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Influenze dell'architettura di Tivoli nel mondo

a cura di Christian Doddi.

Tivoli, città millenaria, è conosciuta nel mondo grazie ai vari aspetti che la rendono magnifica e unica. Basti pensare che è l’unica città, insieme a Pechino, a vantare ben due patrimoni UNESCO; ma Tivoli è una città di 68 km2 e circa 60 mila abitanti, mentre Pechino ha un’area di 16808 km² e circa 22 milioni di cittadini. Questi dati sono messi a confronto per fare comprendere la quantità di ricchezza artistica e paesaggistica, concentrati in un’area così piccola. Di sicuro non è sorprendente, se si pensa che il 75% del patrimonio culturale mondiale è custodito in Italia. 

In particolare Tivoli vanta le straordinarie presenze architettoniche che, come vedremo, hanno influenzato sin dall’antichità i progetti di vari architetti. Inoltre vedremo analogie tra alcuni edifici tiburtini ed altri nel mondo. 

Analogie e similitudini.

Prima di passare a descrivere le vere e proprie influenze architettoniche tiburtine nel mondo, è d’uopo notare alcuni edifici e stili architettonici simili a quelli del territorio di Tivoli per comprendere poi l’evoluzione artistica e propria del linguaggio architettonico tiburtino. 

La prima analogia si può riscontrare tra due edifici databili entrambi tra il III e il IV sec. d.C. e di incerta attribuzione: il c.d. Tempio della Tosse a Tivoli e il Tempio Rotondo di Ostia Antica. Sia l’uno che l’altro probabilmente derivano dall’evoluzione dell’impianto architettonico del Pantheon: pianta tonda scavata con motivi geometrici (rettangoli e semicirconferenze), cupola gradonata e oculo. Nel caso del Pantheon e del Tempio della Tosse, questi punti sono tutt’ora riscontrabili data l’eccezionale conservazione dei due edifici, mentre per quanto riguarda il Tempio Rotondo, purtroppo si conserva solo l’impianto planimetrico. Ma è proprio dalla traccia in pianta che si nota d’impatto la perfetta somiglianza tra l’edificio tiburtino e quello ostiense.

La pianta di entrambi è così composta: grande circonferenza ad anello di base, scavata lungo gli assi a 90° da forme geometriche rettangolari che fuoriescono dal limite esterno della circonferenza di base, e scavata lungo gli assi a 45° da semicirconferenze absidali. Nel territorio tiburtino vi è un altro monumento, questa volta con funzione certa, con pianta analoga seppur sostanzialmente diversa. Stiamo parlando del Mausoleo di Claudio Liberale, un’opera funeraria posta in pianura lungo la via tiburtina. E’,a differenza dei precendeti, un monumento a pianta quadrata, con nicchie rettangolari radiali a 45° e cupola cassettonata.

L’utilizzo di nicchie radiali rimanda molto allo stile del c.d. Tempio della Tosse e la cupola cassettonata (come si vede in sezione) è un chiaro riferimento al Pantheon adrianeo. In molti altri edifici è riscontrabile un assetto architettonico simile a quelli appena citati, ma uno in particolare ne denota un’evoluzione particolare: il Tempio di Minerva Medica o ninfeo degli Orti Liciniani a Roma.

Tempio della Tosse, Tivoli.

Fu voluto dall’imperatore Gallieno all’inizio del IV sec. d.C. ed è, dopo il Pantheon, la struttura cupolata più complessa della città. La disposizione absidale, a sole nicchie semicircolari, qui non è posta radialmente a 45° gradi, ma a 36° regalandoci in questo modo 9 ambienti absidali (il decimo è assente per via dell’ingresso), anziché 7 come nel Tempio tiburtino e nel Tempio ostiense. Questo tipo di architettura non è molto diffusa nell’antichità ed ha uno sviluppo più significativo tra il III e il IV sec. d.C. Tivoli di per sé ne presenta almeno due esempi e ciò dimostra la varietà di maestranze che nell’antichità lavoravano nel territorio tiburtino, luogo più important
e e vasto di quanto lo sia oggi.

Il Pantheon a Roma.


Tempio di Minerva Medica a Roma.

Altra forte analogia la troviamo tra l’Acropoli tiburtina e il Foro Boario, che però merita un articolo a parte dove oltre a descrivere le varie similitudini tra i due siti, si cerca di dimostrare che l’Acropoli di Tivoli abbia influenzato decisamente la realizzazione del Foro Boario di Roma. Il primo punto in comune è la presenza della stessa tipologia templare; il secondo punto si riscontra nello stile architettonico degli edifici; il terzo punto, nulla però di completamente accertato, è la possibile attribuzione, secondo alcuni storici e studiosi, del culto d'Ercole a due dei quattro templi presi in esame; l’ultimo punto, quello più curioso, è l’origine tiburtina di uno dei due monumenti del Foro Boario.
I templi dei due siti sono rispettivamente tondi e rettangolari. Nell’Acropoli tiburtina vi è il tempio rotondo (III-II sec. a.C.), detto di Vesta, e il tempio rettangolare (III-II sec. a.C), detto della Sibilla. Nel Foro Boario il tempio rotondo (120-110 a.C.) è attribuibile al culto di Ercole Olivario e quello rettangolare (80-70 a.C.) al culto di Portunus. Le due tholoi, inoltre, presentano somiglianze stilistiche evidenti: capitelli corinzi, fusti scanalati tipici dell’architettura ionica e basi attiche. Anche in pianta, in alzato e in sezione è possibile riscontrare, soprattutto grazie a disegni (non del tutto reali, ma attendibili) dell’architetto Andrea Palladio, nette somiglianze. Stesso discorso vale per i templi della Sibilla e di Portuno: colonne ioniche, templi pseudoperipteri su alto podio e piante, alzati e sezioni di interessante similitudine. Anche questi sono facili da verificare, grazie ad incisioni dell’architetto Francesco Piranesi. La tholos tiburtina, viene considerata luogo di culto di Vesta, ma vi sono studiosi che credono che il tempio sia attribuibile ad Ercole. Quindi entrambe le tholoi potrebbero essere dedicate al culto del semidio delle dodici fatiche, teoria rafforzata se si pensa alla committenza del Tempio d’Ercole Olivario: Marco Ottavio Erennio, mercante Tiburtino. Per approfondimenti sul tema, come già citato all’inizio, sarà presentato un articolo sul nesso tra i due siti e verranno tenute conferenze a riguardo.

Palladio, Tempio di Ercole Olivario, Roma.

Palladio, Tempio di Vesta, Tivoli.

Si potrebbero mettere in analogia monumenti come il Santuario d’Ercole Vincitore a Tivoli e il Santuario della Fortuna Primigenea di Palestria, oppure l’anfiteatro di Bleso con i vari anfiteatri sparsi per l’Impero, ma essendo queste tipologie studiate su una base canonica di progetto, sarebbe alquanto inutile. Gli stessi edifici dell’acropoli e del Foro Boario, se presi singolarmente, non avrebbero nulla di speciale dato che dietro la progettazione di un tempio o di un edificio pubblico (e non solo) vi è comunque una base “canonica” da rispettare. Prendendo per esempio il Tempio di Augusto a Nimes, ha molto di somigliante con il Tempio di Portunus a Roma, ma questo perché la tipologia templare è quella del tempio pseudoperiptero su alto podio. Stesso discorso vale per il tempio detto di Vesta a tivoli in analogia con il tempio delle Vestali a Foro Romano, ovvero due tholoi su alto podio.

Nel caso di prima, però, vi era molto di più che il semplice assetto in pianta, e per questo è stato trattato con interesse. Per questo motivo i prossimi edifici messi in parallelo sono dei mausolei, rispettivamente quello dei Plauzi a Tivoli, quello di Cecilia Metella a Roma e quello di Lucio Munazio Planco a Gaeta. Anche in questo caso si potrebbe discutere su una “base canonica di progetto”, ma data la scarsità di monumenti simili spari nell’Impero è doveroso parlarne. Il Mausoleo dei Plauzi Silvani, che prende il nome da Marco Plauzio Silvano console insieme all’Imperatore Ottaviano Augusto nel 2 a.C. e Proconsole nel 4 d.C., rientra nella tipologia dei sepolcri a tamburo della tarda repubblica. La costruzione dell’edificio può essere datata intorno agli inizi del I sec. d.C. L’edificio può essere suddiviso in un grande dado di base sormontato da un cilindro rivestito in blocchi di travertino. Sfruttato nei secoli non solo come luogo di sepoltura, ma come torre difensiva e di sorveglianza, somiglia molto ad un altro monumento funerario famoso, ovvero il Mausoleo di Cecilia Metella sulla via Appia. Il grande cilindro in opus cementizio rivestito anch’esso in lapis tiburtinus, venne eretto per la nobildonna figlia del console Cecilio Metello e nuora del triumviro Licinio Crasso tra il 15 e il 10 a.C. Oltre ad essere sfruttato nei secoli per varie funzioni, prensenta non solo lo stesso tipo di struttura e di materiale di costruzione del Mausoleo dei Plauzi, ma ha anche proporzioni di progetto simili.
Proporzioni, che però non riscontriamo nel gigante sepolcro di Lucio Munazio Planco, il grande Generale Tiburtino veterano dell’esercito di Giulio Cesare che propose in senato il nome di Augusto all’Imperatore Ottaviano. Anche questo edificio apaprtiene alla stessa tipologia dei precedenti, ed è inserito tra le “similitudini” anche perché il Generale era originario di Tivoli. Differenza notevole, però, è il rapporto tra diametro di base e altezza. Difatti il mausoleo si presenta meno slanciato degli altri due dato che il diametro di base è nettamente superiore all’altezza dell’edificio.


Mausoleo dei Plauti, Tivoli.

Mausoleo di Cecilia Metella, Roma.

Mausoleo di M. Planco, Gaeta.

A Villa Adriana, nella piscina del c.d. Canopo furono rinvenute diverse statute mitologiche, tra cui le più importanti e famose sono l’Ares Adrianeo, il Coccodrillo del Nilo e le Korai. Quest’ultime rappresentano le giovani donne di Karya rese schiave dopo la vittoria Persiana nel Peloponneso. Da Karya (ci suggerisce Vitruvio nel De Architectura) deriva infatti il nome di Cariatide, utilizzato per definire quelle figure femminili che svolgono il compito di una normale colonna. Nel caso in cui la statuta-colonna viene rappresentata con personaggi maschili sì chiama Atlante o Telamone (vedi i Telamoni e/o Cioci sempre rinvenuti presso la Villa di Adriano). Le Cariatidi del gruppo scultoreo del c.d. Canopo sono la copia romana delle più famose Korai della Loggia delle Cariatidi dell’Eretteo, presso l’acropoli di Atene. In questo caso non vi è né analogia né similitudine, le statute sono state commissionate come copia esatta di quelle ateniesi. Ovviamente le statue originali di Atene sono molto più antiche, di circa 500 anni.
Non è strano trovare tracce ellenistiche così forti all’interno della Villa, dato che l’Imperatore era amante del mondo Egizio e Greco, in un modo molto marcato. Inoltre all’interno della sua dimora volle ricostruire le meraviglie del mondo che vide con i suoi stessi occhi e sembra quasi scontato che un gruppo scultoreo così meraviglioso fosse replicato e collocato all’interno della Villa.


Loggia delle Cariatidi, Atene.

Cariatidi del Canopo, Tivoli.


Il Tempio di Vesta

Dopo le analogie, vengono ora trattati gli edifici che hanno effettivamente influenzato alcuni architetti e loro progetti. Il primo monumento che verrà preso in considerazione è il già citato Tempio di Vesta, dati i vari studi e i vari progetti che sono stati ispirati dall’elegante tholos corinzia dell’acropoli tiburtina. Il Tempio è di interesse già dal Rinascimento, tanto da iniziare ad attirare Architetti illustri e grandi artisti per studiarne l’architettura e raffigurarlo su tela o incisioni.

Tra i più grandi studiosi, di cui abbiamo prove certe grazie ai meravigliosi disegni giunti sino a noi, spiccano Donato Bramante, Giuliano da Sangallo, Andrea Palladio, Sebastiano Serlio, Pirro Ligorio, Giovanni Battista Piranesi, Francesco Piranesi, Sir John Soane, Giuseppe Valadier ed altri ancora. Alcuni di loro non si sono limitati allo studio e al disegno, come per esempio il Palladio che inserisce la tholos nei suoi Quattro Libri sull’Architettura o Sebastiano Serlio con i suoi Sette Libri sull’Architettura, ma riutilizzano o reinventano lo stile e lo applicano al loro linguaggio architettonico. Partiamo dall’Architetto Donato Bramante (1444-1514), che il Vasari elogia nel suo trattato “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti” con la seguente frase: “Perché se pure i Greci furono inventori della architettura et i Romani imitatori, Bramante non solo imitandogli con invenzion nuova ci insegnò, ma ancora bellezza e difficultà accrebbe grandissima all’arte, la quale per lui imbellita oggi veggiamo.” Parole che ovviamente mettono in risalto la dote del Bramante nel riscoprire, rielaborare e “con invenzion nuova” proporre un linguaggio architettonico antico, seppur moderno. Uno dei suoi progetti che più rispecchia il commento del Vasari è senz’altro il Tempietto di San Pietro in Montorio. La riorganizzazione dello spazio del cortile porta l’Architetto alla scelta di una matrice geometrica circolare e quindi l’inserimento ti un tempio a pianta circolare è di grande importanza. Bramante si ispira alle forme del Tempio di Ercole Olivario al Foro Boario e soprattutto a quelle della tholos tiburtina. 
Studia per bene i due templi per ricrearne uno suo, di stile completamente diverso, difatti il Tempio di Vesta a Tivoli è in stile ionico-corinzio, mentre il Tempietto del Bramate è una sorta di dorico-tuscanico. Un punto importante è la contrapposizione tra la sfarzosità del tempio tiburtino e la nuda eleganza del tempietto di San Pietro in Montorio. 

Altro importante protagonista che fu ispirato dal monumento, è Sir John Soane (1753-1837). L’illustre architetto è considerato il migliore del suo tempo e lo dimostra la speciale committenza per la progettazione della gigantesca Banca d’Inghilterra. Proprio in questa sua meravigliosa elaborazione neoclassica, compare una delle parti più famose del suo operato: il Tivoli Corner. Letteralmente “Angolo di Tivoli”, questa cerniera architettonica di stampo altamente neoclassico, è una riproposizione del Tempio di Vesta, difatti presenta il fregio con tauroctonia, alto podio e colonne corinzie, proprio come la tholos tiburtina. La vera prova dell’ispirazione diretta al Tempio di Tivoli è custodita nella oggi Casa Museo di John Soane. La sua abitazione, che appunto oggi è un museo, era un covo per le sue collezioni: l’architetto viaggiava lungo le tappe del Grand Tour e ogni volta riportava con se qualche cosa che riteneva degna di essere in suo possesso. Uno dei pezzi più pregiati è il Sarcofago di Ramses III. Dopo essere stato a Tivoli, Soane riportò con sé parte del fregio, un capitello, rocchi di colonna e un modellino in legno del Tempio di Vesta. Pevsner descrive il linguaggio di Soane come “superficialmente neoclassico, estremamente personale, ma in realtà romantico e pittoresco”. 
Il pittoresco lo riscontriamo da un diverso punto di vista, ovvero esaminando un meraviglioso quadro di Gandy in cui la Banca d’Inghilterra è raffigurata come uno spaccato prospettico a volo d’uccello, spaccato che riporta al gusto delle cosiddette “rovine piranesiane”, aggettivo nato dalle fantastiche incisioni dell’Architetto Piranesi, in cui riporta lo splendore dell’antica Roma raffigurandone i ruderi. 

Giovanni Battista Piranesi (1720-1778) raffigurò non solo Roma, ma anche Tivoli con i suoi scenari spettacolari, come Villa Adriana, l’Acropoli, Villa d’Este ed altro ancora. Interessante notare come forse l’unico intervento da Architetto professionista, fu effettuato a Villa Adriana presso il Pecile. Notato un forte degrado lungo una breccia del lungo muro in opus reticolato, decise di intervenire con una sensibilità di restauro pari a quella contemporanea. Sorprendente questo fatto dato che il concetto di restauro, e ancor più restauro filologico, ai tempi non esisteva. Inserì in una parte della preccia dei laterizi ruotati di 45° così da poter far riconoscere l’intervento di restauro, ma restando fedele al pacchetto murario del Pecile. Difatti ruotando di 45° i laterizi si crea un effetto quasi illusorio di cubilia tufacei tipici del reticolato adrianeo. Non possiamo attribuire veri e propri edifici realizzati da Piranesi ispirato dal Tempio tondo dell’acropoli, ma vi è un’incisione un po’ “provocatoria” dove l’Architetto oltre a lasciare l’impronta tipica della tholos di Tivoli, descrive il disegno in questo modo: “Tempio antico inventato e disegnato alla maniera di quelli che si fabbricavano in onore della Dea Vesta […]”. E’ ovvio che l’ispirazione non è dovuta soltanto al tempio tiburtino, ma anche al Tempio delle Vestali presso il Foro Romano e quello di Ercole Olivario (che ai tempi veniva creduto dedicato al culto di Vesta) presso il Foro Boario.

La composizione è degna di una sensibilità architettonica particolare, ma ancor più di uno studio e di una conoscenza della materia, forse superiore a chiunque altro suo contemporaneo; Piranesi riesce a creare uno spazio neoclassico unendo l’antico alla rielaborazione moderna, un tempio tondo con scalinata curvilinea al di sotto una grande cupola cassettonata (vedi il Pantheon) e accessi con timpani semicircolari. 
Ma Piranesi si limitò soltanto a progettare un capriccio architettonico, a differenza di Soane che vi incluse il Tivoli Corner al suo progetto (realizzato) e a Enrico Ittar (1773-1850) che a Pulway in Polonia ha ricostruito una copia del Tempio di Vesta. In fine sempre in Polonia, presso il Giardino Sassone Ogrod Saski di Varsavia, nel 1854 vi fu costruito un’altra copia, ma con copertura in variante della classica, della tholos tiburtina.

Tempietto rotondo, Bramante, Roma.
Gandy, Banca d'Inghilterra, rovine piranesiane.   


Copia del Tempo di Vesta a Varsavia.

Soane, Tivoli corner, Londra.
Composizione classica, G. Piranesi.





















Villa d'Este

Uno dei due siti UNESCO della città, progettata e realizzata da Pirro Ligorio (1513-1583) su committenza del Cardinale Ippolito d’Este (1509-1572), opera eccezionale non solo dal lato architettonico, ma anche da quello artistico, ingegneristico, urbanistico, botanico e soprattutto idraulico. La villa di per se è un connubio tra architettura e arte, difatti all’interno dell’edificio vi sono vari cicli di affreschi (la maggior parte raffiguranti la mitologia tiburtina e romana), statue e scarcofagi romani e opere d’arte. Ma è il giardino che rende ancora più spettacolare la dimora del Cardinale. Con i suoi viali alberati e con le sue fontane meravigliose, nel 2001 è stato riconoscito come Patrimonio Mondiale dell’Umanita. Ma ancor prima del riconoscimento come sito UNESCO, Villa d’Este fu riconosciuta dagli architetti antichi come modello canonico del “giardino all’italiana”. In realtà non esiste un “modello canonico”, il primo riconosciuto fu quello di Boboli attribuito a Niccolò Tribolo, ma di certo chi voleva progettare un giardino degno di un ricco committente, studiava bene quello della Villa d’Este per essere ispirato dalla magnificenza della creazione di Pirro Ligorio.

Attualmente non esistono giardini privati attribuibili ad un’influenza diretta del sito tiburtino, ma vi sono due parchi che prendono il nome direttamente da Tivoli. Il primo, a Parigi, si chiamava Le Jardin de Tivoli. Questo parco divertimenti in realtà ha avuto più fasi e purtroppo non è arrivato fino a noi. La prima fase fu realizzata tra il 1795 e il 1810 dal proprietario Simon Gabriel Boutin, che chiamò il parco Tivoli in onore della Villa d’Este. Divenne famoso soprattutto per i suoi giardini, ma per via di vari problemi politici nel paese chiuse più volte e definitivamente nel 1810. Dopo la chiusura, il musicista Baneux riaprì un ambiente più modesto che venne chiamato “secondo Tivoli”, sempre in riferimento alla villa tiburtina. Nel 1812 fu reintegrato con “le Grand Tivoli”, ovvero il giardino di Boutin, ma chiuse definitivamente nel 1825. L’ultima fase è attribuita ad Etienne-Gaspard Robert, che aprì il “New Tivoli” nel 1826. Il parco chiuse i battenti per sempre nel 1842. 

Nel 1843, a Copenaghen, fu inaugurato un parco divertimenti dal nome Tivoli & Vauxhail. Il parco prese il nome dagli omonimi giardini parigini che chiusero un anno prima e dai Giardini Vauxhail di Londra. Anche se il parco danese non è ispirato direttamente alla villa tiburtina, può essere preso come il secondo caso perché fu progettato seguendo i canoni scelti nel parco francese che a sua volta si ispirò a Tivoli. A differenza dei Jardin de Tivoli, il parco di Copenaghen è tutt’ora visitabile ed è in continua evoluzione, ha mantenuto gli antichi aspetti, ma continua ad aggiornarsi tanto che è stato detto che “Tivoli non sarà mai terminato”. 


Tivoli Garden, Copenhagen.


Giardini Parigi, Tivoli.

Villa Adriana

Ora passiamo ad un luogo che può essere considerato completamente a sé stante: Villa Adriana. La dimora dell’Imperatore Adriano è un insieme eclettico di monumenti ed edifici che rispecchiamo l’utopia architettonica che l’Augusto apprese girando l’Impero. L’insieme di architetture romane puriste, ellenizzanti, monumenti egizi e rielaborazioni architettoniche personali di Adriano stesso, si fondono in un covo di bellezze uniche al mondo. L’organismo che ne esce fuore, oltre a sorprenderci per la straordinaria bellezza e per l’immensa area occupata dalla villa, ci meraviglia anche per le scelte ingegneristiche e urbanistiche. Nella Piazza d’Oro per esempio, la copertura del Triclinio è (forse) costituita dalla prima volta ad ombrello della storia, scelta assai arguta e discutibile. Apollodoro da Damasco, eccelso Architetto dell’Imperatore Traiano, si permise di accusare Adriano di “progettare zucche”, eufemismo per sminuire la professionalità architettonica dell’Imperatore data la stravagante forma “a zucca” della volta a creste e vele, frase che probabilmente gli costò la vita. 

Questo per quanto riguarda uno dei punti ingegneristici, mentre in riferimento all’urbanistica si riscontra una sensibilità straordinaria quando si studia la planimetria generale della villa, in particolare valutando la posizione strategica del Teatro Marittimo. Questa costruzione circolare (curioso il fatto che il diametro ha la stessa misura di quello del Pantheon adrianeo) è situata in luogo dove si incontrano due direttrici urbanistiche molto forti. Oltre ad evitare la creazione di uno spazio triangolare o trapeziodale, che in fase compositiva e progettuale avrebbe potuto dare non pochi problemi di disposizione spaziale, viene a creare una continuità apparente; il Teatro Marittimo fa da vera e propria cerniera urbanistica, dove le direttrici principali ricurvano su sé stesse e si incontrano con una certa fluidità.

E’ ovvio, se non addirittura certo, che Adriano non progettò tutto quanto da solo, anzi sicuramente si sarà avvalso dell’ausilio di equipe di ingegneri e architetti, ma comunque tutto sotto le sue direttive e sotto la sua idea di Architettura. Idea ben riuscita. Anche Villa Adriana è, come Villa d’Este, Patrimonio UNESCO, e come la stessa Villa d’Este non è apprezzata dall’ultimo secolo, ma da ben prima. Architetti da tutta Europa vennero a Tivoli per studiarne i monumenti, e, purtroppo, anche per trafugarne bellezze per affar proprio o altrui. Lo studio degli edifici della villa, ha ispirato alcuni architetti dal rinascimento fino al ‘900 a progettare opere con rimando all’architettura eclettica del sito. Partendo dalla già citata volta del triclinio della Piazza d’Oro, questa copertura innovativa ha instaurato il punto di partenza per una serie di edifici. Filippo Brunelleschi (1377-1446) utilizzo una volta a creste e vele nella Sagrestia Vecchia della Basilica di San Lorenzo a Firenze e nella Cappella Pazzi, Giuliano da Sangallo (1445-1516) nella Basilica di Santa Maria delle Carceri a Prato e così altri. La volta ad ombrello, con la maturità architettonica del Rinascimento, non è più considerabile una “zucca”, ma diviene un vero e proprio capolavoro artistico, in cui il soffitto prende ancora più parte nel complesso compositivo di un edificio. Brunelleschi, inoltre, dà il via ad una moda semi-sconosciuta nell’antica Roma: l’utilizzo dell’arco sull’ordine architettonico. Siamo a conoscenza di vari esempi come l’arco venne inquadrato nell’ordine, per esempio nel Tabularium alle pendici del Campidoglio, in cui grazie alla funzione statica dell’arco, l’ordine perde la funzione originaria di struttura portante e diviene elemento di decoro. Ma non solo al Tabularium ritroviamo questo utilizzo dell’arco, ancora più famoso è l’Anfiteatro Flavio, o comunemente chiamato Colosseo, insieme ai vari Anfiteatri dell’Impero, il Teatro di Marcello e molti altri. Per quanto riguarda la sovrapposizione dell’arco sull’ordine, vi sono scarse testimonianze, anche se una certa e primitiva la riscontriamo proprio a Villa Adriana.


Tabularium, Roma.

Colosseo, Roma.
Teatro di Marcello, Roma.

Canopo, Tivoli.

Stiamo parlando del colonnato di coronamento della piscina del c.d. Canopo. In questo caso l’arco viene utilizzato al di sopra dell’ordine, alternato a fasce di architravi. Però non detiente una vera e propria funzione portante dato che il colonnato in questione non ha il compito di sorreggere strutture, ma probabilmente ha fuzione decorativa e di irrigidimento strutturale. Brunelleschi evolve la situazione del Canopo e nell’Ospedale degli Innocenti (1419) a Firenze, l’ordine diviene struttura portante dell’arco che a sua volta è struttura portante dell’edificio. C’è da sottolineare che in realtà l’arco è anch’esso evoluto in volta a crociera. Successivamente, l’illustre Michelangelo (1475-1564) venne scelto come il progettista, nel 1519, della Biblioteca Laurenziana di Firenze. All’interno della biblioteca vi è la famosa scalinata che a molti critici dell’architettura ricorda “una colata lavica”, coronata da coppie di colonne incastonate al muro che presentano una particolarità che può sembrare bizzarra: la rastremazione verso il basso. Questo tipo di scelta, che desta instabilità statica apparente a chi la osserva, non fu una sua invenzione. Difatti, all’interno della Sala a Pilastri Dorici, un ambiente basilicale forse di ricevimento, i pilastri (erroneamente chiamati dorici per via del fregio a metope e triglifi e capitello dorico, ma che presentano anche molti aspetti dell’ordine ionico) sono anch’essi rastremati verso il basso. Questo tipo di scelta fu utilizzata anche dall’architetto statunitense, grande maestro dell’architettura, Frank Lloyd Wright (1867-1959), famoso soprattutto per il Museo del Guggheneim e la Casa sulla Cascata, per la costruzione del Johnson Wax Headquarters nel 1936. All’interno della Workroom vi sono i giganteschi “mushrooms”, veri e proprio “funghi” in calcestruzzo che presentano una rastremazione quasi esagerata: alla base il diametro è pari a 30 cm, nella parte superiore diviene di 1,50 m. Questa scelta destò scalpore e gli ispettori di cantiere cheisero, prima di avviare la costruzione, di provare quanto peso potesse assorbire un solo fungo. La prova fu basata sulle 60 tonnellate, ma la risposta della struttura soprese, infatti fu di 3 volte superiore. 

Ospedale degli Innocenti, Firenze.

Biblioteca Laurentiana, Firenze.

Teatro Marcello, Roma.


Sala dei Pilastri Dorici.

Wright Johnson & Wax Headquarters Racine.

Caserma dei Vigili, Tivoli.

Ligorio, Casa antisismica, Ferrara.

A Pirro Ligorio si attribuisce uno dei primi rilievi della Villa Adriana. Ovviamente non si limitò a rilevarla, ma anche a studiarne le parti architettoniche e ingegneristiche. Sulla base della c.d. Caserma dei Vigili, progettò la famosa Casa Antisismica di Ferrara a metà del ‘500. Difatti il progetto proponeva una struttura regolare, simmetrica e con le masse dell’edificio controllate. Importante è che fonda le basi moderne per lo studio dell’antisismica contemporanea. Pirro Ligorio difatti afferma “sapere quali danni provocano è pertinenza della razionalità umana, e difendersi è un dovere dell’intelletto”. Ma mettendo a confronto le piante della Caserma dei Vigili e della Casa Antisismica si riscontrano molte similitudini, prova certa dello studio accurato che l’architetto volse agli edifici della dimora dell’Imperatore e rispetto profondo per quella ingegneria così lontana nel tempo ma così attuale che sorprese e continua a sorprendere chiunque ne studi le parti ed il complesso.


L. Kahn, Salk Istitute.

Hospitalia, Tivoli.

Ma la Villa non fu studiata solo dagli antichi maestri dell’architettura, difatti fu oggetto di ricerche anche dai grandi maestri dell’architettura moderna. Già citato Frank Lloyd Wright, è giusto menzionare anche Le Corbusier (1887-1965) e Louis Kahn (1901-1974). Le Corbusier, seppur ripropose nella Villa Savoye il Tempio Greco rivisitando il Partenone in chiave moderna, non progettò nulla su ispirazione della Villa di Adriano, ma sopreso da cotanta maestosità, ci racconta che si mise a piangere preso dalla Sindrome di Stendhal. E’ importante citarlo perché fu la prima persona a mettere in realazione il complesso architettonico con il paesaggio circostante, ma non soltanto quello continguo e limitrofo, ma anche quello panoramico in lontananza. Poggia le basi per l’inizio della comprensione di alcuni edifici enigmatici come la Roccabruna. Louis Kahn, invece, dopo i suoi viaggi in Italia e sorpreso anch’egli dalla grandezza di Villa Adriana sia in ambito architettonico che urbanistico, la studia a fondo per ricreare un ambiente tanto ricco quanto aperto. Per il progetto del Salk Institue for Biological Studies in California, utilizza le conoscenze acquisite presso la Villa per riproporre una grande complesso architettonico unico, ma formato da tante parti ben integrate tra loro. Un vero e proprio Edificio-Città, quello che effettivamente è Villa Adriana. Difatti tutt’oggi non è possibile definire la Villa come Domus per la troppa estensione e per la mancanza di elementi tipici della domus romana, ma non è neanche possibile definirla Urbe data la mancanza di tante parti costituenti la città antica. La progettazione degli alloggi del centro di ricerca riprende l’assetto planimetrico dell’edificio detto Hospitalia: una grande “piazza” rettangolare con alloggi ai lati, difatti mettendo a confronto le due costruzioni in pianta, si percepisce fortemente un’assonanza architettonica e lo stampo “adrianeo” che Kahn utilizzò nel progetto del Salk Institute. 

Come si è intuito dall’articolo, Tivoli (oltre a dare il nome a varie città nel mondo come per esempio in Australia o negli Stati Uniti) nel suo piccolo è divenuta grande fonte di ispirazione per l’architettura sia in Italia che al di fuori del territorio nazionale. Ciò costituisce un vanto per la modesta cittadina millenaria. Non è escluso, inoltre, che ulteriori studi ci possano fornire altro materiale per alimentare il presente articolo.

Fonti Bibliografiche


L’architettura del mondo antico, Bozzoni Franchetti Pardo Ortolani Viscogliosi, Laterza 2006

Guida agli ordini architettonici antichi: Il Dorico, Giorgio Rocco, Liguori 1994

Guida agli ordini architettonici antichi: Lo Ionico, Giorgio Rocco, Liguori 2003

L’architettura del mondo romano, Morachiello Fontana, Laterza 2009

Tibur pars prima, Cairoli F. Giuliani, 1970

Tibur pars Altera, Cairoli F. Giuliani, 1966

Tibur pars Tertia
, Zaccaria Mari, 1983

Tibur pars Quarta, Zaccaria Mari, 1991

Architettura greca. Storia e monumenti del mondo della polis dalle origini al V secolo, Lippolis Rocco Livadiotti, Mondadori 2007

Filippo Brunelleschi, Arnaldo Bruschi, Mondadori Electa 2006

Storia dell’architettura del Rinascimento, Leonardo Benevolo, Laterza 2008

Storia dell’architettura Contemporanea, Renato De Fusco, Laterza 2007

Dizionario di Architettura
, Pevsner Fleming Honour, Einaudi 2005 


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