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Il cosiddetto Tempio della Tosse

A cura del dott. Stefano Del Priore e di Christian Doddi.

Il cosiddetto Tempio della Tosse di Tivoli, veduta esterna.

Cosiddetto Tempio della Tosse, dettaglio interno della volta con Oculus apicale.

Architettura, storia e ritrovamenti archeologici

Modellazione 3D, ipotesi ricostruttiva del cosiddetto Tempio della Tosse
 a cura di Christian Doddi  ArcheoTibur2020©, Tutti i Diritti Riservati.

Il c.d. Tempio della Tosse è una struttura architettonicamente semplice, ma ingegneristicamente molto avanzata. Come nel caso del Pantheon (27 a.C. -110 d.C. / 125 d.C-128 d.C.) si compone di una cupola con oculus, in opus caementicium armato da barre in ferro radiali e da un tamburo (parete portante della struttura di copertura) composto da un sistema di archi di scarico che permettono di generare un momento d’inerzia sufficiente ad assorbire la spinta della copertura semisferica. La pianta del monumento tiburtino si sviluppa su di una matrice circolare, scavata all’interno da esedre e nicchie radiali, a motivi geometrici rettangolari e semicircolari. Tale impostazione di progetto la si riscontra anche in altri edifici contemporanei e non, a dimostrazione dell’ottimo modo con cui gli Ingegneri e gli architetti romani riuscivano a fondere al meglio efficienza strutturale, riscontro estetico e funzionale. Difatti tali esedre e nicchie avevano più funzioni, ovvero aiutavano la distribuzione delle spinte degli archi (nel campo statico), generavano una spazialità articolata sia in pianta che in alzato (in campo architettonico) ed erano luoghi in cui potevano essere riposte statue varie o giochi d’acqua a seconda della funzione dell’edificio (in campo funzionale). Parlando del Pantheon di sicuro la prima caratteristica in comune che salta all’occhio, anche dei non esperti, è la cupola gradonata. Ma non bisogna soffermarci soltanto a ciò che si vede, difatti la pianta, per quanto più articolata quella dello splendido edificio di Agrippa prima e ristrutturato da Adriano poi, è decisamente simile. Esedre e nicchie si aprono su tutto il tamburo con una radialità di 45° sia nel Tempio di tutti gli Déi romani che nell’edificio tiburtino. Se si analizzano altre strutture contemporanee al c.d. Tempio della Tosse, si nota come tale gusto di progettazione nata (forse) nel Pantheon stesso, prese poi piede dal III – IV sec. come una moda architettonica ben instaurata. Linee più semplici e coperture cupolari meno mastodontiche, le ritroviamo nei seguenti edifici:
  • C.d. Tempio rotondo di Ostia Antica (222 – 244 d.C.)
  • C.d. Tempio di Minerva Medica (inizio del IV d.C.)
  • Mausoleo di Villa Gordiani (IV d.C.)
  • Mausoleo di Sant’Elena (326-330 d.C.)
  • Mausoleo di Romolo della Villa di Massenzio (IV d.C.).
Tali edifici sono tutt’ora visibili e visitabili, il meno conservato è il c.d. Tempio rotondo di Ostia Antica, mentre degli altri si conserva gran parte della struttura. Il c.d. Tempio della Tosse di Tivoli, invece, ha un livello di conservazione pressocché perfetto, ciò grazie anche al riuso successivo a luogo di culto cristiano. Studiando tali monumenti, salta subito all’occhio quanto le piante siano praticamente identiche (con eccezioni architettoniche soggettive di edificio in edificio) e tali analogie così tanto forti ribadiscono quanto la rivoluzione planimetrica del Pantheon, sia stata accolta dai progettisti del IIIIV sec. d. C. Dal punto di vista architettonico la struttura tiburtina si presenta come cilindrica, in Opus Vittatum composto da liste di tufetti e Latericium con cupola a calotta emisferica avente un diametro di circa 12,75 m, corredato da oculus o posto nel punto apicale della medesima, sulla falsariga della ben più famosa cupola del Pantheon capitolino. La presenza di questo singolare elemento architettonico, ovverosia un punto d'accesso per la luce posizionato esattamento nel punto più elevato e centrale dell'intero edificio, apre una serie di ragionamenti circa l'originaria destinazione d'uso: è altamente probabile che il fascio di luce dovesse filtrare con precisione solo in un dato momento, quasi fosse una celebrazione di un qualche evento particolare di tipo civile o religioso. Per tale ragione, per quanto non del tutto escludibile, riteniamo come la meno probabile l'ipotesi che vede il c.d. Tempio della Tosse quale un atrium o un vestibulum di una grandiosa villa mai realizzata o completata, propendendo invece per una classificazione quale edificio cultuale, religioso o funerario; anche l'ipotesi di un ninfeo, data l'assenza di condotture idrauliche o altri elementi idrici, sembra davvero poco plausibile, perlomeno allo stato attuale delle prove archeologiche. Tornando alla disamina architettonica il corpo della struttura si compone di due ordini sovrapposti con l'inferiore di 5,43 m posto tra due muri ben più antichi in Opus Reticolatum, fungenti da basamento e risalenti al I secolo a.C. individuabili come resti di una villa d'Otium, avente due aperture affacciantesi l'una sull'antica via Tiburtina Valeria e l'altra sul lato opposto, mentre il superiore è corredato da 7 nicchie (il numero 7 possiede una valenza estremamente importante per i culti propri della Divinità il cui dominio era rappresentato dalla Luce e dalla Conoscenza intesa anche come Illuminazione Interiore, quali Febo Apollo o Benelenus sul quale torneremo più avanti), di cui 3 rettangolari e 4 semicircolari, al cui interno si aprono delle finestre aventi la funzione di lucernario: le sopracitate nicchie posseggono dimensioni notevoli, misurando ben 4,24 m in altezza e poco meno di 3 in larghezza; internamente troviamo ulteriori nicchie rettangolari e quadrate di dimensioni ancor maggiori. Sembra piuttosto palese che l'intero edificio fosse stato pensato e concepito affinchè la luce giocasse un ruolo piuttosto importante e denso di significato e ciò è ipotizzabile sia considerando numero specifico di aperture che la loro dimensione. In antichità dovette essere rivestito di marmo o travertino, data la presenza di fori atti al fissaggio delle lastre, forse anche sormontato da una cornice odiernamente perduta mentre le mensole di sostegno della stessa si sono conservate. Altra supposizione, concernente i resti dell'Opus Quadratum posta tra l'intercapedine della struttura, è che dovesse originariamente contare quattro lati (oggi ne sono visibili solo due, con andamento ad angolo retto) delimitanti una sorta di area sacra, quindi aventi funzione di recinto: sul lato est vennero individuate tracce della spalle di una porta, forse l'accesso alla zona sacra di cui sopra. La pavimentazione era in mosaico, come testimoniato dagli sparuti resti rinvenuti in situ. A proposito di Belenus, antichissima divinità protoceltica della luce venerata probabilmente sin dai tempi più antichi dell'umanità in moltissime civiltà, una sua iscrizione dedicatoria venne ritrovata frammentata in un edificio sepolcrale nei pressi del cosiddetto Tempio della Tosse, recitante:

ANTINOO ET BELENO PAR AETAS FORMAQVE PAR EST CVR NON ANTINOVS SIT QVOQVE QUI BELENVS
Q.SICVLVS (*1) “

A tal riguardo possiamo solamente elucubrare ricordando che, secondo Tito Livio, nel 361 a.C. i Galli attaccarono Roma, venendo respinti e dirigendosi poi verso la Campania: ciò fu possibile solo con l'ausilio dei tiburtini, i quali avevano concesso ai celtici Galli di stabilire degli accampamenti presso il loro territorio. Che la divinità celtica di Belenus debba la sua presenza nel territorio tiburtino risalendo proprio a tale, antichissimo, episodio, restando poi la divinità di riferimento di un piccolo nucleo di etnia celtica rimasto nella nostra città? Oppure, come altrove, sia finito per esser assorbito da Apollo (Apollo Belenus), divenendo il teonimo celtico “Belenus” un semplice appellativo del Dio della Luce, figlio di Zeus e Leda? Supposizioni, non altro, seppur non prive di fascino. Un ulteriore ritrovamento archeologico avvenuto in propinquità della struttura ci è noto grazie all'archeologo britannico Thomas Ashby, il quale riporta testualmente (Atti II, 106) la descrizione del Revillas (*2): nel XVIII secolo venne rinvenuto un bassorilievo rappresentante un Taurobolium, ovveorosia la purificazione catartica tipica della religione mithraica avente il suo corrispettivo più tardo nel rito battesimale del cristianesimo: sul corpo dell'iniziato si faceva grondare, colandolo in una fossa attraverso l'ausilio di fori presenti su di un coperchio in legno che ne chiudeva la sommità, il sangue caldo di un toro appena ucciso, affinchè tutto il corpo ne fosse ricoperto, così come la lingua (Prudenzio, Peristephanon, 10, vv. 10111050). Vedremo ora nel dettaglio gli edifici singolarmente e proveremo in conclusione a dare un’attribuzione al misterioso monumento tiburtino che in assenza di scavi e prove archeologiche (come per esempio epigrafi) tutt’ora non ha un’identità certa. Quel poco che possiamo affermare con un certo qual grado di certezza è che il cosiddetto Tempio della Tosse è giunto fino a noi in condizioni eccellenti grazie al successivo cambio di destinazione d'uso, come poc'anzi accennato, dato che nel Medioevo divenne conosciuto come Trullum a cagione della sua pianta tonda, conosciuto anche come chiesa di Santa Maria della Tosse (nei pressi) di Porta Scura o del Passo poiché in prossimità della Porta Scura, ovveorosia ciò che restava della grandiosa Via Tecta attraversante il grandioso Santuario di Ercole Vincitore, dal quale vennero prelevate ingenti quantità di materiale edilizio utili al restauro della struttura: prova di ciò è un frammento di cornice marmorea angolare con scolpita una minuta clava di Ercole. Menzioni specifiche le abbiamo a partire dal secolo X dell'Era Cristiana, periodo al quale risale anche una delle pitture interne ancora odiernamente ammirabili: posizionata nella conca dell'ultima abside, a destra, si può scorgere un'Ascensione di Gesù, mentre in quella della prima troviamo un Cristo Redentore di circa tre secoli più tardo, risalente alla seconda metà del XIII.

Fu nel secolo X consacrata la chiesa di S. Maria della Tosse nel vecchio edificio rotondo nei pressi di Porta Scura. Sopra un rocchio di colonnna che era fino a pochi anni or sono nella parete di frpnte l'ingresso si leggeva incisa nei rozzi caratteri di quell'età, con le maiuscole e minuscole alternate ad arbitrio, l'iscrizione seguente:

(In mense decembris die XIV feria I inditione XIV consacrata ecclesia)”

Il Pacifici ci riferisce, al riguardo della sopramenzionata iscrizione, che nei primi di gennaio del 1925 non fu già più possibiole rintracciarla

In età medievale ci si riferì topograficamente all'edificio in questione con “ubi modo dicitur ecclesia Sancte Mariae Portas Scure”; non ci è noto con esattezza il periodo in cui venne abbandonato e di conseguenza sconsacrato, seppur è possibile individuare un periodo compreso tra il XVII e il XVIII secolo.

Ipotesi circa l'origine del nome

Il perchè il cosiddetto Tempio della Tosse sia così appellato resta un mistero tutt'oggi irrisolto nonostante siano state avanzate molteplici ipotesi, alcune a dir la verità anche piuttosto fantasiose. Gli storici Cabral e Del Re lo ritennero un luogo di culto dedicato alle Divinità Venere e Cerere, mentre il Sebastiani lo identificò come un Tempio in onore del Sole: Belenus e Apollo Belenus erano effettivamente Dei Solari dalle virtù sanatorie e curative, inoltre la pianta circolare era abbastanza comune negli edifici associati alla luce e alle fiamme intese quali elementi purificatrici e di guarigione. Ciò, nel tempo, potrebbe aver dato origine al termine “Tosse” da intendersi quindi come una reminescenza dell'antica destinazione d'uso del cosiddetto tempio e forse un suo perpetrarsi, in età medievale, come nosocomio d'emergenza per il trattamento di afflittti da morbi epidemici. Altre ipotesi, assai poco attendibili sia per mancanza di prove che di fonti, narrano di un sepolcro della Gens Tuscia o di un luogo di culto apotropaico dedicato alla Dea Tosse, ubicato al di fuori delle mura urbiche affinchè essa ne restasse fuori. Il Silla Rosa De Angelis, invece, basandosi anche sul ritrovamento di un'epigrafe su stele marmorea nelle propinquità attualmente posizionata lungo il medesimo lato del Tempio lungo la via degli Orti, credette che nel secolo IV dell'Era Cristiana e più precisamente durante il principato di Costanzo e Costante, risalente all'Anno Domini 339 (per maggiori informazioni durante questo periodo è possibile consultare l'articolo “Tibur nelle Guerre Greco-Gotiche” del dott. Giovanni Di Braccio, disponibile presso la sezione “Storia e Patrimonio Artistico-Archeologico dell'Area Tiburtina” del nostro sito internet), il senato e il popolo tiburtino incaricarono Lucio Turcio Secondo Asterio, figlio del Praefectus Urbi di Roma Aproniano governatore della Flaminia e del Piceno, affinchè operasse lavori di restauro e miglioria del Clivus Tiburtinus lungo la via Tiburtina, tale da renderlo più agevole al transito e meno ripido, a seguito dei quali venne innalzato la nostra enigmatica struttura, la quale non sarebbe dunque altro che un memoriale: da “Turcio” si sarebbe poi ottenuto “Tosse” per decadimento dialettale. Del tutto priva di fondamento, invece, la teoria secondo la quale fu l'Imperatore Adriano a innalzare la struttura in onore del defunto amante Antinoo, assimilato nei versi dell'epigrafe precedentemente trattata al Dio Celtico Belenus, simbolo di resurrezione e immortalità: non vi sono assolutamente indizi che possano inquadrare il contesto nel II secolo d.C., ergo la supposizione non presenta alcun grado di attendibilità, allo stato attuale delle prove; in ultimo, menzioniamo il pensiero che volle il termine “Tosse” derivante dal proprietario originario del fundus (alla cui dimora andrebbero quindi collegati i muri in opera reticolata di età augustea analizzati in precedenza), ovveorosia il poeta, retore e filologo romano Plotius Tucca (appartenente alla scuola epicurea napoletana e menzionato per la prima volta nel 35 a.C. - post 19 a.C.), dotto appartenente al celebre Circolo di Mecenate (tra i cui esponenti molti possedevano una Villa d'Otium a Tibur) e intellettuale grandemente stimato sia da Ottaviano Augusto che dal suo collega Quinto Orazio Flacco, il quale lo riteneva un superbo esponente dell'Ars Poetica romana negli anni 30 del secolo I a.C. Sappiamo, attraverso la Vita Vergilii del grammatico romano Elio Donato (appellato con il titolo di “Clarissimus”, IV secolo dell'Era Cristiana), che Ottaviano aveva in stima così elevata Plotius Tucca tale da incaricare lui e Quintilio Varo Cremonese (uno dei papabili proprietari dell'omonima e grandiosa villa tiburtina) affinchè completassero la gloriosa Eneide di Publio Virgilio Marone, da questi lasciata incompleta e priva di revisione al momento della sua morte. Da “Tucca” a “Tuscia”, per poi giungere infine a “Tosse”: verità o fantasiose illazioni? Forse, con il tempo, si verrà a capo anche di questo piccolo “mistero” tiburtino.




L'epigrafe su stele marmorea lungo la 
via degli Orti  risalente all'Anno Domini 339, durante il principato di Costanzo Costante, menzionante il rifacimento del Clivus Tiburtinus a opera di 
Lucio Turcio Secondo Asterio per volere del Popolo e Senato Tiburtino



Analisi pittorica degli affreschi

I caratteri stilistici intrinsechi degli affreschi più antichi in effetti concordano con l'inquadramento temporale della grafia relativa alla sopracitata iscrizione, oggigiorno perduta. Nel X secolo il giorno del XIV dicembre cadde precisamente di domenica (“feria I”) in una quattordicesima indizione sola: nell'anno 956 e, successivamente, nel 1001: in queste due uniche date, con più probabilità nella prima, avvenne la consacrazione dell'edificio a luogo di culto cristiano. 




La trascrizione dell'epigrafe, incisa su di un rocchio di colonna, relativa alla consacrazione del cosiddetto Tempio della Tosse a luogo di culto cristiano noto come Santa Maria della Tosse, così come riferito dal Pacifici in "Tivoli nel Medioevo"


Fu allora che, a seguito del rialzamento del livello del terreno circostante avvenuto nel corso dei secoli, venne murato per metà il grande arco fungente da ingresso dove venne posizionata la soglia della nuova porta, la quale fu decorata con un portichetto sostenuto da una coppia di pilastrini e coperto da un piccola volta. Ancora oggi è possibile vedere foglie stilizzate e pesci dipinti con contorno di colore rosso campeggianti su fondo bianco. Ulteriori fregi decorativi furono tracciati con motivi spiraliformi e in forma di chiocciola conginti da tratti neri, sempre su campo bianco. Come accennato in precedenza, presso la calotta dell'ultima abside di destra si può ammirare la porzione superiore di una scena decorante l'intera nicchia, ovverosia l'Ascensione del Signore. Il Messia, qui raffigurato imberbe, è immortalato nell'atto di benedire con la mano destra, mentre nella sinistra stringe un libro. La veste è color porpora e spicca decisamente sul fondo azzurro, delimitato dalla grande aureola composta da fasce concentriche verdi, rosse e bianche: alcuni raggi dorati, impreziositi da gemme, si separano dal corpo del Cristo e si riconnettono al motivo decorativo. Dietro la testa di Gesù è presente un nimbo solcato da una croce e tra i raggi campeggiano astri e fiori di rose. Una coppia di angeli sorregge, attraverso le vasti ali, l'aureola del Salvator Mundi; indossano vesti color neve e gialle, messe ancor più in risalto dal rosso che colora il fondo della nicchia. Due ali, del medesimo colore dei vestiti, seguono la curva ascendente del nimbo mentre le restanti due si chiudono verso l'estremità dei corpi dando origine a tre ovali, donando una sensazione di leggerezza e ascendenza. Ombre e luci vengono figurate attraverso l'ausilio di modeste linee, le immagini presentano un certo qual grado di piatta rigidità, denotate da volti allungati, pupille sbarrate e prive di movimento, zigomi e mento sovradimensionati, mani tozze e incarnato paonazzo. Tramite attenta analisi, possiamo riscontrare una certa somiglianza tra questi affreschi e quelli che campeggiano nella Basilica di San Clemente in Laterano a Roma, attribuibili al secolo X. Il Cristo Redentore risalente alla seconda XIII secolo è rappresentato con la medesima postura di quello più antico, benedicente con mano destra mentre sostiene un libro con la sinistra; il capo è cinto da un'aureola cruciforme ed è racchiuso in un ovale, dal fondo azzurro, sostenuto da due angeli ai lati. Iconograficamente presenta delle notevoli somiglianze con l'affresco del Cristo Pantocrator posto sulla lunetta ogivale che decora l'ingresso posteriore dell'ex Chiesa di San Vincenzo (per ulteriori approfondimenti è possibile consultare l'articolo “L'Ex Chiesa di San Vincenzo” dell'arch. Francesco Pecchi, disponibile presso la sezione “Le Chiese di Tivoli” del nostro sito internet), realizzato da un'artista del luogo presubilmente ai principi del XIV secolo.

Cosiddetto Tempio della Tosse, Ascensione di Gesù, affresco interno, X secolo.

Cosiddetto Tempio della Tosse, Cristo Benedicente, affresco interno, XIII secolo.

Cosiddetto Tempio della Tosse, Ascensione di Gesù, affresco interno, X secolo.


Confronti e Ipotesi

TEMPIO ROTONDO DI OSTIA ANTICA

Come già ripetuto più volte, tale struttura si sviluppa su pianta circolare con absidi e nicchie radiali, poggia su podio, presenta un pronaòs d’ingresso connesso ad un ampio porticato del cortile antistante. Fu scavato nei primi anni del 1800 ma un rapporto dettagliato fu fatto solo nel 2004 da Rieger. (A.K. Rieger – Heiligtumer in Ostia, Munchen 2004). Costruito forse sotto gli Imperatori Alessandro Severo o Gordiano III, gli si vuole attribuire una funzione templare e non funeraria. Tra le varie ragioni quella che più conferma tale scelta è l’ubicazione del monumento, sito a ovest della basilica lungo il decumano della città portuale a pochi passi dal Capitolium ostiense. E’ fatto certo che le sepolture venivano fatte al di fuori della cinta muraria, eccetto per le Vestali che però avevano una regolamentazione “divina”. All’interno della città, quindi, non poteva avere funzione funeraria ed escludendo quella civile e residenziale per carenza di elementi tipici, non ci resta che credere nella sacralità dell’edificio e quindi poter dire quasi per certo che fosse stato un Tempio. Purtroppo per mancanza di statue, epigrafi o fonti scritte dell’epoca, non possiamo sapere a chi fosse dedicato, ma l’impostazione planimetrica (come quella del Pantheon di Roma) ci può suggerire che potesse essere dedicato a più divinità. Confrontandolo con il c.d. Tempio della Tosse, si nota subito che, non solo è a pianta circolare con elementi radiali, ma ha anche protuberanze laterali come ad estrudere la nicchia rettangolare assiale. Inoltre la copertura era quasi certamente a cupola e probabilmente anch’essa presentava un oculo centrale.

TEMPIO DI MINERVA MEDICA

Costruito sotto l’Imperatore Gallieno, e chiamato erroneamente Tempio di Minerva Medica, sorgeva sugli Orti Linciani ed era un meraviglioso ninfeo. La disposizione interna absidale in questo caso risulta rispettare un’angolazione di 36° e non di 45°, così da regalarci nove ambienti anziché sette come nel caso del Pantheon. Ancora oggi è possibile ammirare una parte del monumento e della cupola gradonata. Tale edificio è molto più simile a quello Tiburtino in alzato che in pianta, soprattutto per quanto riguarda il doppio ordine murario sovrapposto con le aperture delle grandi finestre arcuate superiori.

MAUSOLEO DI VILLA GORDIANI

È l’edificio più conservato del parco archeologico di Villa Gordiani ed è un monumento funerario articolato su due piani. A differenza del c.d. Tempio della Tosse e del c.d. Tempio di Minerva Medica, nel piano superiore vi sono degli oculi lucernari e non delle grandi aperture finestrate. Sorge sul complesso residenziale della famiglia imperiale dei Gordiani (anche se l’area presenta tracce più antiche). In pianta e in alzato è pressocché identico al Mausoleo di Romolo e l’impostazione planimetrica riscontra la solita distribuzione radiale di nicchie ed esedre ed aveva uno splendido pronaòs d’ingresso alzato su gradinata. Anche in questo caso vi è la copertura a cupola in parte conservata tutt’oggi.

MAUSOLEO DI SANT’ELENA

Fatto costruire dall’Imperatore Costantino tra il 326 e il 330 d.C. per la madre, Sant’Elena, è anch’esso come il precedente un edificio funerario. All’interno alloggiava il famoso sarcofago in porfido rosso, oggi conservato ai Musei Vaticani. La pianta è quasi una copia del Mausoleo di Villa Gordiani con la tipica impostazione di absidi e nicchie radiali a 45°. Tale monumento però presenta aperture finestrate al piano superiore, proprio come nell’edificio di Tivoli. Architettonicamente molto simile agli altri esempi, era però connesso tramite un piccolo porticato alla basilica antistante. All’interno doveva essere adornato da splendidi marmi colorati e al di fuori da intonaco pitturato di bianco e di rosso. La cupola era presente anche in questo caso, ma ad oggi è sopravvissuta soltanto una parte dell’imposta.

MAUSOLEO DI ROMOLO

Sito nella Villa di Massenzio, era il monumento funerario dinastico dedicato al figlio dell’Imperatore, Valerio Romolo. Come in quello di Villa Gordiani, si ergeva su un podio con scalinata e pronaòs, all’interno di un vasto quadriportico. Come i precedenti edifici, presenta in pianta la distribuzione radiale delle absidi e delle nicchie e la copertura cupolare. Non è da escludere che tale cupola sia stata cassettonata come quella del Pantheon. In questo caso si ipotizza l’assenza di lucernari e finestrature e difatti in alzato è molto più simile al Pantheon che al c.d. Tempio della Tosse; in pianta, però, la somiglianza è ben visibile.

Ipotesi conclusive

Modellazione 3D, ipotesi ricostruttiva del cosiddetto Tempio della Tosse di Tivoli, a cura di Christian Doddi, ArcheoTibur2020©, Tutti i Diritti Riservati.

Ben visibile dalle immagini dell’articolo, questo gusto architettonico scaturito probabilmente dal Pantheon, viene a conoscere una grande popolarità nell’edilizia funerario/templare del III – IV sec. d.C. Oggi noi identifichiamo il monumento all’ombra del Santuario d’Ercole Vincitore come un Tempio, ma in realtà le ipotesi possono esser varie e profondamente discordanti. Purtroppo l’assenza di scavi settoriali, di ritrovamenti di elementi come epigrafi o are, e la scarsità delle fonti antiche, non può darci la certezza sulla funzione di tale opera. Se si paragona con gli edifici sopra elencati, vi è una maggioranza di monumenti funerari piuttosto che templari o addirittura di ninfeo. L’ubicazione al di fuori delle mura ci può suggerire che il c.d. Tempio della Tosse potesse essere anch’esso un mausoleo, ma tale ipotesi va in discordanza con la totale assenza (momentanea) di scritti che indichino l’edificio come una sepoltura di qualche grande famiglia tiburtina. Anche l’attribuzione di Tempio non può essere presa totalmente per buona, considerando che la somiglianza architettonica è ben più spinta verso l’edificio funerario, e anche in questo caso la totale assenza di fonti menzionanti di un Tempio al di sotto del mastodontico Santuario d’Ercole Vincitore. Purtroppo ad oggi è difficile attribuire una funzione certa a tale monumento, quindi si prenderanno per buone entrambe le ipotesi finché non vi saranno scoperte archeologiche o letterarie che ci attestino il ruolo di questa meravigliosa e ben conservata costruzione romana tardo-imperiale.


Modellazione 3D, ipotesi ricostruttiva del cosiddetto Tempio della Tosse di Tivoli, vista interna, a cura di Christian Doddi - ArcheoTibur2020©, Tutti i Diritti Riservati.

Precisazioni

Tra i vari edifici simili, sia in pianta che in alzato andrebbero menzionati anche il Mausoleo di Santa Costanza e l’ala rotonda delle Terme Antoniniane (meglio conosciute come Terme di Caracalla). Non sono state prese in considerazione perché si è preferito analizzare quegli edifici che in pianta e in alzato rispettano di più una similitudine attinente al c.d. Tempio della Tosse. Nonostante ciò questi monumenti portano anch’essi diverse analogie planimetriche e di alzato.

Piante dei vari edifici, presi in esame, a confronto. Christian Doddi - ArcheoTibur2020©, Tutti i Diritti Riservati.

Note

(*1)
Antinoo, e Beleno, hanno età pari e parimenti bellezza; perchè non avviene dunque che Antinoo sia ciò che è Beleno?
Quinto Siculo.”

(*2) Tauri in antro veluti expirantis pars antica in hocce Anaglyphi fragmento repraesentatur. Juvenis ante Taurum tiaram phrygiam capite gestans, brevique tunica indutus facem versus terram deprimit. Supra hunc in sinistro Tabulae superiori angulo Luna exculta inter cornus visitur...Et praeter Lunam in sinistro angulo, ut heic expressam, Juvenemque sub ea, facem gestantem, Sol in dextro angulo conspicitur; ac sub eo pone Taurum alter Jubevin facem pariter, sed contrario sensu aut deprimens aut erigens; qui quidem quo Juvenes duos alios Mithras, orientem videlicet occidentemque Solem (sicuti qui medius est, Taurumque calat Solem meridianum) rapresentant, ut Mythologorum eruditiores arbitrantur. Sole itaque, seu Mithram, nostrum quoque marmor exhibet.”

Fonti bibliografiche

- L’architettura del mondo antico, Bozzoni Franchetti Pardo Ortolani Viscogliosi, Laterza 2006;


- L’architettura del mondo romano, Morachiello Fontana, Laterza 2009;



- Tibur pars prima, Cairoli F. Giuliani, 1970;


- Tibur pars Altera, Cairoli F. Giuliani, 1966;

- La città Romana, Paul Zanker, Editori Laterza 2013;


-Etruscan and Early Roman Architecture, Axel Boethius, The Publican History of Art 1978;

-Viaggio a Tivoli”, Franco Sciarretta, Tiburis Artistica, 2001;

-Guide Archeologiche Laterza – Roma, Filippo Coarelli, Laterza 2008;

-Guide Archeologiche Laterza –Ostia, Carlo Pavolini, Laterza 2006;

-Guida Insolita di Roma Antica, Romolo A. Staccioli, Newton & Compton Editori, 2005;

-Angoli di Roma – Guida inconsueta alla città antica, Andrea Carandini, Laterza 2016;

-Libro dell’antica città di Tivoli e di alcune famose ville, Alessandra Ten, De Luca Editore Arte, 2005;

-Archeotibur Annales anno I n°0, ArcheoTibur, Vecchie Letture 2019;

-Tivoli nel Medioevo, Vincenzo Pacifici, Società Tiburtina di Storia e d'Arte, vol. V-VI, 1925-26;

-Peristephanon, Prudenzio, 10, vv. 1011 – 1050;

-Vita Vergilii, Elio Donato;

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