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I Brumalia

A cura del dott. Stefano Del Priore.



      “Trionfo di Dioniso”, Mosaico, Sousse, Tunisia, III secolo d.C. , Sousse Museo.


I Brumalia erano un'antichissima festività, cadente in prossimità del solstizio invernale, durante la quale erano celebrati Saturnus, Cerere e Bacco-Liber, ritenuta esser stata istituita dall'ecista dell'Urbe, il Rex Sacrorum e Gemello Divino, Romolo. Anticamente, seppur non è possibile affermarlo con certezza, la loro officiazione dovette aver luogo prospicientemente agli angus Dies, i giorni dedicati alla Dea Angeronia, colei la quale giungeva in soccorso del genere umano a ridosso dei perigliosi giorni che precedevano l'inizio della stagione fredda. In epoca tardoantica la data era tradizionalmente fissata al 24 di novembre e la durata era di circa un mese, divenendo dunque una festività prodroma e introducente al lungo periodo dei goliardici Saturnalia. 

Il nome dei Brumalia deriva il suo significato dal vocabolo latino bruma, parola designante il solstizio d'inverno, forma ridotta di brevima la quale, a sua volta, è la presupposta ed arcaica forma superlativa di brevis-brevissima: conoscendo la simbologia rituale celata dietro l'Hiberni Solstitium, le antiche genti percepivano quel particolare momento di passaggio come particolarmente ostile in quanto il Sole, neonato, era nel momento del suo minor potere dovendo essere di conseguenza protetto con preghiere e riti appositi e il suo Dies Natalis era, per l'appunto, quello connotato dalla maggior brevità di luce diurna. Possiamo ben immaginare, essendo il modus vivendi romano nell'antichità arcaica improntato sulla guerra, sulla caccia e sull'agricoltura, come i rigidi giorni di dicembre potessero rappresentare un ostacolo al normale svolgersi della vita quotidiana, pertanto i Brumalia erano festeggiati nel periodo più buio dell'anno e nelle ritualità ad essi associati possiamo scorgere caratteri ctoni e apotropaici, legati dunque a una dimensione ipogea, concernente i raccolti con i semi latori di vita interrati nel ventre della Dea Madre affinché fossero protetti e potessero germogliare, e volta alla propiziazione delle fertilità per il nuovo anno a venire.

Prestando fede alle fonti pervenuteci, i contadini sacrificavano maiali in onore di Saturno e Cerere (il maiale è un animale fortemente connesso al mondo ctonio e simboleggiante fertilità, con la sua abitudine di grufolare nel terreno, la sua pinguedine e i suoi parti molto numerosi), mentre i viticoltori immolavano capre per ingraziarsi il favore di  Διόνυσος-Dionysos-Bacco poichè l'ovino è altamente dannoso per le viti, essendone ghiotta: le si scuoiavano e, con la pelle ottenuta, si cucivano delle bisacce (lo scuoiamento sacrificale della capra ricorda molto il supplizio del sileno Marsia che avendo sfidato Febo Apollo in una gara di musica perdette e venne legato a un albero, finendo scorticato vivo: l'ennesimo caso di contrapposizione speculare tra le due Divinità di Apollo e Dionysos-Bacco).

Dracma di Naxos, seconda emissione monetale, anni 520-510 antecedenti l’era cristiana.
Dionysos appare nella sua veste arcaica di Dio barbuto, coronato da grappoli ed edere d’uva,
mentre  nel lato rovescio  abbiamo un grappolo d’uva, foglie d’edera e pampini di vite,
con la scritta “NAXION”.

I magistrati e coloro i quali ricoprivano cariche pubbliche, infine, offrivano ai sacerdoti preposti al culto della Dea Cerere le primizie della terra quali i frutti dell'olivo, delle viti, del grano e miele in abbondanza. Una altro appellativo di tali ritualità era Hiemalia, derivato dal nome dei luoghi ove le ritualità ad esse associate erano particolarmente popolari: i Castra Hiemalia o Stationes Hiberniae. Le Brumalia, perlomeno nella loro estrinsecazione più arcaica, coinvolgevano dunque la Triade Saturno-Cerere-Bacco per via della loro sfera d'influenza concernente l'essenza stessa della Natura, la quale sostentava uomini e animali, senza distinzione alcuna. Saturno rappresentava l'elemento ctonio per antonomasia, il Dio della Semina che albergava sotto terra, Cerere rappresentava la futura germinazione del seme, la rigogliosità delle messi che avrebbero visto nuova vita in primavera, mentre Bacco era l'ipostasi della resurrezione poichè il frutto della vite, nonostante fosse "morta", serbava la sua azione vivificante e divina nel suo ”sangue”, conservato nelle botti dopo esser stato opportunamente lavorato: semi, pane e vino erano, quindi, simboli annunciatori della resurrezione e del ciclo eterno di vita&morte.

Secondo alcuni studiosi, i Brumalia in onore di Bacco-Liber furono oggetto di celebrazione per due volte l'anno, (similarmente a quanto accadeva con i Consualia in onore del Dio Conso il 21 agosto e il 15 di novembre) il 15 di marzo e il 18 settembre e permaneva l'istituzione del culto per mano di Romolo (contrariamente a quanto sostenuto da altri, l'etimologia della festività derivava da Brumus, un antico teonimo di Bacco): il fondatore della Città Eterna, secondo la tradizione, avrebbe intrattenuto popolo e senato, durante questa ricorrenza, per celebrare la coesione dello stato. A riguardo del teonimo Brumus, presunto, antichissimo, epiteto di Bacco, occorre fermarsi un momento e disaminarlo a fondo. Se appare al di fuori d'ogni ragionevole dubbio che esso sia, semanticamente, connesso al terminologia denotante la stagione invernale, viene da chiedersi il perchè una divinità come Διόνυσος-Dionysos-Bacco, la cui sfera d'influenza era legata allo scorrere della linfa vitale e dal più nobile dei loro frutti, il vino, dovesse possedere un appellativo intimamente connesso al solstizio d'inverno e alle sue estrinsecazioni sacrali.

La risposta, in realtà, è più semplice di quanto possa sembrare poiché Διόνυσος-Dionysos-Bacco, nella sua interezza, altro non era se non una delle molteplici divinità rientranti nella sfera delle ipostasi solari, epifanie dell'astro nelle sue innumerevoli sfaccettature. Egli nasceva durante il solstizio invernale, al pari di molte altri Dei (quali Tammuz, Adonai, Mithra, Horus, Helios, Apollo, Osiris e Baldr), e perciò era intimamente connesso ai giorni più brevi dell'anno, quelli caratterizzati dalla minor forza calorifera del sole. Il figlio di Zeus-Iuppiter e Semele, a seguito del sincretismo religioso romano-ellenico, era concepito dunque come ipostasi del fluido vitale delle piante e in particolar modo del vino ed era rappresentato, in questo lasso temporale, come un bimbo neonato in fasce: nelle tabernae scorreva copioso il nettare Lathikades (“Che fa dimenticare le sofferenze”) e molti calici schietti erano innalzati, dedicandoli a una rudimentale statuina di legno avvolta in bende e posta su di una piccola roccia. Durante l'ultimo prosit s'intingevano le dita nella tazza di vino e con le stesse si bagnava la fronte della statuetta, ritenendo che ciò fosse beneaugurante e gesto latore di fortuna: non è forse ciò che facciamo anche noi, quando viene rovesciato del vino in tavola, dopo più di duemila anni? Non è assolutamente semplice determinare quando il culto di Bacco penetrò in Roma, mescolandosi con il Dio italico Liber, dai caratteri similari ma certamente meno licenziosi, ma ciò che possiamo affermare con certezza è che attorno all'anno 186 antecedente l'era cristiana il culto misterico, notturno, orgiastico e licenzioso dei Baccanali scatenò un tale scandalo che il Senato, sotto indicazione del rigoroso e moralista Marco Porcio Catone, fu costretto a emanare un senatusconsultum atto a vietarne rigorosamente l'officiazione, scosso soprattutto dalla componente profondamente amorale che accompagna tali celebrazioni, basate su promiscuità, lascivia, decadenza della morale e sublimazione del piacere dei sensi, rappresentando tutto ciò l'antitesi del severo Mos Maiorum alla base della Res Publica romana.

Lo storico romano Tito Livio (Ab urbe condita XXXIX, 8 –18)  fornisce due versioni, apparentemente contradditorie ma solo in superficie, a riguardo della diffusione dell'osceno culto del Dio Bacco in Roma: nella prima (8,3-5) il culto si sarebbe propagato in Roma provenendo dall'Etruria a opera di un greco di umili origini, in possesso di capacità mantiche ed esperto di sacrifici notturni: originariamente, il culto fu di tipo iniziatico e misterico, riservato a pochi, ma si sarebbe diffuso grandemente coinvolgendo uomini e donne di ogni ceto e classe; nella seconda (13, 8-9), le ritualità bacchiche giunsero nell'Urbe giungendo dalla Campania Felix e dalla Lucania, in principio riservata a sole donne, e mutate in riti orgiastici a opera di Paculla Annia, sacerdotessa campana che aveva esteso il culto anche al sesso maschile, iniziando per primi i suoi figli Erennio e Minio Cerrino: come possiamo facilmente dedurre, sia che il culto compenetrò a Roma dall'Etruria, dalla Campania o dalla Lucania, la matrice di esso è indubbiamente riconducibile a zone geograficamente sotto l'influenza magnogreca o, comunque, interessate da notevoli scambi commerciali, culturali e religiosi con le genti elleniche. Sin dai secoli IV e III antecedenti l'era cristiana, si potè osservare un poderoso movimento dionisiaco che attraversò come un'onda di marea tutto il mondo greco o ellenizzato, producendo una grande quantità di figurazioni del Dio, tanto nella sua versione più antica di maturo uomo con fluente barba, quanto nella sua forma più recente di giovane ed effeminato Dio voluttuoso: i centri che maggiormente furono attori protagonisti del diffondersi della cultura dionisiaca furono Taranto, Selinunte, Siracusa, Metaponto, Eraclea del Siri, Locri, e ciò ci è noto grazie ai ritrovamenti dell'imponente produzione numismatica figurativa di matrice dionisiaca, e nell'importante centro apulico di produzione ceramica di Eγνατία-Egnathia nell'Apulia, antica città dei Messapi ubicata tra la Peucezia e la Messapia. Il dissacrante culto di Dionysos raggiunse persino l'Etruria e le genti Etrusche, e qui torniamo alla prima ipotesi su come penetrò nell'Urbe, ove venne identificato con il Dio Fufluns, di chiara origine italica.


Tetradracma proveniente da Naxos, risalente all’anno 460 a.C. circa. Sul lato
diritto appare Dionysos nella sua veste arcaica di Dio maturo e barbuto, con capo cinto da
foglie d’edera  e i lunghi  capelli raccolti dietro  la nuca; la moneta ha il contorno perlinato.
 Sul lato rovescio figura di Satiro itifallico accovacciato sorreggente un kàntharos, classica coppa da
 vino diffusa soprattutto in ambito greco-etrusco e la scritta “NAXION”. 

Le caratteristiche denotanti i Brumalia erano incentrate su banchetti, libagioni, offerte e un certo qual grado di goliardia, come testimoniatoci dall'Imperatore bizantino, di fede cristiana, Costantino V Copronimo (718-775). Il celebre scrittore romano e apologeta cristiano, Quintus Septimius Florens Tertullianus (155-230 circa), si dimostrò particolarmente critico nei confronti della celebrazione, ritenendola amorale e scostumata, sottolineando con disappunto di come fosse una delle occasioni in cui i cristiani partecipavano e celebravano riti pagani, a causa della profonda incoerenza dominante il loro sentimento religioso (chiaro segno di come, ancora nel III secolo dell'era cristiana, il cristianesimo non fosse altro che un coacervo di riti, osservanze, tradizioni e usanze confusionari e politeisti, nel quale si riversavano credenze provenienti da tutte le religioni che, all'epoca, costellavano il panorama socio-religioso dell'Impero Romano), aggiungendo che mai i pagani, al contrario, avrebbero accettato di rispettare una festività cristiana. Abbiamo menzione del perpetrarsi della celebrazione dei Brumalia fin nel VI secolo dell'era cristiana, soprattutto nelle zone rurali e lontane dai grandi centri abitati (ove il potere della Chiesa era cresciuto a dismisura): vennero infine vietate dall'Imperatore Giustiniano (482-565) a partire dall'anno 529 seppur la loro reminiscenza, oramai spogliata delle antiche valenze, perdurò nei secoli con riti propiziatori e scaramantici, di carattere perlopiù agrario, nei mesi terminali dell'anno.



          Ceramica di Gnathia, κρατήρ-cratere vernice nera con decorazioni policrome,
 metà del IV secolo a.C, British Museum, Londra, UK.

Fonti Bibliografiche:

-George Dumézil, La Religione Romana Arcaica, BUR Biblioteca Universale Rizzoli;

-Cesare Baronio, "Annali ecclesiastici" anno 767;

-Giovanni Lido, De mensibus, 4,158;

-Tito Livio, Ab Urbe Condita, XXXIX, 8 –18 -  XIII, 8-9;

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