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La Chiesa di S. Vincenzo - I° Parte

a cura dell'arch. Francesco Pecchi.

La Chiesa di S. Vincenzo tiburtino rappresenta un particolare episodio nel vasto patrimonio architettonico di chiese della città di Tivoli.
Pur legando la sua origine alla venerazione di due santi martiri tiburtini del primo Cristianesimo, come Vincenzo e Sinforosa, in una città da sempre attenta alla sua storia con l'opera cronachistica di diverse e notevoli personalità, poco pare essere sopravvissuto nella memoria collettiva.
Oggi si presenta certamente in un pessimo stato di conservazione. I ponteggi fissi che, attualmente, ne ricoprono i prospetti ne accentuano l'oblio. L'ingresso del Teatro Comunale racconta di anni ruggenti, e di una funzione civica che dovette probabilmente far pensare ad una rinascita del piccolo edificio. 

Dunque S. Vincenzo viene a trovarsi lungo la storica Via dell'Inversata, quasi all'incontro con Via Colsereno, dove possiamo osservare la piazzetta che qui si apre, detta appunto di S. Vincenzo.
La pianta rettangolare ha un orientamento in direzione Nord - Ovest o Sud - Est, e dunque la sua facciata principale si trova verso Sud.

Le preesistenze romane e il culto dei santi Sinforosa e Vincenzo.

La comunità cristiana nella Tivoli medievale visse, come ricorda Vincenzo Pacifici, nella credenza della Sibilla Tiburtina come prima annunciatrice della venuta del Salvatore sulla Terra (in realtà questo sarebbe oggetto di contenzioso, con la Sibilla Cumana e le altre loro pari). La terra tiburtina ebbe poi il cruento privilegio di offrire al radicamento della fede cristiana primigenia diversi martiri, caduti per mano dei Romani. 
Su tutti spicca la figura di Sinforosa (o Sinferusa), martirizzata sotto Adriano, non prima di brutali torture insieme ai suoi sette figli. Ma devono essere ricordati anche i santi Generoso (definito protettore di Tivoli contro le angherie di Genserico), appunto Vincenzo (martirizzato e sepolto nel territorio tiburtino) e la santa Vittoria caduta sotto il pretore Domiziano. Questi culti dovettero suscitare una vasta adesione nel sentimento religioso del tiburtino medievale.

E' sicura l'esistenza, sotto l'odierna Chiesa, di una conserva romana dove tradizionalmente si sarebbe rifugiata la Santa con i figlioli per sfuggire alle accanite persecuzioni. Il Crocchiante riporta le dimensioni piuttosto anguste di questo rifugio, seguendo il Martirologio del Cardinale Baronio, e riferisce di una “Cisterna Sicca” di dimensioni esatte in 48 palmi di lunghezza, 4 + 2/3 in larghezza e 10 in altezza.
Possiamo anche considerare le dimensioni proposte da F. C. Giuliani che in Tibur Pars Prima riferisce di una, grotta lunga 9 m, larga 60 cm e “..avente alle estremità due tombini di altezza 6 metri”. Nella medesima pubblicazione questa Conserva viene messa in correlazione, avendo caratteristiche costruttive e funzionali simili, con quello affiorato nei pressi di Piazza Colonna che possiede invece dimensioni di 15 x 1,2 m in pianta. Trattasi di un profondo “cunicolo” con alle estremità due pozzi con pedarole per la discesa.

Ipotizzando una misura equivalente di un palmo = 22/23 cm (canna architettonica = 10 palmi), e seguendo anche il prof. Sciarretta che parla nella sua pubblicazione di una misura di 22 cm, le dimensioni del Crocchiante sembrano più vicine alla seconda conserva di Piazza Massimo, almeno in pianta. Il cosiddetto santuario possedeva poi almeno 22 scalini, non è escluso che si tratti delle pedarole tipicamente realizzate per l'ispezione del pozzo.

In questo luogo la Santa stette a lungo nascosta anche per più giorni. Vuole la tradizione che tale fosse l'umidità del luogo che le vesti si bagnassero a contatto con le pareti. Questo fatto sarebbe stato accertato almeno fino al XVII secolo, se è vero che nella sua Historia delle Chiese della Città di Tivoli del 1726 il Crocchiante racconta di questo prodigio in termini che : “...tramandava, come anche fa oggi, dai muri un umore..”. Il liquido poi raccolto strizzando i panni avrebbe avuto poteri miracolosi.

Dalle informazioni in nostro possesso possiamo dedurre la tipologia di cisterna, di cui si conoscono numerosi esempi e testimonianze archeologiche anche nello stesso territorio tiburtino. I due pozzi, probabilmente “a campana” ovvero con sezione a diametro variabile sempre più grande a partire dall'apertura principale, immettevano in una camera profonda e stretta ove si conservava l'acqua. La portata di questo locale non era trascurabile, la tipologia tuttavia può adattarsi ad un contesto urbano o appena suburbano.

Dunque la Chiesa sorgerebbe sopra un luogo di particolare importanza per il culto della martire.  Bisogna segnalare che Crocchiante riporta le affermazioni di Padre Fulvio Cardoli, secondo cui in realtà la Chiesa si ergerebbe nello stesso luogo dove viveva Sinforosa, e dove il fratello Eugenio diede sepoltura alle sue spoglie dopo il martirio. Tradizionalmente la tomba si troverebbe nel luogo degli attuali ruderi della Basilica di S. Sinforosa, in territorio del Comune di Guidonia Montecelio, zona Setteville (in ricordo forse dei Septem Frates, i sette figli). Eugenio rinvenne il corpo, portato in quel punto dall'Aniene; secondo gli Atti del Martirio la donna venne schiaffeggiata, appesa per i capelli e infine, legata con una pietra al collo, e gettata nel fiume. Ricerche recenti hanno dimostrato l'esistenza di un sepolcreto nei pressi della Basilica, collocata al : “...nono miglio della Via Tiburtina...”.

Il Viola, citandando il Martirologio di S. Girolamo, afferma il che il martirio avvenne al XIX miglio della Via Tiburtina. Considerando che fra Tivoli e Roma intercorreva una distanza di almeno venti miglia, e che al XII miglio si formavano poi due strade rispettivamente verso le Acque Albule e verso il Ponte Lucano, il luogo interessato dal martirio potrebbe essere la zona di Campo Limpido. Nel testo segue una breve osservazione sul fatto che il Santo dovesse essere originario di Tivoli, o quanto meno risiedervi e predicare in queste zone, poichè se fosse stato romano avrebbe trovato in altri posti più vicini a quella città il glorioso martirio.

La prima chiesa medievale di S. Vincenzo.

Alla luce di quanto abbiamo detto possiamo osservare come la costruzione di un edificio di culto dedicato a S. Vincenzo sia avvenuta in maniera abbastanza simile a quella di molti altre chiese del periodo, piccoli e semplici luoghi di preghiera o dove si commemorava il passaggio in vita del Santo (spesso con effetti miracolosi). In altri casi poteva trattarsi di culti che si erano radicati per motivi di natura varia.

Inoltre è da evidenziare come spesso sussistano preesistenze di epoca romana riutilizzate ai fini strutturali per la realizzazione di questi edifici.

E' facile notare, spinti anche da una certa progressione logica, che dall'analisi delle fonti parrebbe la Chiesa più atta all'intitolazione in favore di S. Sinforosa che non del nostro Vincenzo. Premesso che la materia merita sedi diverse e più altolocate per essere discussa, non possiamo non considerare almeno due fattori : 1) E' plausibile la scelta, da parte di una precisa committenza, di fondare e intitolare una Chiesa a Santi o Vergini cari alla propria famiglia 2) Alcuni culti, come quelli dei martiri tiburtini, potrebbero essere stati associati in determinati periodi e circostanze.



Le indulgenze, riportate dal Giustiniani (G. Books).

Ad ogni modo una Chiesa doveva esserci già prima del XIII secolo, se è vero che all'interno della Sagrestia si conservano affisse su di un muro numerose indulgenze, pubblicate fino dall'anno 1286, con scrittura in carattere definito “gotico”, e che sono state trascritte dal Giustiniani.

Si trattava di indulgenze : “..che si potevano lucrare (…) recanti la data 1286, attraverso la devozione a S. Vincenzo Martire, il pentimento sincero, la visita in festività importanti (…) ne lucravano benefattori della chiesa, che avevano contribuito alla sua erezione, quelli che provvedevano alla sua illuminazione”. Queste indulgenze furono concesse : “..da un gruppo di 11 vescovi, inizianti con I nomi di Pietro di Costantinopoli e Guidone, patriarca di grado, che allora erano a tivoli a seguito del Papa Onorio IV, che vi soggiornò nell'estate del 185 e del 1286. Esse furono riconfermate dal Vescovo di Tivoli Sabarizio (…) nel 1289”.

All'interno della Chiesa o nei pressi si doveva conservare anche una altra importante epigrafe, secondo le Historie Tiburtine del 1646 di Francesco Marzi, canonico della Basilica di S. Lorenzo a Tivoli, che sarebbe risalente al periodo del Senato tiburtino, che in quella che è definita Repubblica doveva avere una propria sede : “..nei contorni della Colleggiata di S. Paolo”.


L'epigrafe così riportata nel testo del Marzi (G. Books).

E' opinione dell'archeologo dott. Stefano Del Priore, presidente della Ass. Archeotibur, già confermata poi anche da Stanislao Viola, che Il testo confermi la presenza di un importante personaggio in città, ovvero di un Curarum Acquarum.
Questa carica avrebbe infatti esercitato quella : “..Podestà Edilizia, e prefettura degl'accquedotti”, e sarebbe stata occupata da tre senatori di elevato rango a rotazione [III VIR], giustamente indicato come Patrono [PATRONO] del Municipio con diritto quindi alla toga praetext e sella curulis. Più difficile  è l'attribuzione del nome dell'acqueodotto [RIVI] definito “superiore”[SUPERNI], cosa che sarebbe possibile con una datazione del'epigrafe non prima di una accurata osservazione.

In ogni caso il personaggio dovette ricoprire una carica molto importante; Potestas Quinquennalis Salus [POT. Q.Q. SAL.]. Queste parole si sarebbero trovate alla base di una statua innalzata al personaggio in questione nelle Terme situate nei pressi della vicina Chiesa di S. Andrea, e l'epigrafe avrebbe trovato una collocazione a durata non precisata nel Pincetto di Villa Gregoriana. Dunque l'iscrizione non sarebbe mai stata affissa, secondo Stanislao Viola, in S. Vincenzo e in definitiva avrebbe trovato poi collocazione altrove, ma dobbiamo pure considerare che passano due secoli circa da una fonte all'altra e nessuna può escludere l'altra.
Importante è infine la presenza di una iscrizione incisa in un marmo affisso all'interno della grotta di S. Sinforosa, che ne testimonierebbe l'autenticità : 

VETERIS MEMORIA/VBI S.SYMPHOROSA CVM/FILIS ORANS DOMI LA/TITABAT TEMPORE PERSECUTIONIS ADRIANI / IMPERATORIS.

La Chiesa fu fondata dalla ricca famiglia Sebastiani di Tivoli, e che questa affisse poi il proprio stemma sopra il portale di ingresso, già quasi scomparso e non visibile chiaramente già nel 1726. Il Crocchiante riporta la presenza di tre altari, il Maggiore sicuramente sito nello spazio absidale, uno era invece dedicato a S. Sebastiano (forse in riferimento allo ius padronato della famiglia fondatrice, che sotto tale altare aveva poi sepoltura) di cui si conservava anche un quadro ad olio, insieme ad un altro quadro raffigurante S. Martino, Vescovo di Turono, e S. Niccolò Vescovo di Mira, ossià Nicola di Bari.

Il quadro di S. Sebastiano dovrebbe essere opera del pittore Ignazio Torri allievo di Andrea Sacchi. Un terzo altare sarebbe stato dedicato a S. Sinforosa e proprio sotto di questo si troverebbe la celebre Grotta, poi sopra questo altare un quadro sempre con tecnico ad olio raffigurante S. Sinforosa.  Questo dipinto, sentendo il Sebastiani, dovrebbe essere opera del pittore Lucatelli. Possiamo pensare che la Grotta sia chiusa o forse resa parzialmente accessibile con la realizzazione dell'altare, ma se è vero come già citato in questo articolo e riguardo la medesima fonte (Crocchiante) che da questa Conserva proveniva ancora una forte umidità nel Settecento non è del tutto errato pensare ad una chiusura di questa per esigenze tecniche e funzionali.

Certamente è difficile dare spiegazione del fatto che nei secoli si possa, volutamente, aver proceduto con l'obliare un tale luogo sacro ad una così stimata e venerata martire cittadina. Chi scrive non ha mai però potuto ispezionare la Chiesa, pur avendone saggiamente studiato i rilievi architettonici. Non è escluso che testimonianze ed evidenze del luogo si conservino ancora nel luogo, e sarebbe certamente interessante scoprirlo.

E' stata sollevata l'ipotesi che la Chiesa potesse essere intitolata a S. Vincenzo Martire di Valenza. Il Crocchiante prova a giustificare questo fatto, credendolo errato, perchè era consuetudine che nel giorno della sua festa il “Magistrato” portasse un tributo di due torce e visitasse : “questo santo. Inoltre egli afferma che nella Chiesa si conservasse un dipinto del Santo. Inoltre è da lui riportata la tradizione che i tiburtini ringraziarono S. Vincenzo (tiburtino) per la vittoria contro Corrado, Conte di Anticoli, ottenuta proprio il 22 Gennaio del 1381, giorno della sua festa. Un fatto che avrà certamente intensificato il sentimento di devozione al Santo, che già da prima comunque era titolare della Chiesa.

Risulta particolarmente utile una lettura di alcune visite pastorali del XVI secolo, così come trascritte nella pregevolissima pubblicazione di Renzo Mosti del 1988.
La prima risale al 1 Maggio del 1568. Quando il Vescovo Croce visitò la Chiesa trovandovi il cappellano spagnolo Francesco Navarra insieme al rettore della Chiesa lohannis Dominici de Sebastianis, dunque un membro della famiglia Sebastiani che ne reggeva ancora le sorti quasi tre secoli dopo la sua fondazione. Il Vescovo ispezionò il tabernacolo posto sopra l'altare maius, ed è inoltre descritta la presenza di due cappelle (quindi forse non più semplici altari votivi) dedicate a S. Sebastiano e S. Sinforosa. 

Una nuova visita il 5 Giugno dell'anno 1570 ci segnala la presenza di un tabernacolo in legno dipinto, il 3 Dicembre 1576 è tempo di una nuova visita pastorale, dopo la solita ispezione del tabernacolo (questa volta definito dorato) si passa alla descrizione dell'altare di S. Sinforosa, e viene in particolare riportata la presenza di un quarto altare dedicato a “Nicolai Sancti Martiris”, di cui non vi è cenno nell'opera del Crocchiante. Probabile si tratti del sopracitato S. Nicola di Bari, e che il suo quadro si trovasse sopra questo altare. Il celebre martire è indicato come iure patronatus della famiglia De Fornariis, dunque una nuova famiglia che forse poteva anche lei trovare sepoltura sotto il proprio altare.

E' molto interessante per la nostra ricerca considerare quanto riportato nella pubblicazione Tivoli nel decennio dalla deviazione del fiume Aniene nel traforo del Monte Catillo, edita nel 1848.
In questa pubblicazione l'autore, riferendo delle antiche strade della città di Tivoli, afferma l'esistenza di un sontuoso edificio termale ubicato fra l'attuale Chiesa di S. Andrea e quella di . Vincenzo. L'esistenza di queste terme sarebbe confermata da alcuni ritrovamenti di fistule in piombo, e in particolare dal piedistallo di una statua (conservata all'epoca al Museo Pio Clementino) a sostegno di una Venere o forse di un Pallade e recante queste parole : 

FVRIVS . MAECIVS GRACCVS . V .C CORRECTOR . FLAMINIAE . ET . PlCENI . ORNATVM THERMARVM DEDICAVIT.

Affidiamoci ancora alle parole del dott. Del Priore per scoprire che il personaggio in questione, Furio Mecio Gracco, fu corrector, censore e governatore civile della Flaminia e del Piceno, e che si dedicò all'abbellimento delle terme. Si trattava di un importante uomo politico, forse un praefectus urbi nel 376 d.c. E' importante notare che questa personalità si occupò del restauro di altre terme, come infatti ricorda una iscrizione presso S. Giorgio al Celio. Inoltre secondo lo stesso autore una bella colonna corinzia, facente parte del complesso termale, dovrebbe trovarsi in una cisterna presso S. Vincenzo, forse proprio la grotta di S. Sinforosa.




L'epigrafe così riportata nel testo di Viola (G. Books).


Riguardo la Piazza è da riportare che nelle case allora esistenti e ivi prospicienti, narra il Crocchiante, furono alloggiati i soldati “alemanni”, che : “..divisi in tre reggimenti si portavano a recuperare i Regni della Sardegna, e della Sicilia occupati l'anno 1718 dall'armi di Filippo V..”.

Le truppe furono però alloggiate nelle case de particolari, avendo riguardo di non sistemarli dove vi fossero donne.

In conclusione, rimandando ad un prossimo articolo una descrizione architettonica dell'attuale Chiesa di S. Vincenzo, che si vuole ricostruita o rimodernata nel 1860, possiamo concludere che se fondata dai Sebastiani, essi la tennero per molti anni in una maniera dignitosa sia come paramenti che come manutenzione e caratteristiche strutturali o funzionali. La Chiesa poteva rilasciare molte indulgenze, e possedeva almeno 4 altari. Inoltre essendo un luogo dedicato al culto dei principali martiri tiburtini dovette godere di una certa importanza, dato che poteva fregiarsi della presenza di un luogo sacro e miracoloso.

Fonti Bibliografiche :

(1) : Vincenzo Pacifici,Tivoli nel Medioevo, in AMST., V-VI, 1925-26, pp. 370

(2) : Giovanni Carlo Crocchiante, L'historia delle Chiese della città di Tivoli, Roma, 1726, pp. 165

(3) : Fulvio Cairoli Giuliani, Tibur Pars Prima, Forma Italie, Regio I, Vol.VII, Roma, 1970, pp. 345

(4) : Franco Sciarretta, Viaggio a Tivoli : guida della città e del territorio di Tivoli attraverso 7 percorsi interni e 5 esterni, Tivoli, 2001, pp. 488.

(5) : Storia di Tivoli dalla sua origine fino al secolo 17. Dell'avvocato Sante Viola. Tomo primo, Roma 1819, pp. 287.

(6) : Historie tiburtine di Francesco Martio [Marzi] tiburtino dottor de leggi, e canonico della Basilica di S. Lorenzo a Tivoli, parte prima, Tivoli, 1646.

(7) : A cura di Renzo Mosti, Le “sacre visite” del ‘500 nella diocesi di Tivoli. 1, Le visite pastorali di mons. Giovanni Andrea Croce dal 1564 al 1576, Tivoli, 1988, pp. 175.

(8) : Filippo Alessandro Sebastiani, Viaggio a Tivoli antichissima citta' latino-sabina fatto nel 1825, parte prima, Foligno, 1828, pp. 424.

(9) : Tivoli nel decennio dalla deviazione del fiume Aniene nel traforo del Monte Catillo avvenuta il 7 ottobre 1835 sino all'ottobre del 1845 con la serie di antichi monumenti scritti ritrovati e loro illustrazione, con appendice del dottor Stanislao Viola, Roma, 1848, pp. 344.



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