Benvenuti nel sito ufficiale dell'A.P.S. ArcheoTibur di Tivoli (RM).NUOVO ANNALES VOL. 2 DISPONIBILE

Le origini della Notte di San Giovanni

a cura del dott. Stefano Del Priore.



La notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno, è nell'immaginario folkloristico moderno la notte delle streghe, di osceni riti propiziatori, dei sabba, dei fuochi magici e dell'adorazione degli idoli demonici: niente di tutto ciò corrisponde a verità. Al contrario tale celebrazione, posta poco dopo il solstizio estivo del 21 giugno, rivestiva nel passato un ruolo fondamentale per determinare le sorti dell'anno a venire, fungendo da catalizzatore volto ad inalveare le energie necessarie affinché tanto il Sole quanto la Terra potessero “caricarsi” positivamente tali da tornare a nuova vita dopo i rigori dell'inverno garantendo fertilità, gioia, ricchezza e abbondanza.

Le origini remote

Sarebbe quantomeno proibitivo individuare esattamente quando l'umanità ha iniziato a celebrare festività in onore delle grandi estrinsecazioni del mondo naturale: probabilmente tali ritualità posseggono un'origine non determinabile e difficilmente contestualizzabile riferendosi, de facto, all'adorazione di macrofenomeni naturali caratterizzanti la vita umana sin dai tempi più immemori in quanto pittogrammi e petroglifi dalla chiara valenza eliaca sono rintracciabili ovunque nel mondo. Seppur ancora forte oggetto di discussione il Cromlech di Stonehenge, il cui complesso sacrale fu costruito in un periodo compreso tra il 3100 e il 1600 antecedenti l'era cristiana, sembra effettivamente esser orientato con il sorgere del sole durante i solstizi d'estate e d'inverno, chiaro segno di come tale, mastodontico, circolo di megaliti dovesse esser stato posto in essere affinché rivestisse un ruolo assai importante durante la celebrazione di ritualità estive volte a canalizzare l'energia dell'astro solare.

Negli anni 60 Gerald Hawkins, docente di astronomia presso l'università di Boston, studiò Stonehenge servendosi di un computer nel quale inserì le posizioni del sole, della luna e delle stelle come dovettero essere nel 1600 antecedente l'era cristiana e notò particolari allineamenti tra determinati monoliti e significativi accadimenti dei calendari lunisolari: riuscì, contestualmente, a dimostrare che l'intero complesso litico avrebbe potuto esser utilizzato al pari di un enorme computer di pietra per prevedere eclissi solari e lunari. Più recentemente si è ipotizzato che le grandi pietre possano esser state una sorta di grande “mirino” attraverso il quale, già nel Neolitico britannico era possibile individuare chiaramente altri punti sorgenti sulle circostanti alture e, attraverso una serie di misurazioni, effettuare una complessa serie di calcoli astronomici. E' dimostrato che all'alba del 21 dicembre, dunque del solstizio d'inverno(*1), un raggio di sole attraversa chiaramente i due dolmen posti nella parte più interna del complesso, disposti a ferro di cavallo; all'alba del 21 giugno, dunque durante il solstizio d'estate, la luce solare va ad impattare sulla cosiddetta Heel Stone, la “Pietra del Calcagno” nel passato nota come Friar's Heel, “Il Calcagno del Frate”, posta al di fuori del circolo megalitico, lungo la strada di accesso che si snoda sulla Salisbury Road. L'insieme di questi fenomeni celesti, incanalati presso la particolare disposizione dei dolmen e menhir, possiede principi ciclici e scientifici che non rendono assolutamente possibile il fattore della casualità nella loro origine quanto, piuttosto, il frutto di accurate e precise misurazioni atte a rendere l'intero complesso un gigantesco osservatorio astronomico ante litteram

In principio la struttura di Stonehenge era costituita da un mero recinto circolare munito di terrapieno e fossato, il cui ingresso era fiancheggiato da due menhir. Nella seconda fase furono realizzate ben cinquantasei buche disposte lungo il perimetro, la cui funzione sfugge tutt'ora a un'interpretazione certa nonostante le molte ipotesi formulate. Durante la terza fase vennero erette due file di pietre posizionate a ferro di cavallo e, ragionevolmente, venne tracciata e delineata una strada di accesso. Nella quarta e ultima fase fu edificata la possente struttura costituita da cinque dolmen disposti a ferro di cavallo come le due serie di megaliti di cui sopra e posizionati all'interno delle file di pietre. Varie spedizioni archeologiche hanno dimostrato che, attorno al cerchio dei dolmen, era presente una corona litica costituita da circa sessanta menhir oggi del tutto scomparsa poiché, soprattutto nel periodo medievale, l'intera struttura venne utilizzata come cava di materiali per la costruzione di edifici civili e religiosi. 
Al di là di ogni considerazione storico-archeologica e delle possibili interpretazioni a riguardo della funzione del complesso, resta la grande meraviglia e il profondo stupore per la complessità del sito e l'organizzazione necessaria affinché venisse eretto: i menhir più minuti pesavano circa quattro tonnellate mentre i montanti dei dolmen raggiungevano il ragguardevole peso di quarantacinque, con gli architravi che si aggiravano attorno alle venticinque. Un altro famoso tempio di pietra ove poter osservare il solstizio d'estate sorge a Callanish sull'isola di Lewis, nelle Na h-Eileanan Siar, le isole Ebridi esterne: qui, quattro file di menhir conducono in un cerchio avente quattro direzioni, formante una croce celtica, e le pietre costituiscono un vero e proprio osservatorio astronomico allineato con le albe e i tramonti del solstizio, così come per gli equinozi; dettaglio interessante è che Callanish è posta così nord che il cielo non si oscura mai durante una notte di mezza estate. Il medesimo discorso è valevole per il misterioso cerchio di pietre chiamato l'Anello di Brodgar, nelle Orcadi, conosciuto per secoli dalla popolazione locale come il “Tempio del Sole” poiché allineato all'alba di mezza estate. 

A tal proposito, Diodoro Siculo scrisse nella sua Bibliotheca Historica, citando lo storico del IV secolo a.C. Ecateo di Abdera, di come vi fosse, in una terra oltre i Celti (ossia, oltre la Gallia) un'isola non più piccola della Sicilia, posta nel Mare del Nord, e chiamata Hyperborea, dal nome del vento dell'estremo settentrione che da lei nasceva. Riportò di come gli abitanti del luogo adorassero principalmente Apollo e del tempio a lui dedicato, descrivendolo come una magnifica zona sacra ricca di offerte votive e avente un edificio cultuale sferico. Per molto tempo si credette fosse un riferimento al circolo megalitico di Stonehenge e che Hyperborea fosse la Gran Bretagna: molti passi della descrizione di Siculo, però, non combaciano con il paesaggio circostante. Ad esempio, lo storico romano di lingua greca scrisse che Sole e Luna sfioravano la Terra a un'altezza molto bassa; sole e luna, però, alla latitudine in cui si trova Stonehenge appaiono sempre piuttosto in alto all'orizzonte e solo 500 miglia più a nord danno origine al fenomeno descritto: grossomodo la distanza che separa il più famoso circolo megalitico al mondo con le Isole Orcadi. Plausibile, dunque, che Diodoro Siculo si riferisse a qualche tempio megalitico posto nell'estremo Nord della Britannia, adibito da tempo immemore al culto del Sole nelle sue estrinsecazioni stagionali. Nella nostra Val Camonica, le popolazioni locali dell'età del Ferro incidevano petroglifi nelle rocce di questa sacra valle rappresentati il sole, sin dal neolitico. Al giorno d'oggi, ogni anno, durante il solstizio invernale ed estivo attorno Stonehenge si radunano folle di decine di migliaia di persone, desiderose di celebrare e osservare i grandi fenomeni naturali legati all'alternarsi delle stagioni donando nuovamente, forse, al grande monumento megalitico una delle sue funzioni originarie così come venne inteso nel lontano neolitico britannico, migliaia di anni or sono.

Sorgere del sole durante il solstizio d'estate, raggi solare che filtrano attraverso i dolmen trilitici, Piana di Salisbury, UK.


Antico Egitto

In Egitto durante la stagione di Shemu (“Raccolto”), nel mese Ipetḥemet corrispondente grossomodo al nostro periodo intercorrente tra il 25 giugno al 24 luglio, si celebrava ḥeb en shen, la “Festa della Bella Unione”, denominata anche “Festa del Sacro Matrimonio”; era officiata a Edfu nel tempio di Horus e occupava tutto il terzo mese di Shemu, per l'appunto Ipetḥemet. Presentava notevoli somiglianze con la “Bella Festa della Valle(*2), cadente nel mese di Chontchat (26 aprile-25 maggio), ma la sua serie di celebrazioni era nettamente più complessa e articolata formando, sostanzialmente, due festività ben distinte: la Festa della Bella Unione e la Festa di Behdet. Possiamo, dunque, discernere due momenti significativi e ben delineati tra loro: il viaggio della Dea Hathor da Dendera a Edfu diffondendo la fertilità che le era propria nelle regioni da lei attraversate, la ιερογαμία-ierogamia (“sposalizio sacro”, per l'appunto) tra Hathor e Horus a Edfu e la nascita a Dendera del loro figlio Hor-sma-tawy, equivalente a “L'Horus che unisce le Due Terre”, celebrazione e sacralizzazione degli Antenati appellati con il nome di “Figli di Râ” venuti con lui a Edfu dalla “Alta Collina”. Seguiva quindi la cerimonia del “Condurre le vacche sopra il tumulo” consistente in un occultamento della tomba affinché i profanatori non potessero individuarla ma, al tempo stesso, ipostasi delle fertilità esemplificata dalla penetrazione del seme nella terra tale che potesse dare i suoi frutti; la fase culminante era il trionfo di Horus, la sconfitta di Seth e l'annientamento dei nemici. 

La Festa della Bella Unione occupava un solo giorno mentre quella di Bedhet i tre successivi ma, essendo la durata totale di circa 14 giorni, non sappiamo cosa accadesse nei restanti non computati. Altrettanto importante era il rapporto biunivoco della festività con le fasi lunari: il viaggio di Hathor iniziava nelle due settimane antecedenti la Luna Nuova, dunque nella sua fase calante, e la Sacra Imbarcazione recante l'effige della Dea giungeva a Edfu nel primo giorno della Luna Nuova; durante la notte avveniva la Ierogamia con Horus mentre nei giorni successivi di Luna crescente si svolgevano le ritualità relative alla Festa di Bedhet, occupanti circa due settimane. Al termine di tutto ciò Hathor ripartiva per Dendera, nel giorno della Luna Piena, gravida del figlio di Horus: possiamo ben comprendere di come questo complesso sistema di riti collegati ai calendari lunisolari e coinvolgente divinità estremamente potenti, la cui sfera di dominio spaziava dalle ipostasi eliache a quelle della fertilità, avesse lo scopo ben preciso di propiziare la fecondità del terreno (il limo, la nera e fertile terra, rappresentava Horus stesso) e di convogliare le energie solari e benevole del calore, affinché la Vita potesse sempre risultare trionfante sulle energie del Caos e della Distruzione.

Horus e Hathor, bassorilievo dal tempio di Kom Ombo, Assuan, Egitto, II secolo antecedente l'era cristiana.


I culti solari nel Nord Europa e nel mondo romano-celtico

Presso i Celti il periodo del solstizio d'estate rivestiva una profonda importanza, equiparabile alle quattro grandi feste calendariali di Samhain, Imbolc, Beltaine e Lughnasad. Il nome della celebrazione del solstizio estivo, in gaelico, è reso come Litha o Alban Hefin, significante "La luce della riva": tale denominazione esprimeva il grande rispetto e riverenza per i luoghi che sono posti "in mezzo" ai mondi, concetto assai caro nella religione e nella cosmogonia celtica. Il mare, ad esempio, era inteso come uno di questi luoghi di transito, dove si incontravano i tre regni di Terra, Mare e Cielo, e in esso risiedeva un grande potere: in Alban Hefin la luce del Dio Sole emanava il suo massimo vigore ma, al tempo stesso, recava con sé anche la consapevolezza che, di qui fino a Yule/Alban Arthan, la “Luce dell'Inverno” nel solstizio invernale, la forza dell'astro sarebbe diminuita accompagnando la natura verso la sua fase discendente. Tale fenomenologia precessionale, di matrice ciclica, simboleggiava il ciclo di vita, morte e rinascita, materializzandosi nella Ruota dell'Anno nella sua completezza. In Litha/Alban Hefin la spirale dell'anno si espandeva fino al suo punto più ampio e, in questi particolari giorni, le ore diurne sono massimamente lunghe, come non mai durante i 365 giorni. 

Dopo il 21 o il 22 giugno il potere calorifero del sole inizia scemare e, conseguenzialmente, le giornate beneficiano sempre più di meno luce, accorciandosi. Durante il solstizio estivo l'astro solare lambiva il punto più a nord lungo l'orizzonte e iniziava ad intraprendere il lungo viaggio che lo avrebbe portato verso sud per poi culminare in Yule o Alban Arthan, tra la metà e l'ultima decade di dicembre. Il tempo del solstizio d'estate fu un evento di enorme importanza per i popoli del Neolitico britannico, i quali eressero in gran numero magnifiche strutture megalitiche allineate con il principio dell'alba in questo giorno specifico: come già analizzato in precedenza, nel sud-ovest dell'Inghilterra, il sito di Stonehenge è stato teatro di attività rituali nell'età del bronzo, nell'età del ferro sin ai tempi moderni, per un periodo superiore ai cinque millenni. In un periodo calendariale così importante nell'ottica del rinnovamento cosmico e del profondere energia al Sole, affinché potesse tornare a dispensare vita e abbondanza, i sacrifici erano una pratica diffusa e niente affatto inusuale. Testimonianze molto importanti in tal senso ci giungono direttamente da Strabone nel Γεωγραφικά-Geōgraphiká e dal De Bello Gallico di Giulio Cesare, in cui si narra di come fosse pratica comune costruire mastodontici fantocci di vimini dalle sembianze umane, riempirli di uomini e animali sacrificali per poi darli alle fiamme. Uno dei glossatori o commentatori del IX secolo delle Pharsalia di Lucano collegò questa cerimonia con il Dio del Cielo e del Tuono Taranis, presumibilmente perché in questo rito era riflessa la potenza della folgore generatrice di fiamme; tale usanza non sembra esser stata inventata o drammatizzata poiché, oltre a esser citata in più fonti antiche, è sopravvissuta nelle tradizioni e nel folklore europeo, seppur con alterazioni o modifiche: nell'Europa già largamente cristianizzata, in primavera con la Pasqua in propinquità, venivano arsi nei campi dei fantocci antropomorfi fatti di paglia chiamati “Uomini di Giuda”.

L'immagine antropomorfa da ardere è andata via via perdendo la primitiva fisionomia, essendo divenuta al giorno d'oggi un semplice cumulo di legna sistemato con particolare cura; alcune tracce dell'antica pratica celtica potrebbero esser scorte, seppur mantenendo tutta la cautela necessaria al caso, nei falò della “Notte di San Giovanni”, accesi in molte località nella notte tra il 23 e il 24 giugno, dunque a ridosso del solstizio d'estate. La festa di San Giovanni, con elevatissima probabilità, altro non sarebbe se non la trasformazione di un antico, ancestrale, culto solare (a tal riguardo, è importante menzionare la festività romana del 24 giugno denominata solstitium) e conseguentemente ben radicato nella tradizione cultuale pre-cristiana: è di estrema importanza rammentare la profonda interconnessione che la dimensione agraria aveva con il culto del sole, tanto a livello estrinsecativo quanto simbolico. Nel mondo romano, nel giorno denominato dies lampadarum, il “Giorno delle Fiaccole”, venivano sommamente celebrate Fortuna e Cerere, divinità aventi attributi solari, agrari, di vita e fertilità; non è dunque casuale che il santo cristiano sia sovente rappresentato sul modello iconografico di una divinità rurale. Un esempio piuttosto interessante del culto solare in ambito agricolo è ben espresso nel tradizionale gioco delle “ruzzole” praticato nell'Appennino modenese ed attestato, con minime varianti, anche in altre aree.

Questa tradizione celtica, sicuramente affondante le sue origini in un passato ancora più antico, trovò la sua massima espressione nel lancio di grandi ruote di legno infuocate e sovente inghirlandate, rappresentando l'inizio del ciclo discendente del sole avente il suo principio nella data rituale del solstizio estivo e dovette rispondere alla precisa volontà di inalvearsi nel nuovo anno astronomico, attraverso un rituale di magia simpatica, dando il via a un favorevole corso del sole identificato nella ruota; tali oggetti di cui abbiamo numerose testimonianze a livello europeo, avvolti nella paglia e incendiati, sono spesso vincolati al falò rituale, essendo ambedue rappresentazioni simboliche del ciclo solare. San Vincenzo, vissuto nel IV secolo, ebbe modo di assistere al sopracitato rituale in Aquitania: una ruota infuocata venne fatta rotolare giù da una collina fino al fiume e in seguito ricomposta e custodita nel tempio del Dio del Cielo Tonante. Occorre precisare che i Celti percepivano le forme del divino in ogni aspetto del creato e, naturalmente, uno dei fenomeni naturali più venerati era il sole, visto come uno dei principali datori di vita, promotore di fertilità e guarigione. Le testimonianze archeologiche di culti solari si materializzano nella presenza della ruota, intesa come simbolo solare(*3): nell'Europa dell'età del Bronzo, soprattutto in Scandinavia, il culto del sole rivestiva un ruolo di assoluta predominanza rispetto a tutti gli altri. L'arte rupestre ritrae costantemente, nei suoi petroglifi, immagini solari e uno dei più significativi ritrovamenti archeologi avvenuti nell'Europa del nord è il celeberrimo Carro di Trundholm, un modellino bronzeo di carro trainato da un cavallo e trasportante un disco solare dorato, databile attorno al XV-XIV secolo antecedente l'era cristiana (ciò offre un diretto parallelismo con il carro solare dell'ellenico Dio Ἥλιος-Hḗlios, seppur con significative differenze*5).

Particolare di una lamina del “Calderone di Gundestrup”, il cosiddetto “Dio con la Ruota”, II secolo a.C., National Muselmeet, Copenaghen.


Solvognen o Carro di Trundholm, bronzo e cera persa e lamina d'oro, XV-XIV secolo a.C., National Muselmeet, Copenaghen.

In epoca romano-celtica i devoti erano soliti gettare miniature di ruote solari nell'acqua (abbiamo già esaminato il rituale della “ruota infuocata” che terminava la sua corsa propiziatoria nelle acque di un fiume, secondo la testimonianza di San Vincenzo) e le depositavano nei santuari a mò di offerta, come testimoniabile presso i siti di Alesia e Lavoye, ambedue in Gallia; erano anche indossate al pari di talismani ed erano parimenti utilizzate come corredo funerario per i defunti, come a Dürrnberg, in Austria. I Celti erano soliti battere monete recanti l'effige di cavalli, ipostasi teriomorfa del sole sin dall'età del Bronzo, mentre in epoca romano-celtica i culti solari erano, per effetto del sincretismo, confluiti nel Dio del Cielo romano, il possente Iuppiter-Giove, sovente ritratto esibente il motivo della ruota solare mentre, meno frequentemente, veniva raffigurato come un cavaliere imbracciante una ruota al pari di uno scudo e intento a calpestare le forze oscure rappresentate da un mostro anguipede. In aggiunta al ruolo di guerriero il Dio del Sole celtico era anche un taumaturgo, dotato di poteri sanatori e guaritivi, una forza vivificante e ψυχοπομπός-psicopompo, guida e compagno per le anime dei defunti. L'associazione tra il sole e la morte è superbamente testimoniata dalla sepoltura di amuleti solari assieme ai defunti, come nel cimitero di Basilea in Svizzera e dall'incisione di glifi solari sulle pietre tombali in Alsazia, in Francia. Nell'isola britannica degni di menzione sono la sommità dello scettro di cerimoniale di Willingham Fen, nel Cambridgeshire, raffigurante Iuppiter-Taranis dotato di ruota, folgore e probabilmente appartenente ai sacerdoti del culto solare romano-britannico e la grande ruota lignea posizionata su di un lungo manico, scoperta nel sito romano-celtico di Wavedon Gate, nel Buckinghamshire, anch'essa di per certo facente parte delle insegne cerimoniali connesse a un qualche tempio solare; parimenti, a Doulaucothi, nel Dyfed, e Backwoth, nel Tyne&Wear, vennero rinvenute delle ruote in oro e argento. Nel corso del solstizio estivo, in Gallia, sulle alture e nei campi si accendevano grandi fuochi dedicati al Dio Belenus, si piantavano alberi decorati con fiori e nastri e venivano offerte delle uova: la presenza di queste ultime riveste di un particolare interesse la celebrazione poiché, come già analizzato altrove(*5), pone in forte risalto il loro significato simbolico dato che in molte cerimonie e in altrettante civiltà profondamente dissimili tra loro le uova rappresentavano la vita e la rinascita, rendendole dunque particolarmente adatte come dono in una celebrazione che segnava e scandiva il periodo più fecondo dell'anno.

Nell'antichità, così come accade odiernamente, fuoco e sole erano intimamente connessi tra loro a livello religioso poiché il fuoco era percepito come un'ipostasi terrestre dell'astro nel cielo e, dunque, la sua valenza come elemento era sentita come del tutto soprannaturale: era capace di riscaldare e illuminare l'oscurità della notte, benché vi fosse anche la piena consapevolezza delle sue prerogative distruttive; elemento purificatore, apotropaico e mondatore, dono del Sole o del Cielo all'umanità (in tal senso, l'ellenico mito del fuoco di Προμηθεύς-Prometeo è quantomai esemplificatore). L'adorazione del fuoco è un aspetto tipico delle regioni fredde dell'Europa, caratterizzate da inverni lunghi, bui e cielo prevalentemente coperto: abbiamo già avuto modo di apprendere la determinante presenza di grandi fuochi nelle feste celtiche di Samhain e Beltaine, percepite come momenti particolarmente critici dell'anno dove era necessario accogliere e incoraggiare il sole affinché riscaldasse e rendesse fertile la terra. I falò rituali di mezza estate, invece, riproducevano l'attività del sole durante il solstizio quando l'astro raggiungeva il suo apogeo calorifero, poco prima dell'afelio e, inoltre, asservivano a molteplici scopi quali celebrare la potenza del sole riproducendone forza, luce e calore sulla terra e le ricche ceneri venivano successivamente sparse sui campi così da fertilizzare le sementi e favorirne la germinazione. 

Non deve perciò stupire se la nascita delle due più importanti figure maschili del cristianesimo, Giovanni Battista e il Cristo, è stata aprioristicamente collocata nelle notti del 24 di giugno e del 24 di dicembre rendendo così, de facto, il santo cristiano e Gesù due ipostasi degli antichi culti solari e agrari, l'uno rappresentante il sole nel suo afelio, poco dopo il solstizio estivo, l'altro nel suo perielio, in propinquità di quello invernale: secondo l'agiografia, le ossa del Battista furono arse dall'Imperatore Flavius Claudius Iulianus detto “l'Apostata”, a metà del IV secolo dell'era cristiana. Facile immaginare, perciò, come molti atteggiamenti tipici della feste del solstizio estivo furono demonizzati e perciò destinati a esser esorcizzati attraverso la rigida morale della chiesa cristiana: nonostante la crudele repressione messa in atto dal clero, tali pratiche non furono mai cancellate tantomeno si spense il vigore con le quali venivano celebrate, soprattutto nelle zone più rurali e lontane dai grandi centri abitati, mantenendo una loro vivida vitalità e conservando alcune caratteristiche intrinseche della ritualità arcaica quali i fuochi sacri, i giochi, le sfilate, le danze, la partecipazione dell'intera comunità culminante con un falò finale, forse reminiscenza di primeve pratiche orgiastiche; anche sulla base di tale, superstiziosa, credenza si andò affermando la convinzione che nella notte di san Giovanni fosse dedicata alle celebrazioni blasfeme, demoniche, sessualmente oscene e dissacranti del Sabba delle streghe. Un'altra pratica legata a san Giovanni era quella di danzare attorno alle grandi pietre, considerate latrici di poteri magici (l'associazione megaliti-culti solari è stata oggetto di discussione nella parte iniziale di questo articolo): quest'esperienza si collega direttamente al fuoco, al sole e al suo “movimento” poiché il verso di queste danze circolari non era assolutamente casuale in quanto la direzione dei partecipanti doveva mimare in terra quello che era il corso dell'astro nel cielo, affinché il potere benefico e guaritivo potesse benedire e fertilizzare il creato(*6)

Trascorrendo la notte nelle piazze e nelle campagne, presso fonti e fiumi, non solo si cantava e danzava per l'intera durata delle ore buie ma si facevano presagi, si prediceva la sorte a chiunque sopraggiungesse e si raccoglievano erbe e foglie che venivano battezzate nelle acque per poi esser religiosamente conservate in casa, appese alle pareti, per l'intera durata dell'anno. In Europa era usanza accostare al falò i malati, per le ragioni di cui sopra, i quali ne avrebbero tratto influssi favorevoli e la cenere così ottenuta era considerata latrice di poteri taumaturgici e protettivi: l'eco di questa ancestrale tradizione può esser scorta nell'abitudine popolare di saltare nelle ceneri ancora calde, al fine di proteggersi da malattie, negatività e sortilegi. In definitiva, in quasi tutte le località in cui sopravvive odiernamente la festività del 24 giugno l'elemento dominante è indubbiamente il fuoco sacro, attorno al quale si balla e si canta, in clima di allegria e spensieratezza seppur, tristemente, assolutamente privi della conoscenza necessaria per godere appieno di una tra le maggiori festività sacre ai nostri antenati, un tributo al sole e a tutte le sue estrinsecazioni sanatorie e positive che in passato erano percepite come una vera e propria benedizione celeste.

Iuppiter-Taranis dotato di folgore e ruota, Le Châtelet-sur-Meuse nell'Haute-Marne in Francia, bronzo, 14 cm circa, Musée d'Archéologie nationale, Saint-Germain-en-Laye (dép. Yvelines, Francia). 


Approfondimenti

(*1)
Per ulteriori approfondimenti sul tema è possibile consultare gli articoli “Le Origini del Natale” e “Le Origini dell'Epifania”, editi dalla nostra associazione, presso il sito internet “www.archeotibur.org” alla sezione “Le Origini delle Festività”.



(*2) ḥeb nefer en inet o la Bella Festa della Valle
Si tratta, sostanzialmente, di una festività estremamente antica le cui radici affondano perlomeno al Medio Regno, riscontrandone menzioni dall'XI Dinastia durante il periodo di Nebhepetre Mentuhotep; si celebrava nel II mese di Shemu, Chontchat, nel periodo del raccolto. Originariamente deve esser stata una celebrazione in onore degli Antenati nella quale i legami tra vivi e morti venivano rinsaldati, mettendo in essere la concezione egizia per la quale era necessario il ciclico rinnovamento di tutto l’esistente, dalla Creazione agli Dei stessi. Principio cardine del rituale era l’offerta a Osiris e ai defunti, parimenti al nostro 2 novembre, di fiori embricati in ghirlande e corone simboleggianti il rinnovarsi della vita, con accompagnamento di melodie e danze: le sacre barche partivano dal tempio di Karnak e attraversavano il sacro Nilo per poi recarsi ai templi funerari dei Faraoni, stagliati sulla riva occidentale, considerati membri della famiglia divina in quanto prole stessa degli Dei; i semplici civili, invece, si riunivano presso le tombe dei loro avi festeggiando con canti e bevute, in grande allegria.


(*3)
A partire circa dal 1500 a.C., la della ruota solare a raggi divenne un motivo decorativo religiosa diffuso enormemente nell'area dell'Europa non mediterranea. Sia nell'Età del Ferro sia in epoca romano-celtica, la ruota venne adottata specificatamente come simbolo del Sole e fu largamente associata come attributo delle divinità solari. Nella sua forma essa offriva una profonda somiglianza con esso e incarnava l'idea del movimento, rispecchiando fedelmente il cammino dell'astro nel cielo. Nell'Età del Ferro celtica continentale, modellini di ruote in bronzo erano seppellite assieme ai morti, probabilmente con lo scopo di fungere da guida “illuminando” il cammino del defunto nell'aldilà (si veda l'articolo “Le origini del 1° maggio”, nello specifico la trattazione concernente il ruolo di psicopompo del Dio proto-celtico della luce e del Sole Belenus); un magistrale esempio di ciò proviene dalla città fortificata di Dürrnberg, nei pressi di Hallein, in Austria. I devoti erano soliti offrire riproduzioni in miniatura di ruote raggiate, deponendole in fiumi come la Senna e l'Oise al fine di propiziare le potenze soprannaturali ed evocare nel microcosmo umano la dualità divina del fuoco e dell'acqua: i molteplici santuari celtici dove sono stati rinvenuti modellini di ruote, come quello di Alesia in Borgogna, ospitavano con elevata probabilità del culti solari e sanatori. Le virtù benefiche delle ruote solari erano così altamente stimate che i guerrieri le portavano come monili protettivi in battaglia, così come testimoniato dalla figurina di un guerriero indossante sul petto un ciondolo a ruota, trovata a Fox Amphoux nella Gallia meridionale, e dall'arco di Orange, dove elmetti celtici recano incisi talismani modellati a forma di ruota; persino nel celebre Calderone di Gundestrup risalente II secolo antecedente l'era cristiana, nella tarda Età del Ferro danese, in una delle placche che lo ricoprono è ritratto un Dio munito di ruota. La natura eliaca del motivo celtico della ruota è documenta soprattutto a partire dell'epoca romano-celtica: in Gallia, in Renania e in Britannia i ritrovamenti testimoniano chiaramente che un Dio solare indigeno, il cui simbolo era proprio la ruota raggiata, venne in seguito identificato con il Dio romano del Cielo e del Tuono, Giove. Frequenti immagini di questa divinità sincretica mostrano un Dio apparentemente simile al Dio Padre dei Latini, dotato di fulmine e ruota: una figurina in bronzo proveniente da Le Châtelet, nell'Haute-Marne in Francia, ritrae un Dio con la barba, nudo, con ruota, fulmine e lampi spiraliformi mentre una statuina rinvenuta a Landouzy-la-Ville, nell'Aisne, mostra un Dio con ruota avente una dedica a Giove; anche in Britannia e in Renania si sono spesso trovati simboli solari ruotiformi scolpiti su altari dedicati allo Iuppiter latino. In età romano-celtica i modellini di ruota continuarono a esser dedicati al Dio del Sole come provato da un deposito trovato a Felmingham Hall, nel Norfolk, contenente numerosi bronzi di carattere religioso, inclusa una testa Dio del Cielo e una ruota avente dodici raggi. In conclusione, copricapo rituali decorati con motivi di ruote furono ritrovati nel tempio di Wanborough, nel Surrey, e appartennero con un certo qual grado di certezza a sacerdoti officianti un culto solare.

(*4)
Il carro di Trundholm, uno dei più importanti reperti archeologici mai rinvenuti nell'Europa del Nord per via della sua profonda valenza simbolico-religiosa in ambito solare, presenta delle analogie con la figura dell'ellenico Ἥλιος-Hḗlios (carro dotato di ruote raggiate trasportante il sole nel suo viaggio quotidiano lungo l'asse terrestre, seppur in Grecia la divinità in questione era maschile, in Scandinavia femminile), sebbene con una sostanziale differenza: il carro di Trundholm possiede la doratura, costituita da una sottilissima lamina, solo su di un lato poiché le genti del Nord credevano che il Sole venisse trasportato nel suo viaggio diurno da Est a Ovest mostrando dunque il suo lato luminoso al nostro pianeta, mentre di notte avrebbe intrapreso il percorso inverso, esibendo il suo lato scuro. E' ritenuto che il carro rappresenti la Dea Sòl, divinità solare del mondo norreno, moglie di Glenr e figlia del gigante Mundilfœri.


(*5)
Le Origini della Pasqua”, presso il sito internet “www.archeotibur.org” alla sezione “Le Origini delle Festività”.


(*6)
Al contrario effettuando una danza circolare nel senso contrario a quello del sole si otteneva l'effetto diametralmente opposto, ovverosia di maledire: l'etimologia della parola inglese “curse”, equivalente a “maledizione”, altro non sarebbe che la contrazione del latino cursus contra solem quindi rappresentante un effetto di magia nera evocata “ruotando” il tragitto del sole; tale rivelazione non deve certo stupire né rappresenterebbe un unicum poiché basta pensare all'uso che fecero Hitler e il Terzo Reich della svastica, antichissimo simbolo solare, invertendone il verso e rendendola un simbolo negativo e notturno.

Fonti Bibliografiche:

-Gaio Giulio Cesare, “De bello Gallico”;

-Strabone, “Geōgraphiká”;

-Henri-Charles Puech, Universale Laterza, 1978;
Storia delle Religioni- Slavi, balti, germani e celti”,
Il cristianesimo delle origini”

-P.Tacchi Venturi, “Storia delle Religioni” , UTET 1954;

-Georges Dumézil, “La Religione Romana Arcaica”, BUR Rizzoli saggi, 2001;

-Miranda G. Green, “Dizionario di Mitologia Celtica”, Rusconi Libri, 1997;

-Gerardus van der Leeuw, “Fenomenologia della Religione”, Universale Scientifica Boringhieri, 1975;

-Mircea Eliade, Trattato di Storia delle Religioni”, Universale Scientifica Boringhieri, 1976;

-Sir George James Frazer, “Il Ramo d'Oro”-Studio sul
la magia e sulla religione, Newton Compton 2006;


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