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San Simplicio.

A cura del dott. Giovanni Di Braccio.

Immagine postuma di San Simplicio papa.

Il quarantasettesimo Santo Pontefice Simplicio nacque a Tivoli, verso la prima metà del V secolo, figlio di un tiburtino romanizzato di nome Castino. Egli rappresenta una delle glorie cittadine che l'antica Tibur annovera tra i suoi massimi rappresentati del mondo cristiano d'Occidente. Le sue prime notizie biografiche, giunte sino a noi, si riscontrano nel Liber Pontificalis che pur tuttavia non riporta nozioni o episodi riguardanti il periodo precedente alla sua elezione al “Soglio di San Pietro” avvenuta a Roma, nella Basilica vescovile di San Giovanni Battista in Laterano, il giorno 3 marzo del anno 468 durante il governo dell'Imperatore Romano d'Occidente Antemio Procopio, in carica dal 467 sino al 472.

Durante il suo quindicennale (468- 483) ministero pontificale cercò di seguire le orme politico-religiose dei suoi predecessori quali Leone I (440 -461) Ilaro I (461-468) soprattutto nella difesa del credo calcedonese, istituito nel V concilio ecumenico tenuto a Calcedonia nel 451, in cui si precisava che il Cristo è "riconosciuto in due nature" che "convengono in un'unica persona o ipostasi", nel tentativo di affermare l'autorità della Chiesa romana su tutte le chiese orientali, tra cui quelle più influenti come Costantinopoli, Antiochia ed Alessandria d'Egitto. Tuttavia il credo, appoggiato dai Pontefici latini, ebbe scarso successo e peso presso le varie comunità orientali romane, palesemente in contrasto con il potente Impero Romano d'Oriente il quale favoriva il cesaropapismo sminuendo l'autorità della Ecclesia Chatolica Romana sulle questioni di fede tanto difese da Simplicio e ancor prima da Leone I che nel sopracitato Concilio fece inviare delle lettere, ignorate dalla famiglia imperiale e dai patriarchi dell'Oriente romano. Con il governo del ribelle imperiale Basilico (476– 477) si inasprirono le divergenze religiose tra Oriente con i monofisiti (filosofia cristologica secondo cui la natura umana di Gesù è assorbita da quella Divina) e l'Occidente con i difensori del credo calcedone. 

Tuttavia, nel 477, il Patriarca di Costantinopoli Acacio, vescovo dal 471 al 489, assieme all'usurpatore Basilico cercarono di difendere la fede monofisita minacciando un editto di scomunica al V concilio. In risposta a ciò gli abati e i presbiteri costantinopolitani minacciarono una rivolta contro i monofisiti e il suddetto Patriarca con l'appoggio di Papa Simplicio, che fece ogni sforzo per difendere i dettami del Concilio di Calcedonia. In varie lettere, indirizzate ad Acacio, il Santo tiburtino esortò il patriarca dei bizantini a rinsaldare il rapporto di comunione con la chiesa di Roma. Nello stesso anno il Vescovo dell'Urbe patrocinò con il legittimo Imperatore Zenone (425–491) la causa del Patriarca di Alessandria, Timoteo III Salofaciolo, sostituito da Eluro reo di esser rimasto in comunione con Roma. Dopo di ciò l'Augusto Imperatore, scacciato l'usurpatore ristabilendosi sul trono, inviò al Papa una confessione di fede completamente aderente ai principi del Concilio. Nelle epistole Simplicio si congratulò con lui per il suo reinsediamento imperiale (9 ottobre 477) esortandolo ad attribuire la vittoria a Dio, e non all'Imperatore. Egli intervenne anche nella disputa della chiesa di Alessandria d'Egitto, rimasta vacante dopo la morte di Salofaciolo, in cui Acacio, l'Imperatore Zenone e i monofisiti spinsero per eleggere Pietro III, al secolo Pietro Mongo, in carica dal 477 al 482, proclamato poi Santo dalla chiesa Copta, sostituito in seguito da Eluro dopo aver sottoscritto l' Henotikon, ovverosia “atto di unione” documento volto a ricucire lo strappo tra calcedoniani e i monofisiti, mentre la fazione avversa era favorevole a Giovanni Talaia che diventerà poi patriarca della chiesa egiziana sotto il nome di Giovanni I di Alessandria. Per quanto riguarda le questioni dottrinali nell'Occidente romano, Simplicio esercitò una zelante cura pastorale prendendo decisioni sulle nomine ecclesiastiche, attestate attraverso le epistole, nominando vicario papale, nella penisola Iberica, Zenone vescovo di Siviglia così che che le prerogative della sede pontificia potessero essere esercitate nel paese Ispanico e contribuendo a far beneficiare l'apparato amministrativo della Santa Romana Chiesa.

 L'illustre tiburtino intervenne anche nella nomina vescovile della diocesi di Mutina, l'attuale Modena, nel territorio di competenza religiosa del metropolita di Ravenna, Giovanni. Al 482 risale la lettera al Patriarca in cui il discendente di Pietro rimprovera il suo dirimpettaio d'aver eseguito un'ordinazione al di fuori del territorio sottoposto alla sua giurisdizione: Giovanni infatti aveva consacrato vescovo un certo Gregorio per la sede modenese, oltretutto contro la volontà del candidato di Simplicio. Tuttavia il tiburtino, dopo una serie di trattazioni, dichiarò comunque valida l'ordinazione di Gregorio, minacciando però Giovanni di privarlo del diritto di ordinazione ecclesiale se avesse osato ripetere una tale trasgressione dei canoni. Il periodo, in cui Simplicio amministrò il suo incarico pontificale fu una fase di grandi sconvolgimenti politici, economici, religiosi e soprattutto sociali, dovuti sia a dispute teologiche tra Oriente e Occidente, che spesso culminavano nel sangue come già descritto poc'anzi, che alla definitiva e fragorosa caduta politica della pars Occidentale dell'Impero romano, con l'abdicazione forzata di Romolo Augusto (sovrano nominato dal padre vandalo Flavio Oreste, che in precedenza aveva mandato in esilio Giulio Nepote, imperatore legittimo deceduto nel 480) nel 476. Tutto ciò fu opera dello Sciita Flavio Odoacre, capo della rivolta degli Eurili, Rugi e Sciri, nonchè ex Generale di Oreste, il quale una volta compiuto ciò decise di inviare le insegne imperiali (diadema, scettro, toga, spada e paludamentum porporato e globo) al ben più potente imperatore d'Oriente chiedendo per sé il solo titolo di patrizio romano, titolo che Flavio Zeno non concesse mai ufficialmente, assoldando per tutta risposta delle tribù di germani Ostrogoti, abitanti della Pannonia capeggiate dal Re Teodorico, per ristabilire l'ordine contro Odoacre. Dopo la morte di Simplicio, avvenuta a Roma il 10 marzo del 483, Odoacre tentò d'influenzare la nomina del nuovo Vescovo del Urbe. 

Il prefetto Basilio sostenne pertanto che Papa Simplicio aveva pregato il rex degli Eruli di emanare l'ordine secondo cui nessuno avrebbe dovuto essere consacrato vescovo di Roma senza la sua approvazione. Il clero romano si oppose a tale editto, che limitava de facto il loro diritto di elezione e continuò a osservare l'editto emanato dall'imperatore Flavio Onorio, Imperatore dal 395 al 423, su richiesta del Santo Padre Bonifacio I (418-422) secondo il quale poteva essere riconosciuto vescovo di Roma solamente chi fosse stato eletto secondo la forma canonica con l'approvazione Divina ed il consenso universale. In questo quadro di cambiamenti radicali e catastrofici, Simplicio si fece carico di un'intensa attività edilizia cristologica nell'Urbe, attestata tramite il Liber Pontificalis, fondando la basilica di Santa Bibiana sull'Esquilino "iuxta palatium Licinianum" negli Horti Liciniani, ponendola in relazione con la sepoltura della martire omonima di cui probabilmente dovette accogliere soltanto alcune reliquie; la chiesa di Santo Stefano Rotondo sul colle Celio, di cui è da sottolineare la planimetria che associa la forma circolare a quella a croce, rinviando a modelli orientali con il gusto classicheggiante nella decorazione architettonica. Una seconda chiesa, preesistente, era posta probabilmente presso l'angolo sud-orientale della basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, dedicata da Simplicio a Santo Stefano; adibì inoltre a uso ecclesiastico, dedicato a Sant'Andrea, un edificio privato fatto costruire dal console Giunio Basso (317–359) all'epoca lasciato in eredità alla Chiesa, come risulta dall'iscrizione dedicatoria mosaicata dell'abside; 

Heac tibi mens Valilae decrevit, Christe

Cui testator opes detulit ille suas.

Simpliciusque Papa sacris coelestibus aptans

Effecit vere muneris esse tui.

Et quod apostolici deessent limina nobis

Martyris Andreae nomine composuit.

Utitur hac heres titulis ecclesia iustis

Succedensque domo mystica iura locat.

Plebes devota veni per que haec commercia disce

Terreno censu regna superna peti.

In questa stessa chiesa doveva trovarsi un'effige, parimenti in mosaico, del Santo vestito di tunica bianca e palio. Nella basilica costantiniana dell'Apostolo Simon Pietro in colle Vaticano il pontefice avviò la costruzione del quadriportico, per offrire riparo dalla pioggia ai fedeli che si recavano al santuario in pellegrinaggio, come recita l'iscrizione originariamente collocata "in paradiso", cioè nell'atrio:

Cum subitis peragi fallax clementia veris

Et sacra adeundo festa vetaret aquis;

Simplicius paraesul sacraria celsa petantem

Porticibus iunctis texit ad imbre diem. 


Ricostruzione grafica della basilica Costantiniana di San Pietro in Vaticano.

Secondo la testimonianza di Giovanni Diacono, monaco benedettino e storico di Montecassino, Simplicio sarebbe stato sepolto nel portico occidentale di S. Pietro, davanti la sacrestia, insieme ai Papi Gelasio I e Simmaco e in seguito, le sue spoglie furono traslate nel poliandro, sepolcro contentente resti di sepolture collettive, della suddetta Basilica Maggiore.

L'epitaffio del tiburtino Vescovo di Roma, evidentemente ancora visibile nel IX secolo, è andato perduto. In ambito cultuale, per assicurarsi il regolare svolgimento delle funzioni amministrative, battesimali e penitenziarie nelle grandi Chiese Martoriali di Roma, Simplicio ordinò che il clero cittadino, designato alla cura delle suddette, dovesse farsi carico delle funzioni religiose che ivi si svolgevano seguendo un ordine predeterminato . Dopo il suo ricongiungimento con il Padre Celeste fu canonizzato e dichiarato Santo. La sua memoria liturgia si celebra il 10 marzo .

Nel martirologio Romano si menziona Simplicio con queste parole:

“Il 10 marzo a Roma presso san Pietro, san Simplicio, Papa, che, al tempo delle invasioni dell'Italia e dell'Urbe da parte dei barbari, confortò gli afflitti, incoraggiò l'unità della Chiesa e rinsaldò la fede”

Il Papa e le Chiese di Tivoli

Secondo le secolari tradizioni tiburtine, il Santo Padre fu artefice di un vero e proprio riassetto urbanistico della città incentrato sulle strutture ecclesiastiche quali canoniche, chiese, sacrestie e battisteri che portarono a un cambiamento radicalmente del volto di Tibur. Secondo suddette tradizioni, attestate e non, Simplicio fece edificare la Cattedrale di San Lorenzo Martire, dove secondo altri fu opera diretta dell'Imperatore Costantino Magno stesso, Santa Maria Maggiore, fondata sui ruderi della sfarzosa Villa di Gaio Sallustio Crispo (86-34 a.C.), San Pietro alla Carità, nel luogo dove sorgeva la Villa fuori le mura di Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica (98-46 a.C.), San Silvestro Papa, chiesa gemella per architettura a quella della Carità, la Basilica di Santa Sinforosa ove un tempo riposavano le spoglie mortali della Santa Martire e i suoi sette figli, lungo la via Tiburtina. Sono riportate anche chiese, scomparse da secoli, come Santa Maria Cornuta, collocata presso il fiume Aniene a ridosso della Porta Urbica detta Cornuta, che il Pacifici ubica in realtà in propinquità dei Colli di Santo Stefano, Santa Eufamia o Eugenia, terminata pur tuttavia da Papa Gelasio I (492–496) dopo la morte di Simplicio.

Fonti bibliografiche:

-Louis Duschene, "Le Liber Pontificalis". "Texte, introduction et commentaire", vol. I, pp. 249 - 251, Parigi 1886.

-Claudio Rendina, "I Papi. Storia e segreti", Newton & Compton, 1983.

-Giovanni Sicari, "Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma, 1998, collana Monografie Romane a cura dell'Alma Roma.

-Rudolph von Langen, "Geschichte der römischen Kirche", II Bonn, 1885, p. 126.


-Maria Cristina Pennacchio, "Simplicio", in Enciclopedia dei Papi, I, Roma, 2000, pp. 447-450.

-Johann Peter Kirsch, "Simplicius, Pope Saint", in C. G. Herbermann (a cura di) Catholic Encyclopedia, 15 voll., Robert Appleton Company, New York 1907-1914, vol. XIV, 1912, p. 2.


-Ph. Levillain, "Dizionario storico del Papato", II, Milano, 1996, s.v., pp. 1388-90.


-Ph. Jaffé-G. Wattenbach-S. Loewenfeld-F. Kaltenbrunner-P. Ewald, "Regesta Pontificum Romanorum", I, Lipsia 1885, pp. 77-80.


-H. Grisar, "Roma alla fine del mondo antico", Roma 1943, pp. 334-38.


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