Benvenuti nel sito ufficiale dell'A.P.S. ArcheoTibur di Tivoli (RM).NUOVO ANNALES VOL. 2 DISPONIBILE

Le Origini del 1° Aprile

A cura del dott. Stefano Del Priore

Questa festività è celebrata in diversi Paesi del mondo, seppur al giorno d'oggi sarebbe maggiormente corretto definirla una tradizione, e ha la scopo di organizzare scherzi, burle e tiri mancini ai danni delle vittime precescelte, il tutto con intenzioni bonarie. Molte teorie e supposizioni sono state formulate circa la sua nascita: tradizione moderna, miti atavici contenenti efferati e brutali segreti, antichissimi e cruenti riti appartenenti in origine ad ancestrali divinità anatoliche o celebrazioni gioiose di derivazione romana volte a festeggiare rinascita e resurrezione in ambito vegetativo. Cosa nascondono, in realtà, queste costumanze?

Il Mito della Grande Madre e del Consorte Divino

Κυβέλη – Cibele, figlia degli Dei Primordiali Γῆ – Gea e Οὐρανός – Urano, è una divinità anatolica estremamente antica, della tipologia Magna Mater, originaria della Frigia e del Monte Ida presso la mitica Troia, il cui centro di culto era sito nella città di Pessinunte: essa simboleggiava le forze ambivalenti della Natura, Creatrici e Distruttrici, era percepita come Ἡ Πότνια Θηρῶν – Potnia Theròn ("Signora degli animali"). Il suo culto, transitando dalla Lidia, giunse sino alle colonie elleniche, dove fu assimilata alla Madre degli Dei Rea, site in territorio anatolico per poi approdare nel continente europeo in un momento di estrema necessità per la Repubblica Romana (in territorio italico venne associata alla Magna Mater italica Cupra1). Iconograficamente venne rappresentata come seduta su di un trono, o un carro, a cui piedi sono assisi due leoni o leopardi (identificati con Melanione e Atalanta così mutati da Zeus perchè colpevoli di aver profonato il tempio della Dea Cibele e condannati a trascinare il carro della Divinità), avente sul capo una corona turrita e accompagnata dal suo Divino consorte Attis e dal corteo dei sacerdoti: il culto della Dea è strettamente connesso a quello di Attis, del quale esistono molteplici versioni. Una di esse narra che Zeus fosse invaghito di Cibele e cercasse inutilmente di unirsi carnalmente a lei: una notte, tormentato dal desiderio durante il sonno, eiaculò il suo seme su di una pietra generando l'ermafrodito Agdistis, dall'indole violenta e malvagia che con i suoi comportamenti iniqui era fonte di oltraggio nei confronti degli Dei. A cagione di ciò Dioniso (da sempre avvezzo a burle più o meno crudeli) oramai stanco di tollerare questa situazione, architettò una terrificante beffa ai danni del malvagio fratellastro: avendolo accompagnato sino a un enorme albero di melograno, lo fece bere vino in quantità smodata fino a che Agdistis cadde addormentato completamente ubriaco restando aggrappato a un ramo, in equilibrio precario. Il Dio del Monte Nisa dunque legò una cordicella ai tuoi testicoli e, sceso a terra, scosse l'albero con tutta la forza che aveva in corpo: il movimento repentino e violento svegliò bruscamente l'ermafrodito, al quale così facendo vennero strappati via i genitali e lasciandolo morire dissanguato così che il fluido vitale inzuppò il terreno circostante e l'albero di melograno, dal quale spuntarono numerosi e succosi frutti. Una ninfa del fiume Sangario (quindi una Potameide di nome Sangaride), l'attuale Sakarya, corso d'acqua che scorreva nelle vicinanze, sfiorò solamente uno di quegi scarlatti pomi restando incinta di un essere d'impareggiabile splendore: nacque così Attis il Bello, l'eterno amore della Dea Cibele. Si narra che ella suonasse la lira solo per lui e ne impegnasse le virtù in interminabili e voluttuosi amplessi ma che, ingrato e irriconoscente, egli lasciò la di lei compagnia preferendole quella di altre donne mortali: nulla poteva sfuggire allo sguardo penetrante e ultraterreno della Dea, assisa sul suo carro – trono trainato da regali felini. Fu così che la Dea lo scoprì intento nel dilettarsi in giochi d'amore con una donna terrena, convinto che le fronde di un maestoso pino potessero occultare il suo peccato: così non fu ed egli, macerato dal rimorso e dai sensi di colpa, si tolse la vita all'ombra del sempreverde fusto. Un'altra versione del mito narra invece che Attis fosse il figlio carnale nonchè amante della Dea Cibele, mentre la ninfa Sangaride la creatura con la quale egli s'intratteneva durante i viaggi nel reame mortale. Durante un banchetto reale con la figlia del Sovrano di Pessinunte al quale Attis partecipò, l'ermafrodito Agdistis s'innamorò dello splendido giovane ma, vistosi rifiutare, meditò vendetta e fece impazzire il figlio di Cibele il quale, in preda alla follia, fuggì sulle montagne evirandosi o gettandosi da un dirupo: esistono numerosi epiloghi della tragica storia, con Attis che resuscitò oppure che venne salvato dalla Magna Mater afferandolo per i capelli e che ne trasfigurò la natura mutandolo in un maestoso pino non appena i suoi piedi toccarono il suolo. A ogni modo, sembra che Cibele ottenne solamente l'incorruttibilità del corpo di Attis, affinchè seppur morto potesse conservare in eterno la sua leggendaria bellezza. Per quanto concerne le cerimonie anatoliche o giunte nelle colonie elleniche che assorbirono il culto della Divinità del Monte Ida, il poeta romano Catullo (Verona, 84 a.C. - Roma, 54 a.C.) descrisse la cerimonia officiata dai sacerdoti del culto, chiamati Κορύβαντες – Coribanti2, connotata da danze frenetiche al ritmo di tamburi culminante in evirazioni mediante pietre appuntite, celebrata a ridosso dell'equinozio di primavera e avente carattere funebre e lamentativo in memoria della morte di Attis; Publio Virgilio Marone (Andes, oggi Mantova, 15 ottobre del 70 a.C. - Brundisium, oggi Brindisi, 21 settembre del 19 a.C.), invece, riferisce che nei pressi di Avellino sorgeva un tempio dedicato a Cibele, grossomodo dove oggi insiste l'area del santuario di Montevergine. Queste caratteristiche oscene, licenziose e cruente seguirono Cibele e il suo consorte durante la traversata che li portò in Roma, non senza che alcuni accorgimenti fossero però messi in atto dal senato capitolino.



Statua marmorea di Cibele assisa in trono con corona turrita rinvenuta a Formia nel Lazio
e datata al 60 a.C. circa, attualmente custodita
al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, Danimarca.

Il Sanguem

La festa del Sanguem era officiata in un periodo ricadente tra il 15 e il 28 marzo correlata al mito di Attis e Κυβέλη – Cibele, il cui culto venne introdotto a Roma il 4 aprile del 204 a.C.3 ed era officiata da sacerdoti stranieri conosciuti come Galli, coloro i quali in onore della Dea si erano castrati volontariamente. Le celebrazioni avevano inizio il giorno 15 marzo con una processione conosciuta come Canna Intrat ("Entra la Canna"), la quale raggiungeva il Tempio di Cibele sul Colle Palatino: protagonisti in questa fase erano i cannofori recati fasci di canne simboleggianti l'esposizione rituale di Attis originariamente avvenuta in un canneto. Questa prima fase, analizzandola sotto un punto di vista di magia simpatica, potrebbe aver avuto lo scopo di propiziare le piogge in ambito agricolo; a essa seguiva un periodo di espiazione della durata di 7 giorni noto come Castus Matris, ovverosia "Il Digiuno della Madre". Il 22 marzo aveva inizia la processione dell'Arbor Intrat ("Entra l'albero") la quale aveva lo scopo di celebrare la morte di Attis, attraverso l'abbattimento del pino sacro ipostasi del Dio e così il tronco veniva avvolto da bene scarlatte di lana, fiori di viola e strumenti musicali venivano posti a mò di decorazione, la sommità era coronata con l'effige del Dio giovinetto: i dendrofori avevano il compito di trasportare questo simulacro così agghindato sino al tempio di Cibele, ove sarebbe avvenuta la lamentazione funebre. Due giorni dopo, il 24 marzo, era la volta del Dies Sanguinis e allora Galli praticavano l'Eviratio su di sè nel climax sacrale: indossavano abiti femminili di colore giallo acceso, orecchini, turbanti, gioielli, erano pesantemente truccati, portavano i capelli lunghi sbiancati e scarmigliati chiedendo l'elemosina ai loro seguaci, in cambio della quale predicevano i futuri accadimenti. L'Arcigallo o Gran Sacerdote dava inzio alla frenesia lacerandosi pelle e carne con pietre appuntite, spargendo il suo sangue sul tronco reciso in memoria del sangue versato dal Dio dal quale fiorirono le viole a lui sacre; gli altri sacerdoti della Dea e gli astanti suonavano tamburi e cantavano pervasi da un'estasi orgiastica, si eviravano con pietre appuntite e taglienti, correvano e urlavano al suono di strumenti musicali quali tamburi a cornice e flauti a siringa (o flauto di Pan) e si fustigavano reciprocamente sino far sprizzare il sangue sul selciato stradale: al termine di ciò, il sacro albero veniva chiuso negli ipogei del tempio dove era oggetto di veglia per tutta la notte. Il giorno seguente, il 25 marzo, era il turno degli Hilaria, una delle possibili derivazioni del 1° aprile: tale ritualità era messa in atto in propinquità dell'equinozio di primavera, dunque il primo giorno del nuovo anno in cui le ore diurne superano quelle notturne; come moltissime altre analoghe festività strettamente connesse alle estrinsecazioni del mondo naturale, lo scopo intimo era di accogliere, e propiziare con il lento ma graduale ritorno alla vita dopo la stasi del periodo invernale, augurandosi una nuova stagione gioiosa, ricca e fertile. I riti inscenati in età repubblicana, quando la Dea approdò a Roma, ci sono del tutti ignoti se non per un fugace commento dello storico Valerio Massimo (Roma, I secolo a.C. - Roma, I secolo d.C.) nella sua dotta opera Factorum et dictorum memorabilium libri IX, grazie al quale veniamo a conoscenza dei giochi tenuti in onore della Dea. In epoca imperiale, invece, grazie a Erodiano4 (170 - 250) veniamo a conoscenza di qualche maggior dettaglio quale una lunga e solenne processione nella quale era trasportata una grande effige della Dea, di fronte alla quale erano esposte ricchezze, benidi lusso o molto costosi, opere d'arte et similia appartenenti agli esponenti del ceto abbiente e persino oggetti di proprietà dell'Imperatore stesso: un rito materiale di stampo parafernale. Sembra che la prerogativa dominante di questa festa fosse la possibilità di poter assumere l'identità, mascherandosi adeguatamente, di chiunque si desiderasse persino tra le alte cariche dello Stato, connotando il tutto con giochi, scherzi e ilarità. Il già menzionato Erodiano narra di come, proprio sfruttando tale prerogativa, fu ordito un complotto ordito da Annia Lucilla ai danni dell'Imperatore Commodo suo fratello: il piano prevedeva che alcuni congiurati, mascherati da Guardie Pretoriane, si mescolassero a quelle autentiche così da poter uccidere l'Augusto una volta scortatolo presso le sue stanze personali: la sorella dell'Imperatore fu coadiuvato nell'impresa dal Praefectus Tarrutenio Materno. La congiura, a ogni modo, non andò a buon fine poichè uno dei complici rivelò a Commodo il mortale complotto, il quale fu immediatamente sventato: Erodiano scrisse che "si preferì un imperatore legittimo ad un tiranno usurpatore" e il giorno degli Hilaria tutti i congiurati furono catturati e sacrificati dall'Imperatore alla Dea Cibele, tale che non dovesse mai più temere per simili congiure. Interessante notare come nè Ovidio nei suoi Fasti, tantomeno i Fasti Antiates Maiores, menzionino minimamente gli Hilaria, i quali rappresentavano il climax sacrale, con la resurrezione del Dio Attis, della festività dedicate alla Dea Cibele. Il 26 marzo si osservava un giorno di riposo noto come Requetio, mentre il 27 era il turno della Lavatio, "L'Abluzione", della statua di Cibele: il simulacro recava incastonata nella testa la Divina Pietra Nera e veniva trasportata tramite un carro sino all'ancestrale fiume Almone. Una volta giunti lì la statua veniva spinta nelle acque dalle quali sarebbe stata tratta per mano dell'Arcigallo, che l'avrebbe lavata, asciugata e aspersa di cenere: canti, danze e una processione avrebbe ricondotto la Dea nella sua casa sul Palatino. Il giorno conclusivo del Sanguem era rappresentato dall'Initium Canai, la cerimonia d'inziazione ai riti misterici che connotavano il culto di Attis: la cerimonia, durante la quale gli iziandi consumavano un pasto rituale in strumenti musicali come cimbani e timpani, aveva luogo in un santuario frigio sorgente sul colle Vaticano ubicato al di fuori delle mura urbiche; a seguito di ciò avveniva una processione durante la quale era recato un kernos, una sorta di κρᾶτήρ – cratere al cui interno erano posti dei lumi, e il tutto terminava con una ierogamia dove i novelli iniziati, identificandosi con Attis, si univano carnalmente alla Dea Cibele in un poderoso rituale orgiastico.



Strumento da castrazione bronzeo ornato con i busti sommitali di 
Cibele e Attis:le altre divinità romane simboleggiano i giorni della
 settimana; è considerato un oggetto cultuale per il rituale
 dell
'eviratio praticata dai sacerdoti Galli, fu rinvenuto presso il
London Bridge sul Tamigi,
Londra, UK – Immagine scannerizzata da 
British Art and the Mediterranean, Oxford University Press.


Cibele, Attis e il loro culto

'etimologia del nome relativo al sacerdozio delle due Divinità ha dato origine a differenti interpretazioni, allo stato attuale delle conoscenze tutte più o meno valide. Secondo il geografo bizantino Στέφανος Βυζάντιος - Stefano Bizantino (VI secolo), autore di un importante dizionario geografico dal titolo Etnica e suddiviso in 50 o 60 libri, da un Sovrano chiamato Gallus, mentre Publio Ovidio Nasone lo deriverebbe dal fiume Gallus il cui corso bagnava le terre di Frigia ma non è assolutamente escludibile che il termine possa conservare la memoria delle tribù celtiche dei Galati stanziate nelle regioni anatoliche della Galazia (per l'etimologia di Galati e Galli si rimanda all'articolo "Le Origini di Halloween" in questo stesso libro), mentre in un frammento attribuito a Καλλίμαχος – Callimaco (Cirene, 310 – Alessandria d'Egitto, 235 a.C.) il termine Gallai indicava l'avvenuto atto della castrazione; in ultima analisi, il nome trarrebbe origine dalla parola latina gallus indicante l'animale omonimo. Teorie più complicate ma non per questo meno interessanti o veritieri vedrebbero in Galli la derivazione dell'antico vocabolo sumero Gallu5 indicante i Demoni ("Esseri Potenti") ctoni ermafroditi e ultraterreni che liberarono la Dea sumera Inanna dalla sua cattività e originariamente consacrati al Dio Enki: a riprova di ciò, si potrebbe operare un parallelismo con delle particolari tipologie di appartenenti al sacerdozio mesopotamico denominati Kalu e Gala in sumero, suonanti il timpano (tamburo idiofono a suono determinato) e parte attiva dei sacrifici taurini conosciuti come Taurobolium e con i Galatur, le cui funzioni erano esemplificate nella gestione della sacralità. Anche i Galatur erano transessuali o eunuchi ed erano parte attiva dei rituali liturgici che prevedevano maschere, danze sfrenate, balli e canti nelle cerimonie dedicate alla Grande Ištar, Dea Babilonese dell'amore, della fertilità, della guerra e dell'erotismo, diretta derivazione della già menzionata Inanna. Sin dal principio, un sacerdote e una sacerdotessa frigi erano stati incaricati di sovrintendere al culto della Magna Mater e, d'altronde, non era certamente la prima volta che qualcosa di simile accadeva in Roma: due sacerdoti provenienti da Epidauro erano rimasti al fianco del Dio Asclepio e del suo Serpente divino quando il loro culto venne importato nell'Urbe. A differenza del figlio di Apollo, però, il culto orgiastico, caotico e delirante della Dea e dei suoi sacerdoti eunuchi non poteva approdare a Roma senza generare scandalo e tumulto, dato che l'eviratio era percepita come un reato gravissimo contro la Patria e la religione romana era fondamentalmente animata da un spirito pragmatico e raziocinante al pari degli altri aspetti della vita quotidiana: ai cittadini romani era severamente vietato divenire dei Galli per la ragione sopra indicata, il che significa che i membri del sacerdozio erano tutti provienti da oriente o comunque schiavi, per quanto tale divieto venne revocato sotto il principato di Claudio (41 – 54) ma nuovamente promulgato con Domiziano (14 settembre 86 – 18 settembre 91). Per comprendere appieno il culto e i miti di Attis in Roma, è assolutamente necessario approfondire un poco il suo rapporto con i sacerdoti Galli, senza il quale determinate ritualità risulterebbero del tutto oscuro o, ancor di più, prive di ragion logica. L'evirazione del divino consorte di Cibele risulterebbe dunque strettamente connesso con l'eviratio rituale alla quale il sacerdozio della Berecinzia si sottoponeva volontariamente, quasi come fosse l'eco di un accadimento mitico o la fondazione stessa di un atto rituale affondante le sue radici nel mito, per quanto tale spiegazione non sarebbe sufficiente a districare interamente il mesocosmo di accadimenti che ebbero nella castrazione di Attis il proprio "Tempo Zero", l'atto della genesi vero e proprio: l'istituzione tanto politica quanto religiosa dei Sacerdoti di Pessinunte, i potentissimi "NonRe" la cui figura istituzionale andava ben oltre quella dei Galli. Proprio in virtù delle caratteristiche rituali poco consone secondo il Mos Maiorum romano, quando la Berecinzia Madre degli Dei fu sontuosamente accolta in Roma, furono parimenti attuati dei precisi e rigorosi accorgimenti limitanti il suo culto, quasi fosse percepito sin troppo alieno, sospetto e pericoloso: una serie di decreti senatori, ad esempio, ne regolarono le manifestazioni pubbliche e soprattutto con i contatti con il popolo romano. All'officio del suo culto dovevano essere addetti un sacerdote e una sacerdotessa coadiuvati dai famuli, mentre ai cittadini romani, alle donne e persino i loro schiavi era tassitavamente fatto divieto assumere tali funzioni sacerdotali e/o religiose. Un'altra pesante limitazione fu imposta per quanto la territorialità dei riti e dei sacrifici, i quali si sarebbero potuti tenere esclusivamente all'interno del recinto sacro bordante il santuario sul colle Palatino fatta eccezione per un singolo giorno l'anno, durante il quale era concesso a una processione di portare la Nera Signora a praticare abluzioni rituali in un ruscello gorgogliante nei pressi della Porta Capena ed era proibito ai romani sacrificare alla Dea secondo il suo originario rito anatalico; questue per il sostentamento del culto e del clero erano ovviamente ammesse ma, come poc'anzi descritto, solo in alcuni particolari giorni: come nel caso di Venere Ericina la scelta del sito fu però giusificata dalla natura preromana della Dea e ciò conferma che i figli di Romolo non avessero abrogato la regola secondo la quale, dal 217 a.C., i riti associati alle divinità straniere dovessero essere officiati al di fuori dal sacro Pomerium di Roma; in base alla leggenda di Enea e degli esuli troiani, tanto Cibele quanto Venere Ericina non erano assolutamente considerate divinità straniere. Alla regolamentazione del culto di Cibele, così come avvenne per la maggior parte delle altre Divinità importate a Roma, era assegnato il Praefectus Urbi: in occasione delle feste di aprile veniva condotta al sacrificio una candida giovenca alla quale erano sconosciuti tanto l'attività di lavoro con il gioco, tanto quella sessuale attraverso rapporti carnali con il maschio; venivano parimenti celebrati dei giochi, presto divenuti annuali, conosciuti come Megalensia --> Ludi Megalenses. A tutto ciò si aggiunse una creazione piuttosto singolare, quasi certamente dovuta alla necessità di integrare definitivamente Cibele nel variopinto mosaico religioso che animava il sempre più vasto territorio alle dipendenze di Roma, ovverosia la genesi di Gentes "fittizie", costituite esclusivamente da appartenenti ai ceti aristocratici come principes civitatis e nobiles, il cui compito principale era quello di provvedere al sollazzo della Grande Madre con dei pantagruelici banchetti conosciuti come dominia o mutitationes offerti a turno nelle dimore tutti gli esponenti che componevano questo sodalizi così ricchi e opulenti (seppur ben lontani dagli orgia ellenici) che ben presto i componenti della Confraternita della Grande Madre iniziarono a rivaleggiare tra loro in termini di lusso sfrenato servendo squisiti piatti di cucina orientale, vini greci rari e costosi, consumati in raffinati servizi in argenteria ed esibendo opere d'arte alessandrina. Un Senatoconsulto fu costretto, nel 161 a.C., a limitarne il dispendio: poco meno di mezzo secolo era trascorso dalla loro istituzione ma il gli Anziani dovettero correre ai ripari e votare un decreto attraverso il quale i membri della confraternita giuravano solennamente di rispettarlo, di non spendere più di 120 assi cadauno (esclusi dal computo erano però il costo del vino, dei legumi e della farina), a non utilizzare vasellame in argento dal peso superiore a centro libbre e, assai importante, la provenienza dei vini bevuti durante i banchetti doveva essere rigorosamente nazionale. Il partito conservatore, sempre guidato dall'anziano ma battagliero Catone, aveva ottenuto una nuova vittoria contro il degrado morale dei costumi romani oramai infettati, a loro modo di vedere, da inique e oscene mode straniere: molti giovani avevano aderito con fervore alla restaurazione del Mos Maiorum originario sebbene tutte le leggi, cibarie e suntuarie, erano scarsamente efficaci per contenere eccessi e immoralismi. Sappiamo bene che la confraternita della Grande Madre, così come probabilmente altre, sopravvisse sino in epoca imperiale, essendo computata nel calendario: essendo l'idea della Grande Madre frigia molto cara alla casa imperiale, per via della comune linea che univa tutto la stirpe ai principi troiani, i banchetti dovettero essere allora più fastosi che mai. Questa eccezione alla "cittadinanza" romana per una Dea straniera era stata concessa per via della parentela che legava Roma e la Frigia (la casata di Attalo e Roma erano per l'appunto "Troiugenae") ed era, appunto, da intendersi come un caso straordinario decretato per volontà della classse dirigente mossa però da una stringente necessità; al tempo di Silla, però, la ferale e brutale Dea , proveniente dalla Cappadocia e assimilata a Bellona, compì il medesimo viaggio per mare di Cibele e mise piede sul suolo di Roma. A ogni modo quanto accaduto nel 204 a.C. potè esser considerato eccezionale sotto ogni punto di vista: il raccolto fu il migliore da un decennio, Annibale lasciò l'Italia così come era stato profettizzato dagli oracoli contenuti nei Libri Sibillini. Il Senato ringraziò magnamente gli Dei con l'immolazione di 120 vittime maiores: il prestigio della Dea era definitivamente stabilito, così come la sua completa adozione nel mondo romano: il suo nome fu da allora invocato nelle imprese ardue e nelle battaglie decisive: alcuni decisero persino di recarsi a Pessinunte in pellegrinaggio6, quando il Vicino Oriente si aprì alle armi romane (quasi un sinistro presagio di ciò che accadrà, in effetti, tempo dopo: il ritorno dell'Impero in Oriente, a "Troia", con il crollo dell'Occidente e il sorgere della potenza di Costantinopoli): la transuectio della Grande Madre divenne un autentico romanzo, persino ricco di alcune varianti poichè un avvenimento di tale portata diede ovviamente luogo a divergenze di narrazione, poco importa che esse fossero minuzie o di una determinata rilevanza. Dunque sembra che, a seguito del consenso di e Attalo, gli inviati romani abbiano cercato al Dea fino a Pessinunte oppure l'abbiano prelevata dal Megalesion di Pergamo, oppure che di ritorno l'ambasceria si sia fermata a consultare o meno l'oracolo delfico di Apollo e che il Dio stesso, o i Decemviri consultatori degli Oracoli Sibillini, abbia deciso il protocollo d'accogolienza. Ciò che è davvero rilevante è la composizione dell'ambasceria, la quale fu composta scegliendo tre famiglie di antico lignaggio patrizio e due di di nobiltà plebea: coloro che ebbero il compito di accogliere la Dea furono uno Scipione e una Claudia dato che, sin dai suoi albori, il culto della Dea Cibele venne stabilito come strettamente aristocratico. L'Optimus fu Cornelio Scipione Nasica, ventottenne cugino del più famoso generale, mentre la clarissima domina rispose al nome di Claudia Quinta: la cerimonia per l'accoglienza venne suddivisa in più momenti, precisamente tra lo sbarco a Ostia e l'arrivo vero e propria nella città. Una volta che l'imbarcazione giunse all'imboccatura del porto fluviale, Scipione salì sulla barca e ricevette la Pietra Nera, simbolo della Dea, direttamente dalle mani della coppia di Sacerdoti che fin lì l'avevano scortata: Scipione depose con le sue braccia il monolite a terra e la consegnò alle donne di rango più elevato le quali passandosela a turno quasi fosse una staffetta la caricarono su di una carrozza secondo costumanza di legge nei giorni dei Sacra Publica, facendole così attraversare le circa cinque leghe di distanza che separavano il porto dall'Urbe. Come è lecito attendersi in questi casi, la leggenda alterò sensibilmente la storia vera e propria, soprattutto nel ruolo e nella figura della castissima Claudia la quale, narra il racconto, non venne scelta anticipatamente per prender parte al corteo della Dea a cagione della sua virtù: fu la manifestazione della Divinità stessa, arrestando il percorso della nave al momento del suo ingresso nel porto, a far si che la ragazza intervenisse checchè tutto ciò non fosse stato programmato, mondando la di lei reputazione che, a quanto sembra, non era certo un esempio di impeccabilità. A tal proposito, scrisse Ovidio nei Fasti (Liber IV, 297 – 328) scrisse che:

"Gli uomini affaticano invano le loro braccia per tirare la corda tesa: con gran difficoltà la nave che porta la Dea risale le ostili acque. La terra era rimasta asciutta e riarsa per lungo tempo e a causa della siccità le erbe erano bruciate; la profondità è esigua e la carena affonda nel fango limaccioso. Tutti si sforzano, fanno prodigi e le voci incitano le mani al movimento ma la nave resta immobile al pari di un'isola nel vasto mare. Tutto ciò produce l'effetto di una folgore, gli uomini restano d'un tratto immobili e spaventati. Quinta Claudia apparteneva alla Gens dell'antico Clauso e la sua bellezza non era di certo inferiore al suo lignanggio. Sebbene fosse vituosa, passava per non esserlo a causa di voci ingiuste e accuse prive di fondamento che avevano intaccato la sua reputazione. Le sue acconciature e l'eleganza delle sue vesti le avevano recato torto e, a parere dei severi anziani, la sua favella era sin troppo pungente e ardita. Accade dunque che Claudia si stacca dal gruppo delle oneste matrone e per tre volte versa sul suo capo la limpida acqua del fiume e per altrettante volte leva le mani al cielo, lasciando credere agli astanti che sia uscita di senno. Cade poi in ginocchio e fissa i suoi occhi sul simulacro litico della Dea, con i capelli sciolti la implora in lacrime: <<Sono la tua supplice, Feeconda Madre Divina, accogli la preghiera che ti muovo a una precisa condizione: m'ingiuriano insinuando che non sono casta. Se tu mi condanni mi riconoscerò colpevole e, avvinta dal tuo giudizio divino, espierò la mia colpa dandomi la morte. Se l'accusa però dovesse rivelarsi falsa, tu dovrai darmi una prova tangibile della purezza della mia vita: casta e tu seguirai mani caste!>>. Detto ciò, senza alcuno sforzo apparente, ella tira a sè la corda...la Dea s'avvia seguendo la donna che la conduce e così facendo l'assolve dalle ingiurie. Un clamore di gioia s'eleva fino agli astri...".



Statua marmorea di un sacerdote Arcigallo nei suoi abiti cultuali, II – III secolo d.C.,
dal Museo Archeologico di Cherchell, provincia di Tipaza, Algeria. Immagine tratta da
"The Cults of Roman Empire", pag. 59.



I Veneralia

Concludiamo questo viaggio alle scoperta delle origini del 1°aprile con la festività romana dei Veneralia, cadente proprio il primo giorno del mese di Aprilis: in essa erano celebrate Venere Verticordia, "Colei che apre i cuori", e il suo paredro Fortuna Virile. La natura di questa manifestazione divina fatidica, quasi certamente antecedente al Pantheon romano, è di natura sin troppo vasta e multistratificata per essere analizzata in questa sede senza deviare dall'argomento principale: mi limiterò pertanto a un breve excursus. Le origini di Fortuna sono fondamentalmente ignote, seppur in linea generale si ritiene che sia stata introdotta in Roma da altre località del Lazio in virtù degli antichi, e ben più rinomati di quelli romani, luoghi di culto a essa dedicati in Praeneste e Antium7 (odierne Palestrina e Anzio): nel caso del primo8, esercitò una forte influenza nei confronti della ritualità capitolina. Il Santuario della Fortuna Primigenia, ovverosia "La Prima Nata" tra i figli di Iuppiter Pater ma anche con significato di Primordiale ergo figlia e madre di quest'ultimo al tempo stesso, era celebre in tutto il mondo romano a cagione del culto che vi si praticava: a esso era associato un oracolo i cui vaticini erano proferiti mediante l'estrazione delle sortes, le sorti. I devoti e i fedeli non potevano aver accesso diretto alle sortes, le quali erano incise su tavolette lignee d'ulivo e vergati in antichi caratteri, ma queste venivano pescate da un bambino simboleggiante Iupiter Puer, il Giove Fanciullo oggetto di profonda devozione dalle madri di Praeneste: in età imperiale vi venne affiancato il culto di Iupiter Arcanus, il "Guardiano" che aveva il compito di proteggere l'arca lignea che custodiva al suo interno le sortes; anch'essa era in legno di ulivo, l'albero sovrannaturale che cresceva copiosamente sul terreno ove il Santuario venne edificato. Non è da escludersi, comunque, che i romani avessero elevato a rango divino, in modo spontaneo e coerente con il loro senso di profondo pragmatismo che si rifletteva anche nell'esercizio delle Cose Sacre, quel concetto presente nella loro favella quotidiana dal significato di "sorte favorevole" o "buona fortuna". Fortuna, a ogni modo, ricevette titoli ed epiclesi piuttosto singolari a seconda dei vari culti ai quali era associata, spiegati in modo più o meno convincente con la creazione di leggende ad hoc. Possiamo concordare che il concetto stesso di "Fortuna" abbia favorito una frammentazione volontaria del culto e che l'influenza iconografica dell'ellenica Τύχη - Týchē sia da considerarsi certa, non inizialmente ma dal periodo dei primi poeti ellenizzanti. I romani da molto tempo possedevano un concetto di Fortuna piuttosto vago, non ben definito e, di conseguenza, generalmente poco utile: si preoccupavano dunque di specificarne tempi e punti di applicazione con determinati luoghi e giorni, correlandoli a eventi fausti o perniciosi della loro storia, modulandone epiclesi, reverenza o cautela in base a ciò che aveva rappresentato e alla ragione per la quale si era deciso di dedicarle attenzioni. La battaglia dell'Allia9 fu disastrosa nei risultati, al tempo delle turbolenze romano - celtiche contro i Galli Senoni: per tale ragione si sarebbe dovuto evitare in ogni modo di combattere ulteriori battaglie in quel punto, non per la Fortuna in generale o per via di quella propria del generale dell'esercito, ma a causa della Fortuna intrinseca di quel luogo dimostratosi infausto, ergo una sorta di Genius Loci che aveva già dimostrato d'amare ben poco le genti di Roma. Per quanto concerne il suo culto nella sfera religiosa romana essi erano soliti considerare la sua istituzione come risalente all'Età Regia e precisamente durante la monarchia del sesto Rex Romanorum Servio Tullio10, colui che maggiormente vi fu devoto e da lei favorito, al punto che in suo onore edificò e consacrò ben ventisei templi, ognuno con una propria epiclesi della Fortuna, diffondendone le ritualità su larga scala: considerate anche le varie ipotesi circa le origini del Rex in questione ciò non esclude la provenienza extra – romana della Divinità e, anzi, forse ne rafforza la teoria considerato il periodo relativamente tardo circa l'ufficializzazione di questa devozione soprattutto se paragonato con altre forme istituzionali sacre arcaiche come i collegi sacerdotali e le divinità al cui culto erano essi preposti. La leggenda, a ogni modo, narra che Servio Tullio fosse il favorito della Dea e che ella molto lo amasse, al punto tale da accedere presso la di lui dimora sgattaiolando all'interno tramite una piccola finestra: il loro legame era così forte che, centinaia di anni dopo e precisamenre in età tardo – repubblicana, una statua del Re ancora s'ergeva nel tempio della Dea.11 Il suo carattere divino possedeva duplice natura ma pur sempre benevola, con il primo di tipo coadiuatore nella buona riuscita di imprese (l'esametro incompiuto "Audentes fortuna iuvat" di Virgilio nell'Eneide X, 284) mentre il secondo era di stampo erotico (e di ciò è rimasto l'eco nel detto popolare "Esser baciati dalla fortuna", finito per confluire nel primo significato e avendo perduto la sua connotazione sessuale). Alcuni suoi attributi, tra i più celebri, sono per l'appunto sopracitato Virilis, Muliebris, Primigenia, Stata e Redux. Altro importante centro di culto fu il Fanum Fortunae, odierna Fano in provincia di Pesaro, centro abitato originariamente gallopiceno su cui sorgette un " Tempio della Fortuna" probabilmente a partire dal 207 a.C., in commemorazione della grandiosa vittoria nella battaglia del Metauro nella quale le legioni romane distrussero l'esercito del generale cartaginese Zrb'l – Asdrubale, uccidendone il condottiero e sbaragliandone gli elefanti da guerra, che intendeva riunirsi con le truppe del fratello חניבעלHanniba'al (Annibale l'Alienigena) dopo aver anch'egli valicato le Alpi. Tornando al rituale dei Veneralia esso prevedeva che le donne, nubili o sposate, si recassero al tempio della Dea e ne rimuovessero la collana dorata, sottoponendo l'effige divina a un'abluzione sacrale in seguito alla quale il monile era posto nuovamente sul collo di Venere e la statua cosparsa di fragranti rose, fiore massimamente sacro alla Dea sin dai Tempi del Mito12. Successivamente le fedeli si recavano presso le terme destinate agli uomini coprendo le loro nudità con dei paraventi composti da ramoscelli di mirto, arbusto sacro alla divinità, in memoria di quando l'Ambologera coprì le sue grazie con la medesima pianta essendo stata sopresa mentre faceva il bagno da alcuni satiri: offerti degli incensi alla Fortuna Virile e denudatesi completamente, le donne domandavano al Dio di concedergli la grazia di occultare, agli occhi degli uomini, le loro imperfezioni fisiche. La cerimonia terminava con l'ingestione di una bevanda a base di semi di papavero macinato, latte e miele, ovverosia liquido bevuto da Venere nel giorno delle sue nozze con lo zoppo fabbro degli Dei, Vulcano: tale rituale aveva la funzione di garantire prolungata giovinezza, bellezza e aumentare carisma e nobiltà.

Fonti Bibliografiche :

- Publio Ovidio Nasone, Fasti;

- Tito Livio, Ab Urbe Condita;

- George Dumézil, La Religione Romana Arcaica, BUR RIZZOLI edizioni;

- P.Tacchi Venturi, “ Storia delle Religioni”, UTET 1954;

- Filippo Coarelli, I Santuari del Lazio in Età Repubblicana;

- Gaio Valerio Catullo, Carmen LXIII;

- Walter Burkert, Antichi Culti Misterici;

- Franz Cumont, Le Religioni orientali nel paganesimo romano;

- Philippe Borgeaud, La Madre degli Dei: da Cibele alla Vergine Maria;

- Mircea Eliade, “Trattato di Storia delle Religioni”, Universale Scientifica Boringhieri, 1976;

- Henri-Charles Puech “Storia delle Religioni – Il Mondo Classico”, Universale Laterza, 1978;

- Macrobio, Saturnalia;

- Valerio Massimo, Factorum et Dictorum Memorabilium Libri IX;

- Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio;

Note

1 Cupra, Cuprar (osco – umbro), Ikiperu (piceno), Supra o Kypra, era il nome di un'ancestrale divinità italica presso le genti umbre e picene. Divinità ctonio, legata al culto delle acque, della fecondità e del rinnovamento dei cicli del mondo vegetativo, è possibile forse indentificarla con Uni degli Etruschi e con la Grane Made fenicia Astarte: i romani vi identificarono la loro Bona Dea e, successivamente, la Frigia Cibele. Le etimologie proposte variano molto l'una dall'altra: in paleoumbro "cup" equivarrebbe a "desiderio", oppure Kupria greco come appellativo di Aphrodite o l'equivalenza, proposta da Marco Terenzio Varrone, dove il sabino cuprum si ritroverebbe nel latino bonum. Il suo principale luogo di culto, sin dal periodo neo – eneolitico, fu eretto sulla sponda sinistra del fiume Tesino in territorio CVPRAE FANVM (odierna Grottammare) e conosciuto come DEAE CVPRAE: venne restaurato dall'Imperatore Adriano nell'anno 127 d.C. Intressanti reperti archeologici, datati al IV secolo a.C., sono delle lamine bronzee conservate nel museo di Colfiorito con dediche riportanti la dicitura Matres Plestinas: Cuprasmatres Plestinas.Sacru.Esu mentre nella cosiddetta "Lamina di Fossato", nel museo archeologico di Perugia, risalente a due secoli dopo possiamo leggere un'epigrafe in umbro recitante "Cubrar Matrer Bio Eso" traducibile con "Questa conduttura appartiene alla Madre Cupra".

2 Circa l'origine e la nascita di questa casta sacerdotale esistono ben sei versioni in contrasto l'una con l'altra: figli di Apollo e della Musa Talia, di Zeus e di Calliope, di Krono, di Athena ed Helios, di Saoco e della ninfa Combe. Era loro costumanza onorare la Divinità pervasi da frenesia, con danze dal carattere estatico e orgiastico le quali culminavano con lacerazioni, ferite e mutilazioni rituali autoinflitte. Considerati i creatori del tamburo a cornice, la loro musica generava un ritmo ossessivo ritenuto in grado di curare i sintomi dell'epilessia e di alleviare la malinconia che affliggeva Zeus. L'albero sacro al quale erano devoti fu il pino, ipostasi vegetativa di Attis, in onore della Dea Cibele. Erano eunuchi vestiti come donne, con pesante cosmesi, gioielli, orecchini, lunghi abiti di foggia femminea e dai fluenti capelli.

3La nera pietra conica, simboleggiante la Dea stessa e che si riteneva fosse stata fatta precipitare da Cibele sulla Terra, era giunta a Roma da Pessinunte, in ciò che venne ricordato sino al termine del paganesimo (con l'abbattimento dei luoghi di culto pagani come previsto nell'editto di Teodosio del 389) come la Transuectio della Magna Mater, per volontà del Senato romano poichè i Decemviri interpretando un passo dei Libri Sibillini ("Quando l'Alienigena avrà portato la guerra sulla Terra Italica, potrà essere vinto e scacciato solo se la Madre Idea sarà stata trasportata da Pessinunte a Roma"), avevano riconosciuto in essa l'icona sacra profetizzata in grado di scongiurare il pericolo rappresentato da Annibale, il quale stava compiendo razzie e devastazioni nel territorio italico durante la Seconda Guerra Punica. Per opera di sincrestismo, i Romani assorbirono il culto della divinità frigia identificandola con la Magna Mater Candia: la pietra nera, conosciuta anche come "Ago di Cibele", e la pietra bianca, "Ago di Candia" erano noti come Pignora Imperii, 2 tra i 7 oggetti sacri che avevano il compito di garantire il potere dello Stato Romano. L'icona litica di Cibele fu inizialmente custodita in un'Ara nella Curia, poi nel 191 trasferita in un tempio a lei dedicato, con statua all'interno (precedentemente collocata come ospite nel Tempio della Vittoria sito sul medesimo colle), sul Colle Palatino in propinquità della Casa di Romolo: la struttura cultuale venne votata nel 204 ma ultimata più di un decennio dopo. Assieme alla pietra venne trasferito a Roma anche il trono della Dea, vuoto come da tradizione, distrutto assieme al luogo di culto per ben due volte da incendi: il primo nel 111 a.C., il secondo nel 3 a.C., restaurato nel secondo caso dall'Imperatore Augusto. L'edificio possedeva un orientamento ben preciso stabilito a ovest in base ai dettami del culto propri della Dea, di stile corinzio, periptero esastilo e innalzato su di una crepidine di 5 o 6 gradini.

4 Funzionario e storico greco, forse nativo di Antiochia in Siria o di Alessandria d'Egitto. Fu autore dell'opera Τῆς μετὰ Μάρκον βασιλείας ἱστορίαι – Storia dell'Impero dopo Marco Aurelio suddivisa in 8 libri, dallo stile elegante e raffinato basato sul modello retorico – stilisco di stampo attico.

5 "Grandi Uomini" o "Uomini Potenti", da "Gal", ovverosia "Vasto, grande" e "Lu", stante per "Uomo, Essere Umano"

6 Secondo quanto riferito da Cicerone in De Haruspicum Responsis (28) e Valerio Massimo in Factorum et dictorum memorabilium libri IX (1, 1, 1).


7 Quinto Orazio Flacco scrisse a tal riguardo: "O diva gratum quae regis Antium"


«alla Fortuna o dea, che governi la tua amata Antium»

(Orazio, Carmina, I, 35)

8 Con il celebre Santuario della Fortuna Primigenia: considerato il massimo complesso di architetture sacrali tardo – repubblicane dell'Italia antica, venne edificato sul finire del II secolo a.C. sebbene prove di un culto in loco possono essere datate già al IV – III secolo. La sua costruzione si deve probabilmente a gruppi associati di cittadini benestanti, arricchitisi grazie agli ingenti flussi di denaro e manodopera servile proveniente dall'Oriente, ivi giunti grazie alle guerre e ai sempre più vasti e ramificati traffici commerciali.

9La battaglia del fiume Allia (18 luglio 390 / 388 a.C.), probabilmente l'odierno "Fosso Maestro" alla sinistra del Tevere e uno dei suoi affluenti, venne combattatuta a sole 11 miglia dall'Urbe e vide le forze romane sbaragliate dai guerrieri Senoni sottto il comando di Brennox.Il 18 luglio,giorno della disfatta, era chiamato Dies Alliensis ed era considerato come massimanete infausto: non era infatti possibile, come stabilito dai precetti, compiere alcuna azione né pubblica né privata, a meno che non si fosse mossi da estrema e improrogabile necessità.

10 Durante il principato dell'Imperatore Claudio (41 – 54) identificato con il Magister Populi etrusco Mastarna.

11 "Gli annali di Preneste raccontano che Numerio Suffustio, uomo onesto e ben nato, ricevette in frequenti sogni, all'ultimo anche minacciosi, l'ordine di spaccare una roccia in una determinata località. Atterrito da queste visioni, nonostante che i suoi concittadini lo deridessero, si accinse a fare quel lavoro. Dalla roccia infranta caddero giù delle sorti incise in legno di quercia, con segni di scrittura antica. Quel luogo è oggi circondato da un recinto, in segno di venerazione, presso il tempio di Giove bambino, il quale, effigiato ancora lattante, seduto insieme con Giunone in grembo alla dea Fortuna mentre ne ricerca la mammella, è adorato con grande devozione dalle madri. E dicono che in quel medesimo tempo, là dove ora si trova il tempio della Fortuna, fluì miele da un olivo, e gli aruspici dissero che quelle sorti avrebbero goduto grande fama, e per loro ordine col legno di quell'olivo fu fabbricata un'urna, e lì furono riposte le sorti, le quali oggidì vengono estratte, si dice, per ispirazione della dea Fortuna."

(Marco Tullio Cicerone, De Divinatione XLI 85-86)

12 La rosa, nel mondo ellenico – romano, era fiore massimamente sacro alla Dea AphroditeVenere e intimamente connesso al mito dell'uccisione del cacciatore Adone, da lei amato, a causa di una ferita infertagli dalle zanne acuminate di un cinghiale. Vuole il mito che tale cinghiale fosse stato inviato da Efesto o Ares, rispettivamente marito e amante della Dea, poichè gelosi delle attenzioni che la Cipride riservava al mortale. La Dea, nel tentativo disperato di soccorrere l'amato, si ferì profondamente con dei rovi ivi presenti e l'ἰχώρ – Ichòr sgorgato avrebbe fatto sbocciare delle scarlatte rose dal terreno (o tinto delle rose bianche già presenti). Zeus, commosso dalla disperazione della Dea, concesse ad Adone di vivere quattro mesi in Ade, quattro tra i vivi e i restanti quattro dove preferisse. La rosa, da allora, divenne sia simbolo d'amore che speranza di resurrezione e rinascita: i romani festeggiavano in suo onore i Rosalia, in un lungo periodo compreso tra l'11 maggio e il 15 di luglio; l'osservanza dei giorni a essa dedicati era nota come Dies Rosationis (nel caso dell'utilizzo di rose) o Dies Violationis (nel qual caso si fossero utilizzate delle viole, il che ci porta a un interessante parallelismo con il medesimo fiore nel rituale di Attis già inconcontrato in precedenza). Echi di tale festività sono rintracciabili nella Pentecoste cristiana, conosciuta anche come la "Pasqua delle Rose", la quale ha conservato il medesimo carattere commemorativo in onore e ricordo dei defunti. Sarà oggetto di analisi approfondita nel prossimo capitolo di questo libro.