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I Tibicini a Tibur

A cura del dott. Giovanni Di Braccio.

Suonatore di flauto, vaso Attico in ceramica a vernice rossa, V secolo a.C.

Questo approfondimento narrerà la storia antica dei tibicenes o suonatori di tibia, che per protesta politico-religiosa contro lo Stato romano decisero collegialmente di andare in esilio volontario presso la nobile e arcana Urbe tiburtina; tuttavia, nel corso della millenaria storia evolutiva umana, i flauti hanno avuto sempre un ruolo centrale negli accompagnamenti musicali: i suddetti furono tra i primi strumenti realizzati dalla specie sapiens sapiens sin dal loro primigenio luogo d'origine.

La loro semplicità nella realizzazione e fabbricazione, in origine tramite materiali legnosi e ossei, portò ad un precoce utilizzo e ne sono testimonianza le prime rappresentazioni su sculture delle “vetuste” culture mesopotamiche di Sumer e Akkad. Nei sacri testo ebraico-semitici, specificatamente nel libro della Genesi, si accenna per la prima volta a rappresentazioni musicali, sviluppate in un'epoca che si aggira tra il 3300 e il 3200 a.C., in cui si descrive Iubal o Jubal figlio di Lamec e Ada, descritto come il “padre di tutti quelli che suonano la cetra e il flauto... I flautisti spesso erano anche associati a banchetti, o festività religiose e politiche, e lo si riscontra anche nella cultura Medio-Orientale dell'Assiria, dove i flautisti accompagnavano solenni processioni rituali al fine di propiziare la fertilità agraria, la magnificenza e la potenza del Regno, per tramite dei feroci e cerimoniosi Re di Assur .

Bassorilievo Assiro, con suonatori di strumenti musicali, Ninive, VII a.C.

Anche nei faraonici e millenari regni d'Egitto la musica era strettamente connessa alla religiosità e costituiva una vera e propria forma d'arte. La divinità preposta ad essa sembrerebbe essere stata la grande Dea Madre Hator. Essa venne vista e rappresenta come una Vacca Sacra custode di tutto il “Cielo”, ma anche come Dea della gioia, danza, musica, dei musici e dell’ebbrezza. Fra gli strumenti a fiato il più diffuso era il doppio flauto, che si distingueva tra due tipi, dove la misura poteva variare da venticinque centimetri sino ad un metro. Il flauto corto veniva retto e suonato dal musicista davanti a sé in orizzontale, mentre il flauto lungo veniva utilizzato in obliquo, per dirigere il soffio d’aria sul bordo di una della estremità. Spesso veniva realizzato in giunco con bocchino di papiro. 

Suonatrici di strumenti musicali. Valle dei Re, Tomba di Thutmosis IV, 1411 a.C

Nel mondo Greco, il flauto è uno dei simboli di alcune entità immortali come per esempio Pan, un satiro Divino metà capra e metà umanoide, con corna, orecchie a punta e pizzetto, tipica figura del mondo silvestre e boschivo, grande suonatore di questo strumento utilizzato anche per incantare ed irretire i viandanti. Tuttavia il suddetto flauto di Pan, chiamato anche siringa o zampogna, è un aerofono a fiato costituito da più canne il cui numero può variare, di lunghezza diversa e legate o unite tra loro, dove il suono si ottiene tramite il soffio trasversalmente sulle aperture superiori delle canne.


Pan che suona la stringa

Pindaro afferma che la Dea dagli occhi splendenti, Atena, volesse trovare uno strumento che imitasse il sibilo e il suono lamentoso del vento quando precede l'uragano; prese l'osso cavo di un cervo lo forò con una serie di buchi, soffiando dalla canna, otturando ora un buco ora l'altro, cosi che la dea ottenne quello che voleva facendo nascere il flauto. Un giorno, mentre stava suonando al cospetto degli altri Olimpici, si accorse che l'Urania Afrodite e la Tritonia Hera sorridevano maliziosamente, pensando che fosse per lei e non per la sua invenzione, cosi che Pallade si offese. In realtà le due sorridevano per una questione di mera estetica perché, per soffiare nel flauto, ad Atena si gonfiavano le gote, donandole un aspetto grottesco. La Tritogeneia lasciò l'Olimpo infuriata ed arrabbiata, raggiunse un ruscello dove, stanca, si mise a suonare il suo strumento sulla riva ma, tuttavia, specchiandosi nell'acqua, capi il motivo di quelle risate, pensando che le Dee, da sempre sue rivali per la bellezza, celebre fu l'episodio della mela con di Paride/Alessandro, non avessero tutti i torti. Da quel giorno la Divina Elmata non suonò più il flauto, anzi, lo disprezzò e lo gettò via. Lo strumento venne poi raccolto dal satiro Marsia che lo utilizzò per sfidare il divino Gemello Apollo in una gara di abilità musicale, che pur tuttavia perse finendo scorticato vivo.


Apollo e Marsia, G.S. detto Il Montalto 1665.

Tuttavia gli antenati più illustri dei flauti romani furono gli aulòs o in greco αὐλός.

Essi erano, come il flauto di Pan, strumenti, aerofoni a fiato formati da un tubo di canna di legno, oppure d'osso o avorio, con imboccatura a bulbo e relativa ancia. Spesso lo si vede raffigurato nella forma a due tubi divergenti, in qual caso viene detto διαυλός o diaulòs, cioè “doppio aulòs”. L'aulos veniva utilizzato nelle tragedie e nei riti simposiaci, comastici e funerari con il fine di creare un forte impatto emotivo tra il pubblico stante. Secondo il grande filosofo Aristotele di Stagira l'αὐλός non doveva essere usato in situazioni aventi scopo educativo, mentre era consigliato nei riti purificatori. Proprio per la sua capacità di suscitare forti emozioni, era spesso collegato ai culti del credo dionisiaco. Tuttavia dai greci fu molto utilizzato anche in guerra dove lo troviamo sulle triremi, per ritmare la cadenza dei remi, con un apposito addetto, denominato il τριηραυλής o trièraulès.


Suonatrice di aulòs, vaso Attico a figure rosse, V secolo a.C

Aulòs in osso, Paestum.

Tra tutte le culture italiche antiche, vediamo massicciamente usato il flauto in ambito Etrusco. I Tusci ne erano affascinati e adoravano spassionatamente la musica, danza, spettacoli e caccia, solendo accompagnare con esse gran parte delle attività giornaliere. Il flautista soffiavi nei beccucci per ottenere suoi acuti o bassi, a secondo dell'esigenza, ma poteva soffiare contemporaneamente in entrambi per ricavare una sinfonia melodica. Il suono dei flauti in generale, ma specificatamente nella variante Tirrena, assomigliava a quello di una cornamusa, dopo anni e anni di esercitazione.

I tre musici”, Tomba dei Leopardi, V secolo a.C., Tarquinia.

Il Mondo romano ereditò a piene mani sia le tradizioni musicali dei vicini ed illustri Etruschi che, per tramite di altri popoli italici, le melodie greche e magno-greche perfezionandole al massimo. I Preposti suonatori di flauto nell'Urbe erano detti Tibicines (Suonatori di Tibia”) e formarono una corporazione o collegium fin da epoche arcane. Alcuni erano al servizio dello Stato; i più a disposizione di chi richiedesse il loro intervento in cerimonie religiose e non, di carattere privato e pubblico. La loro opera si esplicava in modo particolare nei funerali e sulla scena, con l'accompagnamento musicale dell'azione. Alcuni fra i suonatori di tibia eccelsero nella loro arte divenendo famosi: raggiunse alta rinomanza, al tempo dell'Imperatore Ottaviano Augusto, il tibicen Princeps mentre sotto il Principato di Nerone e Galba grande fu la fama del Choraule Canus di Rodi.


Musici”, mosaico romano dei Verdiales, Pompei.

La storia che stiamo raccontando pone due protagonisti principali: i suddetti tibicines e il popolo della trimillenaria Tibur. Ci fu un fatto, nel 331 a.C. che destò molto scalpore, a proposito di questioni religiose nell'Urbe. I suonatori di flauto reagirono aspramente alla decisione presa dai censori Gaio Plauzio Venoce e Appio Claudio detto il Cieco (alla sua opera si deve la costruzione del primo acquedotto Romano, l'Aqua Appia e la Via Appia, detta anche Regina Viarum) che proibiva ai tibicines di tenere, nel tempio di Giove Capitolino sul Colle Campidoglio, un banchetto accompagnato dalla musica e danza di antichissima tradizione Regia. Per protesta essi se ne andarono in massa nella città di Tibur mentre nella Caput Mundi non rimase nessuno in grado di accompagnare con il flauto e la musica i sacrifici religiosi.

La Curia Romana, allarmata, fu presa da scrupoli religiosi e, a questo proposito, inviò degli ambasciatori nella città tiburtina, nel tentativo di dissuadere i flautisti dal loro esilio e farli tornare ad amministrare il loro lavoro giornaliero. Ben volentieri i tiburtini si prestarono, persuasi dalla ragion di Stato causa della loro cattività e sudditanza, ma quando essi convocarono i suonatori nel Senato tiburtino, orientativamente collocato sotto l'attuale Piazza del Duomo, tentando di persuaderli a tornare a Roma, non riuscirono in alcun modo a convincerli, seppur con preghiere e giuramenti e suppliche. Allora i tiburtini ricorsero ad un espediente che sembrava fatto apposta per l'indole di quella gente girovaga, senza legge, non curante dello svolgimento delle festività religiose: cosi Tito Livio descrive i tibicines, quasi fossero nel livello più basso della società romana. Nel giorno di festa alle Idi di giugno li invitarono, chi in una casa chi in un'altra, con il pretesto di voler rallegrare il banchetto con la loro musica. Il piano dei tiburtini consisteva nel far ubriacare i tibicines con il vino, di cui sapevano essere avidi e ghiotti. Dopo che i flautisti si furono addormentati di un sonno profondissimo, provocato dell'ingente quantitativo assunto di nettare degli Dei, li caricarono su dei carri coperti per trasportarli in Roma, d'accordo con i romani, a loro insaputa.


Carro da viaggio romano, bassorilievo da riutilizzo nella Cattedrale di S. Maria Saal, Klagenfurt (Austria).

I suonatori non ripresero conoscenza se non quando furono colpiti dalla luce del giorno, mentre ancora stavano, frastornati dalla sbornia, sui carri abbandonati nel Foro Romano: immediatamente accorse una moltitudine di persone, cercando in tutti i modi di convincere i tibicini a rimanere in città. Il Senato deliberò di concedere ai tibicini festeggiamenti, in giro per la città indisturbati, per tre giorni all'anno, vestiti a loro modo, da accompagnarsi con canti; fu infine ripristinato il diritto di banchettare nel tempio per coloro i quali accompagnavano con la musica i sacrifici, i “suonatori di tibia”.


Fonti Bibliografiche :

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