Benvenuti nel sito ufficiale dell'A.P.S. ArcheoTibur di Tivoli (RM).NUOVO ANNALES VOL. 2 DISPONIBILE

L'Anfiteatro di Bleso.

A cura del dott. Stefano Del Priore, archeologo.

I ruderi dell'anfiteatro di Bleso e, sullo sfondo, la Rocca Pia-Tivoli

L'antica Tibur, tra i suoi innumerevoli monumenti di profonda rilevanza storico-archeologica, nasconde un piccolo gioiello sconosciuto a molti seppur situato nel cuore dell'odierno centro abitato, a pochi passi dalla piazza Garibaldi e ai piedi della Rocca Pia: l'anfiteatro di Bleso. Questa struttura, rientrante nel canone del classico Amphiteatrum romano, è attualmente chiusa alle visite risultando accessibile solo per eventi particolari quali concerti, proiezioni cinematografiche all'aperto, fiere espositive e rievocazioni storiche in costume. A riguardo di queste ultime, sono degne di menzione le Idi Adrianensi ideate dall'associazione culturale “Villa Adriana Nostra”, giunte oramai alla XV edizione, la quale indice da quattro anni il torneo gladiatorio "Hercules Victor", un autentico scorcio sul nostro passato con combattimenti tra Ludi gladiatori di varie nazioni, una giuria di esperti a presenziare per decretare il vincitore e un pubblico che, edizione dopo edizione, si è fatto sempre più numeroso e appassionato. Prima di descrivere l'anfiteatro tiburtino, si rende necessario un breve excursus circa cosa fosse e quali caratteristiche specifiche avesse tale edificio nel mondo romano. Innanzitutto occorre puntualizzare che tali strutture non sono sempre esistite, al contrario: nonostante la tradizione gladiatoria romana risalga all'anno 264 precedente all'era cristiana, tradizione di probabile origine campana risalente al IV secolo a.C. e mutuata poi dagli Etruschi che dovettero trasmetterla ai romani, i primi anfiteatri non comparvero se non tra la fine del II e il principio del I secolo a.C. in Campania, per l'appunto. I più antichi combattimenti gladiatori avvenivano nei Fora, le piazze cittadine cuore dei principali avvenimenti pubblici, e vi si poteva assistere prendendo posto su costruzioni temporanee in legno, chiamate Maeniana, una sorta di balconate lignee antesignane delle tribune, posizionate sopra le botteghe: i munera in onore di Giunio Pera, i primi celebrati a Roma, si svolsero nel Foro Boario, dunque l'area destinata agli scambi commerciali nei pressi del fluviale Portus Tiberinus, voluti dai suoi figli Marcus e Decimus durante il consolato di Appio Claudio Cieco. Il più antico anfiteatro sorse forse a Capua, seguito da quello di Pozzuoli, passando poi per Cuma, Paestum, Nola e Pompei, quest'ultimo de facto il più antico anfiteatro di cui si abbiano tracce archeologiche tangibili.

La costruzione pompeiana, databile circa al 70 a.C., venne chiamata all'epoca Spectacula giacché il termine “Amphiteatrum” non era ancora stato coniato: Spectacula è il primo nome che venne utilizzato per classificare questa tipologia di strutture, derivandolo dalla funzione dell'edificio ovverosia un luogo dal quale si “guardava”. La forma ellittica dell'anfiteatro romano rispose, fondamentalmente, all'esigenza di offrire la miglior visuale possibile essendo un luogo dove ci si recava per “osservare” qualcosa, in qualsiasi punto ci si trovasse: con i suoi lati curvi, tale espediente risolse in gran parte la necessità sopracitata. La distanza limite calcolata dagli architetti romani era di circa 60 metri, ossia quanto un occhio umano può tollerare per avere una visione sufficientemente nitida. Fu durante l'epoca dell'Imperatore Ottaviano Augusto che la parola Amphiteatrum comparve per la prima volta, nel De Architectura di Vitruvio datato circa all'anno 27 antecedente l'era cristiana. La parola Amphiteatrum possiede radici greche ma la sua origine è indubbiamente romana, non essendo attestata se non nel I secolo a.C.: è composta da Amphì, “tutt'attorno”, e Théatron, “luogo in cui si guarda [uno spettacolo]”. L'anfiteatro sarebbe dunque “l'edificio che corre tutto intorno all'arena”. Per quanto concerne il nostrano Bleso, ancor prima del suo ritrovamento avvenuto nel 1948, sue notizie erano già rintracciabili nei RegestiChronicon medievali delle abbazie di Farfa e Subiaco, l'antica Sublacum, narranti di un "Fundum Amphiteatrum". La sua presenza denota chiaramente l'importanza raggiunta in età imperiale da questa parte della città, che si trovava al di fuori delle antiche mura repubblicane. 

Per l'imponenza della struttura, era necessario un vasto spazio non disponibile all'interno del nucleo urbano, anche in ragione della probabile presenza di una "Schola Gladiatorum”, al giorno d'oggi non ancora individuata: la costruzione dell'anfiteatro di Bleso si colloca nel II secolo dell'era cristiana, in linea con la consacrazione definitiva dei Ludi Gladiatori e delle strutture a essi dedicate, come facilmente deducibile a seguito di un attenta analisi dello stile murario: un opus mixtum molto simile a quello riscontrabile nella residenza Adrianea dell'Imperatore Adriano. In precedenza, in età repubblicana, nell'area interessata successivamente dall'edificazione dell'anfiteatro sorgevano e prosperavano le fabbriche di ceramica, le officine Figlinae, le quali si estendevano sino nei pressi della vicina S. Anna. Nel corso degli anni, con studi e scavi effettuati anche dal prof. F.C. Giuliani, sono stati rinvenuti frammenti ceramici “megaresi” e ceramica con impressioni a rilievo floreali di grande raffinatezza: rosette, foglie di acanto e loto, edere, spighe, petali embricati. Notevoli anche i temi mitologici e fantastici, con teste di medusa, bucrani, fauna marina con musi di pesce, delfini e chele di granchi. Gli autori di questi piccoli capolavori, menzionati persino da Seneca il quale parlò di “Tiburtinus Calix” (Ep. Mor., XX, 2, 3.), il “calice tiburtino”, rispondono ai nomi di Heracleides, Polius e Lapius: l'analisi e la trattazione delle officine Figlinae tiburtine sarà oggetto di un futuro articolo. In età repubblicana quest'area divenne extraurbana, e dunque adatta per impianti di produzione, poiché per effetto del sinecismo gli abitanti della città si racchiusero in una cinta muraria spostata di almeno 400 metri verso Nord. Successivamente, in piena età imperiale, ai principi del II secolo d. C., l'area venne “sconvolta” con l'inizio dei lavori utili alla costruzione dell'arena gladiatoria: a tal proposito, un'importantissima epigrafe in onore di Marcus Tullius Rufus, figlio di Marcus Tullius Blesus, ambedue appartenenti alla gens Camilia, (commissionata da Berenice/Beronice, madre, e Tullia Blaesilla, sorella) narra di come M.T. Blesus contribuì, piuttosto generosamente, ai lavori utili per l'inaugurazione dell'anfiteatro attorno alla metà del II secolo dell'era cristiana con 200 mila sesterzi e 200 giornate lavorative. Il ricco M.T. Blesus pagò dunque le spese per l'inaugurazione mentre è logico presupporre che gli oneri per l'edificazione furono forse a carico della comunità (o di un ricco patronus tutt'ora anonimo) nella quale Marcus Tullius Blesus ricoprì la carica di patronus municipii e Curator Fani Herculis Victoris, ovverosia incaricato dell'amministrazione del Santuario di Ercole Vincitore e, come patronus, si occupò anche della dedica di una base marmorea in onore del potentissimo Lucius Minicius Natalis Quadronius Verus, Proconsole d'Africa nel 139 dell'era cristiana, anch'egli patronus municipii e curator fani Herculis Victoris.

Epigrafe di Marcus Tullius Blesus e suo figlio Marcus Tullius Rufus-Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano

Di notevole importanza è anche una seconda epigrafe, attualmente ubicata nell'androne del palazzo comunale di S. Bernardino, databile al 24 luglio del 184 d. C. (9 giorni prima delle calende di agosto), nella quale si attesta che M. Lurius Lucretianus pagò il finanziamento di una Venatio, l'equivalente di combattimento fra belve e uomini in una simulazione di caccia, e di incontri di 20 coppie di gladiatori. Lucretianus indì tali ludi gladiatori come celebrazione per aver ottenuto la quinquennalità, ossia il controllo del censo e degli edifici pubblici in Tibur, durante il consolato di Lucius Eggius Marullus e Cnaeus Papirius Aelianus: offrì dunque in dono alla città questo spettacolo e i cittadini, assai grati, eressero al loro patronus municipii una statua con dedica onoraria, finanziata attraverso una pubblica raccolta di denaro. 

Epigrafe su cippo di M.Lurius Lucretianus, Palazzo Comunale di San Bernardino-Tivoli

Di seguito il testo dell'epigrafe

[M-LVRIO-M-F-PALAT(ina) LVCRETIANO PATRONO MVNICIPI TIBURTES MVNICIPES AERE COLLOCATO QVOD ONORE SIBI QVINQVEN NALITATIS OBLATO XX PARIA GLADIATORVM ET VENATION(em) SVA PECVNIA EDIDERIT-L-D-S-C-DEDICATA VIIII-KAL-AVGVST-L-EGGIO MARVLLO CN-PAPIRIO AELIANO COS]

Attualmente l'anfiteatro tiburtino, l'unico di cui fin'ora si abbia testimonianza nella nostra città (non è da escludersi, vista la medesima presenza di strutture coeve in Roma, l'esistenza di edifici ludici in legno oramai del tutto scomparsi), si presenta come una costruzione di forma ovale: all'esterno l'ellisse misura 83 metri lungo l'asse maggiore e 64 lungo il minore, mentre gli assi dell'arena misurano rispettivamente 57 e 37 metri. Le opere murarie sono in prevalenza composte da Opus Mixtum con reticolatum tufaceo, travertino e liste di mattoni. Le gradinate del lato sud poggiavano su di un costone naturale di tufo, mentre altrove si ricorse alla costruzione di cunei radiali per sopperire al dislivello. La strada proveniente dall'Inversata dovette transitare sotto gli ambienti voltati, mentre all'esterno di questa ne furono rinvenute altre tre con andamento grossomodo parallelo. Attorno all'arena corre tutt'oggi un ambulacrum, un ambiente secondario sviluppantesi perlopiù in lunghezza dotato di copertura porticata, largo 2,20 metri con copertura voltata a botte il quale consente l'accesso a ulteriori ambienti. Sull'asse E/O, invece, è presente un ambulacro ipogeo di servizio la cui probabile funzione era di consentire l'accesso alle belve per le venationes all'interno dell'arena che avveniva tramite l'utilizzo di montacarichi atti a elevare le gabbie sino al piano di combattimento. In linea generale, la struttura risulta come un compromesso tra la tipologia “a struttura piena o provinciale”, sfruttante il pendio naturale dove oggi sorge la Rocca Pia e il terrapieno ottenuto dall'escavazione del bacile dell'arena, e la “struttura aperta canonica”.

La cinta esterna mostra delle semicolonne in prossimità dei muri cosiddetti radiali, atti a sostenere le gradinate ove gli spettatori erano assisi; la probabile capienza dell'arena è stata calcolata in circa 1500-2000 persone, seppur altre ipotesi ne stimano la capienza attorno alle 6000 unità. L'anfiteatro di Bleso dovette resistere egregiamente all'inesorabile trascorrere del tempo seppur oramai scevro della sua originaria funzione a seguito del divieto di praticare giochi gladiatori imposto dall'Imperatore Onorio, tradizionalmente fissato al 1° gennaio dell'anno 404 dell'era cristiana, seppur tale pratica resistette sino all'abolizione decretata dall'Imperatore Valentiniano III nel 438 per giungere quindi al definitivo tramonto nel 523 quando Teodorico soppresse anche le Venationes. La sua possanza era ancora superbamente integra quando Enea Silvio Piccolomini, il Papa umanista Pio II, decise di abbattere nel 1461 circa le mura radiali, alte più di 3 metri, demolendole e interrandole allo scopo di impedire a eventuali nemici e assalitori di trovarvi rifugio, in previsione della costruzione della Rocca Pia avvenuta poco dopo.

Curiosità

Il termine “arena”, utilizzato per identificare le strutture riconducibili alla tipologia di “anfiteatro”, deriva dal tipo di materiale in uso per coprire la porzione centrale dell'edificio, ove avvenivano i combattimenti: l'harena era una sabbia a grana fine, di colore bianco/avorio e proveniente per lo più dal deserto sahariano, la cui funzione principale era assorbire e drenare il sangue di uomini e bestie uccisi durante le manifestazioni ludiche. Tale sabbia era rinnovata durante tutto il tempo entro il quale si svolgevano i combattimenti, un'intera giornata, da una squadra di addetti preposti a tale compito, denominati harenarii.

Fonti bibliografiche:

-“Viaggio a Tivoli”, prof. Franco Sciarretta, 2001, Tiburis Art. Edizioni;

-”Storia di Tivoli”, prof. Franco Sciarretta, 2003, Tiburis Art. Edizioni;

- Sciarretta in “Atti & Memorie della Società Tiburtina”, 1969, vol. XLII

- Leotta in “Atti & Memorie della Società Tiburtina”, 1993-1997-1998;

- Forma Italiae, Tibur Pars I, prof. C. F. Giuliani, Roma, De Luca 1966;

- Lucio Anneo Seneca, “Epistulae morales ad Lucilium”, XX, 2, 3;

- Corpus Inscriptionum Latinarum, XIV-4259

- Riccardo Frontoni, “L'Anfiteatro di Tivoli. Relazione preliminare”, Atti&Memorie della Società Tiburtina, 1997, pp. 121-135 e tavv. XXV-XXXIX.

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