose e orgiastiche, all’insegna della crapuloneria e delle gozzoviglie, tratti distintivi estremamente similari a ciò che il Carnevale divenne nel corso del tempo.

Il significato intrinseco di tutto ciò, il più remoto e arcaico, è da ricercarsi in una dissoluzione dell’ordine in favore del Caos, il Caos primigenio distruttore e generatore di vita al tempo stesso, entro il quale far convogliare le esauste energie dell’astro solare al fine di propiziare il ritorno alla vita, alla fertilità e all’abbondanza. Originariamente infatti, come abbiamo avuto modo di analizzare nei precedenti scritti, l’anno solare iniziava al principio della primavera e del ciclo agricolo, solitamente in marzo: in Babilonia, a cavallo tra l’inizio dell’anno e l’equinozio di primavera, nella corte reale veniva inscenata la battaglia cosmica, rinnovatrice di vita, tra il Dio Marduk e la Dea del Caos Tiamat, il Drago Divino. Le forze negative, da sempre all’opera per contrastare le positive, avrebbero osteggiato la restaurazione dell’Ordine attraverso la morte di Marduk, il quale sarebbe però risorto dopo tre giorni divenendo il Salvatore, sconfiggendo Tiamat e lacerandone il corpo dal quale avrebbe tratto la Vita: in questo periodo di resurrezione, vissuto con grandissima gioia e illimitata libertà, la città di Babilonia era solcata da imponenti cortei e regali vascelli a ruote sulla cui sommità svettavano il Dio Luna Sin e il Dio Sole Bēl, diretti al grande tempio della città simboleggiante il rinnovato patto con la Terra. In Egitto, le celebrazioni della DeaIsis nel periodo corrispondente al nostro 6 di gennaio erano connotate da sacrifici suini, la cui carne era ritenuta così sacra da divenire “impura”, e cortei di gruppi mascherati. Nelle Antesterie la città era attraversata da un carro, il cui auriga rappresentava la forza cosmica del ritorno alla vita a seguito dell’avvento del Caos, mentre a Roma il vecchio anno era iconizzato nell’aspetto di un uomo molto anziano, coperto di logore pelli di capra, chiamato Mamurio Veturio, un personaggio semi-mitico della Roma Regia delle origini.

In questo lungo periodo che conduceva all’inizio dell’anno, non dobbiamo dimenticare altre festività romane che hanno contribuito a formare il ricco corpus di tradizioni confluite nel Carnevale:
- il 13 febbraio si festeggiavano i Parentalia in onore dei degli avi, della durata di 9 giorni; le porte dei templi erano serrate, la celebrazione dei matrimoni era vietata e si offrivano corone di fiori in memoria dei defunti.
- Il 21 febbraio era la volta dei Feralia, dedicati alla Dea Fiera, arcaica manifestazione italica della dominanza sulla natura, ed era usanza consumare pane e vino accanto alle tombe degli antenati: tale rituale venne incorporato dell’Eucarestia cristiana, eliminando però la costumanza delle tombe, e traslando tale rito tra le mura di luoghi consacrati, alla presenza di un sacerdote.
- Il 23 febbraio era la volta dei Terminalia, al VI miglio della via Laurentina, in onore del pacifico Dio Termine, questa divinità, sovrintendente limiti, termini e confini tanto fisici quanto spirituali, aborriva i sacrifici violenti e pertanto era consuetudine offrirgli petali di fiori e foglie, ornando i suoi simulacri. L’ultima celebrazione che analizzeremo appartenente al mondo romano è la Navigium Isidiso Ploiaphesia, significante “La Nave/Imbarcazione di Iside”, ovverosia un rito comprendente cortei in maschera mutuata dalla religione egizia: questa festività, dai connotati estremamente festosi e gioiosi, celebrava la Dea Isis e la resurrezione di suo fratello, nonché sposo, Osiris. Narra il mito che Osiris, a seguito di un complotto ordito dal fratello Seth, venne ucciso e smembrato in 13 parti disperse poi nelle lande d’Egitto: l’inconsolabile Isis si mise alla ricerca del corpo straziato dell’amato sposo, viaggiando per terre e mari, ricomponendolo e riportandolo alla vita attraverso un rituale che, al giorno d’oggi, definiremmo quanto meno “osceno”. La festività di Isis, giunta a noi attraverso la testimonianza scritta di Apuleius (125-170 d. C.) nelle sue Metamorphoseon libri XI -

Le Metaformosi, giunto a noi integralmente, conobbe popolarità contestualmente alla diffusione plenaria della religione isiaca nel mondo romano attorno all’anno 150 dopo Cristo ma, ovviamente, risale a tempi ben più antichi, appartenendo alla sfera della ritualità sacra dell’antico Egitto: era celebrata sin da tempi immemori nel primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, assimilandosi de facto alla Pasqua cattolica celebrata la domenica successiva all’equinozio di primavera. L’Imperatore Gaius Iulius Caesar Augustus Germanicus (12-41 dell’era cristiana), soprannominato “Caligola”, era un devoto fedele della Dea Isis e grazie alle descrizioni di Apuleius possiamo riconoscere con elevata probabilità delle celebrazioni isiache nelle grandi feste orgiastiche che si tenevano nella maestosa nave-palazzo dell’Imperatore, presso il lago di Nemi.
Perché, però, la denominazione di Navigium Isidis? La risposta è quantomai interessante: la Dea Isis era infatti anche una divinità posta a protezione dei naviganti e del mare in generale e la sua “barca” rappresentava l’imbarcazione lunare, notturna e psicopompa, sulla quale erano traghettate le anime dei defunti verso la Duat, l’oltretomba stellato, alla cui guardia era posto il Dio cinocefaloAnubis. I domini di Isis quale protettrice dei naviganti e Signora del Mare furono, successivamente, acquisiti dalla Vergine Maria il cui figlio, il Cristo, s’impossessò anche delle sfere d’influenza di Horus, il Dio Falco egizio nato dall’unione diOsiris e Isis. Nella religione romana, la barca isiaca era collocata su di un carro trainato da uomini mascherati, le cui fattezze richiamavano esseri ctoniiappartenenti al mondo dei morti e al dominio dell’aldilà. Nel mondo egizio, la caratterizzazione originaria di queste creature era spaventosa e inquietante ma, nel mondo romano, venne arricchita con un dettaglio sconosciuto al rito originario: l’ilarità, la burla, lo scherno.

Sovente erano infatti ritratti, con fattezze grottesche e goffe, i personaggi di maggior spicco dell’epoca quali senatori, politici, generali e perfino gli Imperatori, nella più pura concezione dello spirito sarcastico e denigratorio romano ai danni dei potenti (peculiarità che, nonostante i millenni trascorsi, ancora qualifica i romani odierni!): alle celebrazioni del Carrus Navalisera ammesso chiunque, dal più infimo schiavo sino alla famiglia imperiale, e lunghe processioni, accompagnate da musica, mimi, acrobati, danzatori e musici, si snodavano lungo le vie cittadine. Le matrone, solitamente legate a rigidissimi codici comportamentali concernenti la vita pubblica, potevano concedersi ampie libertà in fatto di abbigliamento e atteggiamenti, risparmiandosi le violente critiche alle quali sarebbero state sottoposte in giorni “ordinari”, partecipando alle libagioni e vestendo abiti ben più succinti dei canonici pepli. Il popolo, parimenti, usava camuffarsi e mascherarsi gravitando attorno al grande carro navale il quale custodiva uno scrigno chiuso ermeticamente, simboleggiante sia il cosmico uovo protogonico latore di nuova vita che la morte stessa, insondabile e inscindibilmente legata alla forza rigeneratrice dell’Universo. Nel mondo romano le maschere, come da tradizione, rappresentavano gli spiriti degli antenati i quali potevano, in virtù del sovvertimento delle leggi cosmogoniche e metafisiche, visitare il mondo terreno e transitarvi per qualche tempo: riconoscendo se stessi attraverso le maschere, avrebbero potuto “possedere” il corpo di colui che le indossava e parlare, proferendo vaticini e profezie (durante questi giorni fattucchiere, indovine e ciarlatani guadagnavano somme ingenti, appostati presso le edicole e gli incroci delle strade e le autorità, seppur controvoglia, tolleravano la loro presenza).

La valenza primordiale di queste ritualità, che al giorno d’oggi potrebbero apparire ad occhi profani quantomeno assurde, è da contestualizzarsi nell’eterno ciclo di nascita, vita, morte e resurrezione dei tempi cosmici entro i quali ogni forma di vita, tanto mortale quanto divina, era inserita: affinché un nuovo ciclo possa sorgere sotto i migliori auspici, è necessario distruggere il precedente ribaltando ogni costumanza e ordine sociale, ogni legge metafisica, ogni confine materiale e spirituale, sovvertendo lo status quo di qualunque manifestazione, provvedendo a purificarsi attraverso cerimonie apotropaiche, beneauguranti e goliardiche.


Pittura murale proveniente da Ostia antica raffigurante il Navigium Isidis, scoperta presso il campo della Magna Mater, risalente circa al 211 d.C.

IL CARNEVALE NEL MEDIOEVO

Come può ben immaginarsi, le valenze profondamente pagane e dissacranti, intrinsecamente legate allo spirito di questa particolare festività, resero ostica l’accettazione e l’assorbimento del Carnevale da parte della religione cristiana. Persino nel periodo del tardo medioevo, quando sarebbe stato logico supporre un totale dominio della religione del Cristo e il completo debellamento del paganesimo, vi erano presenti ancora moltissime sacche di resistenza degli antichi culti nelle campagne, lontane dai centri abitati e dunque dalle sedi del potere episcopale, soprattutto nelle foreste delle regioni balto-slave, ove tali credenze perdurarono sino al XVI secolo inoltrato, conoscendo anche durissimi fenomeni di “conversione” al Verbo cristiano sfociati in vere e proprie spedizioni punitive dai connotati deprecabili.

Nel medioevo il Carnevale divenne, al di là della cortina “ufficiale” della celebrazione, la festività della liberazione dai legami opprimenti e dominanti della Verità Incarnata, la cancellazione dei regimi gerarchici imposti dai governi Spirituale e Temporale, i Due Soli dell’età di mezzo: la Festa dei Pazzi e leAsinarie (durante le quali un asino era recato in chiesa e diveniva oggetto di culto)entrarono, seppur debitamente “revisionate”, tra le solenni celebrazioni cristiane celando, nonostante i severi divieti, significati legati alla rinascita della Terra e al ciclo delle stagioni. Così come in antichità, inconsciamente, ci si slegava dai dettami sociali, dai privilegi propri delle caste, dai tabù, dalle regole piramidali e venendo a contatto con altre “realtà”, in una sorta di periodo sospeso nel tempo privo di contestualizzazione, il mondo veniva letteralmente “ribaltato”. Le classi meno abbienti quali i plebei potevano immaginare, e vivere, un mondo dove avrebbero potuto sognare d’assaporare concetti che mai avrebbero ottenuto nella loro vita quali uguaglianza, agiatezza, lusso e spensieratezza: una caratteristica che rimanda fortemente alla valenza dei Saturnalia romani, seppur connotata da una valenza ancor più profonda perché se nell’antica Roma era possibile per unLiberto, uno schiavo affrancato, diventare ricco e benestante, ciò era letteralmente un’utopia per i poveri nel medioevo. Durante la festività i divertimenti, la comicità, la satira, musica e giocolieri affollavano per interi giorni le strade e, contestualmente, venivano eletti un “Re” e una “Regina” del Carnevale i quali sarebbero stati oggetti di dileggio, burle e scherzi anche piuttosto crudeli: spesso questi “regnanti” non erano altro che fantocci i quali sarebbero stati, durante ilMartedì Grasso, legati, bruciati, decapitati o annegati.

Dietro questi gesti apparentemente folli si celano in realtà gli echi dei sacrifici rituali propri del mondo antico dove delle controfigure dei sovrani erano create ad hoc per questo periodo di rinnovamento e immolate: originariamente, negli angoli immemori della storia umana, i Re Sacri erano assassinati cruentemente poiché la loro vita e il loro sangue erano ritenuti necessari affinché la Madre Terra potesse trarre da essi le energie necessarie, utili alla sua resurrezione, ma nel tempo, come abbiamo avuto modo di osservare già con i sovrani babilonesi, queste credenze vennero “mitigate” prima con la creazione di Re “fasulli” (solitamente prigionieri o condannati a morte) e poi sostituiti con dei fantocci di paglia e vimini. Altre figure tipiche del Carnevale medievale erano predicatori, giullari e Clerici Vagantes i quali esortavano il popolo a godere della vita, rinfrancandolo moralmente e tentando di distogliere la loro attenzione dalle continue pestilenze, carestie e guerre che li affliggevano: i riti civili, quelli ufficiali, i tornei e le celebrazioni erano anch’essi oggetto di scherno, satire e parodie. Le prime testimonianze degne di una certa affidabilità riguardo all’uso del termine “carnevale” (o “carnevalo”) provengono dai testi giullareschi di Matanzone da Caligano, nel XIII secolo, e da Giovanni Sercambi nel XV. Nel medesimo periodo nella Roma papalina si organizzavano corse di cavalli denominate “dei Barberi” e si praticava il gioco dei moccoletti, nel quale si tentava di spegnere la fiamma degli altri concorrenti; a Firenze la nobile famiglia dei Medici era solita organizzare, con enorme sfarzo, grandi sfilate e parate denominate Trionfi, nelle quali si esibivano buffoni, giocolieri, giullari e cortei mascherati: famosi sono i Canti Carnascialeschi composti dalla mano diLorenzo de’ Medici, tra i quali spicca il celeberrimo Trionfo di Bacco e Arianna, capolavoro del Magnifico. In conclusione, come scritto dallo studioso di religioniMircea Eliade nel suo magistrale saggio “Il Mito dell’Eterno Ritorno”, il periodo carnevalesco altro non è che il retaggio degli ancestrali rituali della regressione cosmica, prodroma a una nuova nascita della Cosmogonia attraverso il passaggio dissolutore del Caos: le processioni dei figuranti (la figura di Arlecchino, mascherato e armato di bastone, è una figura dai palesi richiami inferi del mondo nord europeo, il suo nome deriva dal germanico Hölle König, il “Re dell’Inferno”), gli spiriti dei morti, le incarnazioni del Vecchio Anno e del Nuovo altro non sono che riti purificatori, diffusi presso tutti i popoli indoeuropei e semitico-accadici, necessari affinché dalle ceneri della distruzione possa sorgere la Vita, rinnovata e carica di energia.

Gli antenati, sfruttando l’abbattimento delle barriere temporali e fisiche, avevano la possibilità di mescolarsi nuovamente al mondo mortale tornando ad essere vivi per un limitato periodo di tempo e non è certamente un caso che le maschere fossero chiamate Larvae, ovverosia “fantasmi, spiriti”, nel mondo medievale; parimenti le orgie, la mescolanza fisica e spirituale dei corpi incarnati, simboleggiavano l’abolimento delle costumanze, della legalità, dei rigidi schemi sociali. La restaurazione dell’Illud Tempus, il momento della creazione originario dove ogni forma era confusa e fusa radicalmente con il Tutto, simboleggiava il ritorno alle origini del Caos Primordiale, il grande Brodo Cosmico dal quale ogni forma esistente sarebbe poi sorta prendendo forma e incarnandosi nella materialità: il Diluvio Universale, l’ἐκπύρωσις o Apocalisse, ilRagnarǫk norreno altro non erano se non un annegamento, una conflagrazione su scala universale dove il Creato con ogni sua esistenza sarebbe stato privato del corpo tornando a uno stato paragonabile alla vita nel liquido amniotico o nel Brodo Prebiotico. Il Tutto nel Nulla, il Tempo delle Origini dove ogni forma era Vita seppur priva di sostanza.


Festa in maschera, Salterio di Luttrell, XIV secolo.

IL CARNEVALE TIBURTINO

Possiamo affermare con una ragionevole dose di certezza che l’origine dei festeggiamenti carnascialeschi locali affondi le sue radici nel periodo estense, sul finire del ‘500, quando il Cardinale Ippolito II d’Este stabilì la sua residenza nelle terre tiburtine. Il nobile prelato, in netta controtendenza con lo stile di vita retrogrado e rurale che la nostra città conduceva all’epoca, iniziò ad invitare eminenti personaggi della vita politica e mondana del XVI secolo, al fine di poter trascorrere lietamente il Carnevale assieme a loro.
La costruzione dei rinomati carri allegorici tiburtini, pregevoli per fattura e realizzazione, viene invece fatta risalire al periodo immediatamente successivo all’unificazione d’Italia: imponenti cortei di persone si riversavano per le strade, sfilando accanto ai carri quando il suono dei tamburelli, assieme alle recitazioni di satirici e dileggianti stornelli in dialetto, scandiva l’inizio dei festeggiamenti la mattina del 17 gennaio. Originariamente il luogo deputato alle celebrazioni era la piazza dell’Olmo, l’attuale piazza Domenico Tani, l’antico centro e cuore della città di Tivoli: vi si costruiva un fantoccio di cartapesta, rappresentante il Re del Carnevale, a cui successivamente si dava fuoco e le sue ceneri erano sparse il giorno successivo, nella cerimonia dell’imposizione delle ceneri celebrata nella Basilica Cattedrale di San Lorenzo, come simbolo di penitenza per i peccati commessi durante il periodo di Carnevale.
Successivamente, dal 1870 in poi, le celebrazioni vennero spostate nella Piazza della Regina, l’attuale Piazza Plebiscito.
A causa delle guerre e di numerosi problemi legati alla politica interna, il Carnevale fu quasi del tutto dimenticato fino al 1933, quando sotto il regime fascista conobbe un secondo periodo di rinomanza, affiancato da manifestazioni ginniche, gare atletiche e parate. Al termine del secondo conflitto mondiale, nonostante Tivoli avesse pagato un terribile prezzo in vite umane e la città fosse stata rovinosamente bombardata, l’entusiasmo pervase nuovamente i tiburtini, con un desiderio forse mai provato in precedenza, di festeggiare il tanto amato Carnevale: pochissimi mezzi a disposizione ma una fervente volontà di liberarsi dagli orrori poc’anzi vissuti, davvero travolgente e straripante, con stelle filanti, confetti e coriandoli che tornarono a librarsi nel cielo della Superba.


Preparazione dei carri allegorici in cartapesta, Carnevale tiburtino 2017, foto di Giuseppe Cordella.


LA BENEDIZIONE DEGLI ANIMALI DI SANT’ANTONIO ABATE

La benedizione degli animali di Sant’Antonio Abate (Coma 251 - Tebaide 356 dell’era cristiana) è la ricorrenza con la quale, tradizionalmente, si dà inizio alle festività carnevalesche nostrane: il 17 gennaio infatti, ricorrenza della morte, si celebra la sua commemorazione nella nostra Tivoli, così come in tutta Italia. Il santo in questione non ebbe nessun legame con l’Italia, essendo stato un monaco egiziano morto attorno al IV secolo: fu eremita, primo abate della storia e considerato il fondatore del monachesimo cristiano. La conoscenza di dettagli della sua esistenza la dobbiamo alla Vita Antonii, pubblicata nel 357 d. C., opera agiografica scritta dal vescovo alessandrino Atanasio che lo conobbe di persona e fu suo alleato nella lotta all’arianesimo.
Fin dall’epoca medievale Sant’Antonio fu considerato protettore e patrono dei macellai, dei contadini, degli allevatori e degli animali domestici: quest’ultima sua peculiarità piuttosto singolare deriva dalla consuetudine che volle, a partire dal XI secolo in Germania, in ogni abitazione presente nei villaggi, l’allevamento di un maiale appositamente destinato agli ospedali dove prestavano servizio i monaci dell’ordine di Sant’Antonio poiché era usanza degli antoniani spalmare grasso suino sulle ferite, come medicamento emolliente utile al trattamento delle piaghe. Nonostante gli abitanti dei villaggi lamentassero l’eccessiva presenza di maiali selvatici per le vie, e il seguente divieto comunale agì per impedirne la libera circolazione, la salvaguardia e l’integrità dei maiali di proprietà degli antoniani era tutelata e garantita poiché essi ne ricavavano cibo per sostentare i malati e medicamenti utili alla guarigione dei sofferenti: chiunque avesse dunque rubato un suino sacro ad Antonio avrebbe conosciuto castigo e punizione divina.
L’Ordine dei Canonici Ospedalieri Antoniani venne ufficializzato da Bonifacio VIII nel 1297. La tradizione agiografica prima e la folkloristica poi, identificavano l’eremita egiziano anche come un potentissimo taumaturgo in grado di sanare ogni ferita e debellare qualunque malattia, per quanto terribile e spaventosa potesse essere.
La benedizione degli animali domestici del Santo, solitamente da realizzarsi mediante l’ausilio di fuochi purificatori, deve le sue origini a festività diffuse in tutto il panorama religioso indoeuropeo quali la romana Lustratio ad Palilia (21 aprile) in onore della Dea Pales, protettrice di greggi e pastori, e l’Imbolc celtico il 2 febbraio: venivano attuati rituali purificatori volti a scongiurare afflizioni o malattie del bestiame, si preparavano formaggi e prodotti caseari utili al sostentamento e giovani agnelli erano partoriti in quel periodo. L’Imbolc celtico celebrava il ritorno alla luce, il progressivo allungarsi delle ore diurne e l’approssimarsi della primavera latrice di vita: a tale scopo venivano accesi lumi, candele e grandi fuochi nel centro dei villaggi, usanza mutuata poi nel culto di Sant’Antonio. Al giorno d’oggi, la festività di Imbolc, una delle quattro grandi feste calendariali celtiche legate all’accensione di fiamme sacre, è confluita nella celebrazione cristiana della Candelora, benedicente le candele quali simbolo del Cristo che illumina il percorso delle umane genti.


Sant’Antonio Abate nel Libro d’Ore di Catherine de Cleves, risalente al 1440 circa, The Morgan Library Museum.


Fonti bibliografiche:

- Henri-Charles Puech “Storia delle Religioni”, Universale Laterza, 1978:
Il mondo classico”,
Slavi, balti, germani e celti”,
L’Impero romano e l’Oriente”;

- Sir George James Frazer, “Il Ramo d’Oro”, Studio sulla magia e sulla religione, Newton Compton, 2006;

- Mircea Eliade:
Trattato di Storia delle Religioni”, Universale Scientifica Boringhieri, 1976;
Il Mito dell’Eterno Ritorno”, Casa Editrice Borla, 1989;

- Michail Bachtin, “L’opera di Rabelais e la cultura popolare”, Biblioteca Einaudi, 2001;


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