Benvenuti nel sito ufficiale dell'A.P.S. ArcheoTibur di Tivoli (RM).NUOVO ANNALES VOL. 2 DISPONIBILE

Dies Parentalii – I Parentalia e i Feralia

 A cura del dott. Stefano Del Priore


Ciò che fu delle credenze romane circa l'aldilà, prima dell'integrazione nel loro sistema delle influenze elleniche ed etrusche, appare ai nostri occhi come confuso e pressochè inconsistente, poichè non esiste una rappresentazione di un regno dei morti in cui quest'ultimi soggiornavano al termine della vita terrena, tantomeno di un Sovrano di tale luogo: queste credenze si svilupperanno solo a seguito dell'ascendente ellenico e, parzialmente, etrusco (il quale a sua volta subì la fascinazione del sistema religioso greco) ma, al momento del trapasso, i romani percepivano maggiormente il distacco del morto da questo mondo piuttosto che l'ingresso in un altro. I rapporti intercorrenti tra vivi e morti erano del tutto privi di intimità o bona fides dato che la figura del defunto, per quanto potesse esser stato amato in vita e comunque oggetto di ammirazione e venerazione una volta deceduto, era latrice della peggiore tra le impurità, come ricordato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia1: la prova di quanto affermato risiede nella duplice valenza del vocabolo funestus dato che la familia funesta non è solamente in osservanza del lutto e infelice a cagione di ciò ma, al medesimo momento, anche contaminata, impura e soprattutto contagiosa, tale da sconsigliare caldamente ogni tipo di contatto con essa fino a quando non abbia recuperato la conditio di familia pura.2 La morte era soprattutto una condizione recante con sè impurità e lo status di purità doveva necessariamente essere ristabilito tramite l'espletazione di determinati riti definiti iusta facere, i quali prevevano l'immolazione di una scrofa, definita porca praesentanea, alla Dea Cerere3 in parziale presenza del cadavere (Festo, p. 537), l'inumazione del corpo e la conservazione di un dito, os resectum, nel caso d'incinerazione, un pasto da consumarsi presso la tomba il medesimo giorno della sepoltura, chiamato silicernium, un'accurata e particolareggiata pulizia della casa mediante l'uso della scopa, subito dopo la partenza del cadavere, e la suffitio, una purificazione con il fuoco e l'acqua per tutti coloro i quali avevano partecipato fisicamente al corteo funebre. Non soppiamo dire, a onore del vero, se sia corretto separare quest'elenco di riti dalla festa che separava materialmente i viventi dalla nex del morto, la feriae domenicales, a seguito della quala la famiglia poteva tornare a godere della condizione di pura e poteva iniziare le pratiche per la gestione dell'eredità del defunto.





Lapide funeraria per Marco Asellio Clemente, Libertus di Marco Asellio, sua moglie Statia Statulla e il loro Libertus Marco Asellio Latino, II secolo d.C., esposta presso il Lapidarium del Museo Archeologico di Milano





I morti, a ogni modo, erano figure generalmente dematerializzate e non intervenivano nel normale scorrere della vita quotidiana dei viventi e per quanto il Mos Maiorum abbia esercitato, de facto, un'influenza peculiare ed estremamente profonda nello sviluppo del tessuto socio – religioso romano, la sua osservanza riguardava il ricordo delle azioni dei vivi e non dei morti, per quanto nell'ideologia capitolina era ben presente la credenza del potere insito nei defunti di vendicare violazioni, inadempienze o trascuratezze perpetrato ai danni dell'ordine familiare di cui loro rappresentavano l'imperitura memoria: per le necessità quotidiane, nelle avversità di ogni giorno, non s'invocavano i Divi Parentes nè i Manes. A tal proposito, la certamente pretenziosa e straordinaria cerimonia della pompa funebris, nella quale erano presenti i defunti appartenenti all'intera Gens corredati da insegne esplicanti le funzioni che ebbero in vita, non apparteneva al culto dei morti stricto sensu ma possedeva, invece, la funzione di rendere manifesta la gloria della famiglia nel mondo terreno: in questo caso possiamo affermare che il ricordo dei morti e delle loro rinomate gesta era spudoratamente al servizio della vanagloria dei loro eredi nel mondo dei viventi. Tutto ciò induce a supporre, molto pragmaticamente, che il culto dei morti nella sua accezione più pura del termine non dovette possedere chissà quale importanza nella Roma antica e la devozione a esso associata era dettata da ragione più razionali che sentimentali, prevedendo dietro ogni gestualità un significato la cui valenza doveva necessariamente ripercuotersi, sotto forma di vantaggio o protezione, nel mondo terreno: Cicerone, nel Liber II del De Legibus, XLV, scrisse "Habeo ista. Nunc de sacris perpetuis et de Manium iure restat"4 si riferiva esclusivamente alle feste purificatrici di febbraio e alle minuziose prescrizioni da seguire per la sepoltura del morto tale da non incorrere in sgradevoli conseguenze. Nella disamina preliminare sulle credenze romane circa l'aldilà, persino l'analisi etimologica e dei vocaboli sui generis non ci giova granchè: l'espressione sicuramente più frequente risulta essere Divi Manes o semplicemente Manes, la cui diffusione risulta però esser attestata e massiccia solo ai tempi dell'Impero e comunque evitata da Terenzio e Plauto, della cui autenticità non ci sentiamo di dubitare poichè tanto Lucrezio (De Rerum Natura, III; LII e VI; 760) quanto il già menzionato Cicerone ne fanno uso in modo tale da autorizzarci a ritenerla come tradizionale e di concezione comune; un altro termine, per la verità abbastanza particolare, s'incontra in Festo, circa una Lex Regia, ed è Divi Parentum successivamente divenuto Divi Parentes. Il significato della parola Manes, secondo la maggior parte dei dotti romani, era da ricondurre alla valenza di "I Buoni Dei"5, di cui è probabilmente l'origine più plausibile: il caso genitivo di parentum, invece, ci orienta nel pensare che la maggior importanza insita nel concetto fosse da ricercarsi in Divi, quindi non "divini" ma "Dei", il che lascia però aperta e irrisolta la questione a riguardo del tipo di rapporto intercorrente tra questi Dei e i Parentes di cui i primi erano giustappunto le Divinità. Ambedue le denominazioni sono al plurale e stanno a designare genericamente la folla dei morti, dato che anche quando il termine Manes verrà utilizzato per riferirsi all'anima di un singolo defunto a causa di una deviazione nel significato, fenomeno comune a tutte le lingue aventi un'evoluzione secolare alle spalle, perdurerà inspiegabilmente la forma plurale poichè si dirà Divi Manes alicuius (e ciò rappresenta un'ulteriore prova a riguardo della sua estrema antichità): se vogliamo necessariamente operare una distinzione di significato tra i due, possiamo pensare che Divi Parentum fosse utilizzato per risaltare maggiormente la natura degli "antenati" dove invece i Manes rappresentasserro effettivamente una sorta di esseri a sé stanti, con quest'ultima interpretazione suffragata dal fatto che Divi Manes sembrò talvolta designare una sorta confusa poliantea di genti affollanti l'altro mondo, oltre che i morti in senso stretto. In un'epoca a noi ignota, ma comunque antica, possiamo ascrivere l'influenza che la concezione ellenica dei δαίμωνες – Daìmones abbia infuso nuova linfa nel concetto romano dei Manes: nelle parole "Quisque suos patimur Manes"6 e "[...] te di Manes tui ut quietam patiantur atque ita tueantur opto"7 è insito il concetto di Di Manes quali entità protettrici e talvolta vendicatrici, diffententi dall'anima vera e propria, simili alla coppia di Demoni ad personam che ognugno di noi, sin dalla nascita, avrebbe al suo fianco (di origine greca e poi ripresa da Servio a proposito dei versi Virgiliani). I soli momenti in cui i viventi si occupavano dei defunti in modo stabile erano rappresentati dai Parentalia in febbraio e i Lemuria in maggio: sui secondi torneremo nel prossimo capitolo, i primi ci accingiamo ad analizzarli qui: essi si prolungavano dalle Idus Mensis Februarius, poste al 13, sino al 21 del medesimo mese ed erano definiti Dies Parentales o Ferales. Durante questo novendiale8 i magistrati non indossavano la prestigiosa toga praetexta, le fiamme non crepitavano sugli altari, i templi erano chiusi e non venivano celebrati matrimoni (Ovidio, Fasti II, 533); il 21 febbraio9, l'ultimo giorno propriamente detto Feralia, era connotato da caratteristiche di Sacra Publica con offerte e sacrifici ai Manes da parte di tutta la cittadinanza alla cui cura, sembra, fossero deputate le onnipresenti e (quasi) onnipotenti Vergini Vestali, coloro le quali godevano di una condizione di purezza talmente elevata che persino il loro cadavere era considerato santificato e privo della nex comune a tutti i morti. E' lo stesso Ovidio a riportarci un'interssante spiegazione etimologica circa il nome proprio di questo giorno particolare, "Feralia", nonostante la poca accuratezza che il poeta dimostra riportando il climax sacrale al 17 febbraio anzichè al 21, in quanto è da derivarsi dal verbo latino "fero" e quindi collegato all'usanza di "portare" doni ai morti presso i luoghi del loro eterno riposo e lungo i bordi della strade: sopra un vaso di terracotta erano recati ghirlande floreali, cereali quali il farro, un pizzico di sale, spighe di grano, del pane imbevuto nel vino all'essenza di viole disciolte10; non erano vietate offerte supplementari ma al fine di placaere i morti ci si doveva attenere strettamente al rituale previsto11 e codificato sin dai tempi di Enea, narra la tradizione, il quale aveva onorato la memoria dell'anziano padre Anchise versando vino e i purpurei fiori sulla sua tomba. Durante queso periodo i morti sorgevano dai propri sepolcri ed errabondavano qua e là, nutrendosi dei cibi preparati per loro dai viventi, limitandosi a queste attività "peripatetiche" senza approfittare di questa breve occasione per spaventare i mortali o infestarne le dimore ma esistevano delle eccezioni alla regola: ancora Ovidio ci narra che una volta, essendosi dimenticati di celebrare i romani di celebrare i Feralia poichè impegnati in una guerra, i morti erano sorti dalle tombe e avevano preso a vagare per le strade cittadine urlando furiosamente; a seguito di questo terrificante episodio erano state preposte delle cerimonie rabbonitrici e le orribili manifestazioni cessarono ex abrupto. Sembra che gli altri otto giorni fossero riservati a riti di matrice privata, sebbene nel calendario di Filocalo, al 13 di febbraio, sia riportata la dicitura Virgo Vesta[lis] parentat12: anche in questo caso possiamo cimentarci con un'interpretazione etimologica utile ai fini del comprendere la natura della ritualità, dato che il verbo parentare può esser reso come "fare parentes, trattare da parentes" lasciandoci quindi supporre che ogni famiglia si occupasse privatamente dei propri morti13. Non siamo a conoscenza di quale differenza susssistesse, nell'ambito del culto privato, la differenza tra i Feralia e gli otto giorni precedenti, dato che Varrone (De Lingua Latina, VI, XIII) ne trasmette la definizione con ferunt tum epulas ad sepulcrum quibus ius ibi parenatare mentre da Festo otteniamo in più solamente la concisa menzione del sacrificio di una pecora, seppur in ambedue i casi non possiamo sentirci di escludere aprioristicamente la possibilità di un gioco di parole vezzosamente etimologico (a ferendis epulis e a feriendis pecudibus); per quanto concerne i dettagli dei Sacra Publica poco o nulla è sopravvisuto tale da fornirci una conoscenza più dettagliata delle ritualità praticate. Ovidio (Fasti, II, 571 - 615) , nuovamente, giunge in nostro soccorso descrivendo una curiosa cerimonia in cui una donna molto in là con gli anni, circondata da giovinette, ponesse tre grani d'incenso sotto la porta, legasse dei fili plumbei a un fuso dal colore tenebroso e ponesse nella sua bocca sette fave nere (Faba Nigra): fatto ciò doveva bruciare tra le fiamme una testa di pesce ricoperta di pece e cucita con filo di rame aspergendo il tutto con del vino, per poi sorseggiare i resti dell'amabile bevanda con le fanciulle. Trattasi evidentemente di un rituale magico di natura apotropaica, con i grani d'incenso posti sotto la porta allo scopo di fungere da "respingente" per gli spiriti malevoli, così come l'utilizzo di un fuso e dei fili di piombo erano una riproduzione delle fatidiche attività tessitrici delle tre sorelle Parche14, le fave nere presentano un interessante rimando al rituale compiuto dal Pater Familias, Sacerdos intra muros nella propria dimora, in occasione della festività dei Lemuria (della quale approfondiremo la conoscenze nel prossimo capitolo) dove però l'intento era di scacciare le entità maligne, mentre in questo caso possiamo riconoscere una volontà propiziatoria; il bruciare la testa del pesce, invece, riguarderebbe le Larvae funeste che popolavano lo sconfinato oceano di entità sovrannaturali del Mundus romano, con la Decana impersonificante la Sacerdotessa Maxima e le fanciulle le giovani sacerdotesse attendenti alla pratica cerimoniale. Le gestualità e i componenti materiali di questa oscura pratica sono spiegati facendo ricorso all'eziologia15 secondo la quale l'anziana donna rappresenterebbe la ninfa Lara o Lata, sorella della già incontrata Giuturna, la quale fu condannata da Giove alla recisione della lingua e alla pena capitale come punizione per aver rivelato alla di lui moglie, la Regina Deorum Giunone, i suoi amori fedrifraghi con la di lei sorella: secondo questa narrazione i Lares Compitales, ovverosia i Lari posti ai crocicchi, sarebbero i due gemelli partoriti da Lara nella sua funazione di Mater Larum a seguito della violenza carnale subita per mano di Mercurio nel mentre in cui quest'ultimo, per ordine del Padre Giove, la trascinava nella fosche distese di Ade. Ancora Ovidio, questa volta nelle Metamorphoseon (XV, 389 – 390) ci fornisce un'indicazione del perché, accanto alla figura dei Lares soprattutto negli altari a loro consacrati, i Lararia16: si narrava che la spina dorsale dei cadaveri, una volta in putrescenza, si mutasse in un serpente e ciò spiegherebbe la presenza dei rettili accanto a quella dei Geni protettori del culto domestico nelle edicole dedicate al loro culto.





Lararium, decorato con semicolonne corinzie sorreggeni timpano triangolare, dalla Domus dei Vettii, appartenuta ad Aulo Vettio Restituto e Aulo Vettio Conviva: in esso sono rappresentati il Genius del proprietario nell'atto di compiere un sacrificio, i Lares con secchiello nella mano destra e un ῥυτόν – rhyton a protoma di capro nella sinistra e il serpente ἀγαθός δαίμων – Agathodaimon ai piedi del trittico di figure; PompeiRegio VI 15- 1, I secolo d.C.




La formula rituale pronunciata dalla vecchia "Abbiamo legato le lingue ostili e le bocche nemiche" rientrerebbe proprio in questo ambito di punizione cagionata dall'aver rivelato un segreto che non doveva esser divulgato. A seguito del climax festivo, il 22 febbraio, i componenti della famiglia si riunivano per un festino dal nome vagamente ellenofono, denonimato Caristia (Calendario di Filocalo e Fasti di Ovidio II, 617): nella descrizione di quest'ultima celebrazione, nota anche come Cara Cognatio, alla festa, al banchetto e all'offerta di incensi ai Lari assistevano solo i membri della famiglia circondati da un'atmosfera di gioia e reciproco affetto17. I Caristia erano de facto un ricoscimento del lignaggio familiare che continuava a perpetrarsi negli appartenenti ancora in vita della Gens. Nella letizia generale si operavano distribuzioni di pane, vino e sportulae18: un ilare episodio a riguardo ci viene dal poeta Marco Valerio Marziale (1° marzo 41 o 38 – 104, Augusta Bilbilis, odierna Catalayud in Spagna), il quale scrisse due composizioni su questo tema e in una di esse possiamo leggere delle scuse che rivolse ai suoi familiari Stella e Flacco ai quali chiese di perdonarlo dato che non avrebbero ricevuto alcun dono, poichè l'epigrammista non voleva ferire coloro che si sarebbero aspettati doni da lui senza poi riceverne. Per i Caristia, diversamente da altri Sacra Publica, era prevista nel calendario romano la celebrazione anche nei giorni pari, notoriamente considerati come portatori di sfortuna: a cagione dell'amabile natura della Concordia in essi contenuta, o quantomeno delle sue funzioni ed essenza, sopravvissero anche a seguito del tramonto della Religione dei Padri poichè nel Cronographus del 354 e nel Laterculus, calendario cristiano di Polemio Silvio19 datato al 449, la festività è ancora ben presente con la dicitura di Cara Cognatio, arricchita da un commento che ne specifica le finalità, ovverosia che al momento della morte fossero dimenticate le contese che dividevano i membri della famiglia e ne inasprivano i rapporti (Corpus Inscriptionum Latinarum I, pag. 259 e commento pag. 310), per quanto lo scrittore cristiano sovrappose l'antica festività con la commemorazione della sepoltura dei Santi Pietro e Paolo. Poichè il tema centrale dei Caristia era l'esaltazione dell'amore familiare e dell'armonia parentale, essi non entrarono in contrasto con il messaggio di Pace e Fratellanza insito nella nuova religione dominante, il cristianesimo: studiosi come Fowler e Bonnie Efros20hanno giustamente notato una certa qual influenza di Parentalia e Caristia sulla festività cristiana dell'Agapi, in ritualità come il consumo di pane e vino presso la tomba del defunto21, successivamente sostituita dall'Eucaristia: a tal riguardo sappiamo per certo che, nel V secolo, alcuni sacerdoti cristiani incoraggiarono il consumo di libagioni rituali durante l'officiazione di funerali (l'abitudine del banchetto presso la casa dell'estinto, a seguito della funzione funebre, è ancora particolarmente diffusa presso gli Stati Uniti d'America, ad esempio). Ancora nel VI secolo le genti Gallo – Romane erano solite officiare parte della festività con offerte in cibo ai morti e la consumazione di un pasto rituale collettivo ma tali pratiche iniziarono a esser guardate e giudicate con sempre più crescente diffidenza, in quanto sospettosamente pagane, e nel Concilio di Tours dell'Anno Domini 567 si giunse a un'aperta e severa censura nei confronti di coloro i quali si macchiavano del crimine di profanazione nei riguardi del giorno (oramai così definito) dell'Apostolo Pietro. Il severo monaco cristiano Cesario d'Arles22etichettò l'usanza come un pretesto per dedicarsi a lascivia, danze, bagordi, canti, ebbrezza, promiscuità e altri comportamenti da lui ritenuti "profondamente indecenti": dobbiamo però leggere questa rigorosa condanna sotto l'ottica della sempre più aggressiva e prepotente politica della Chiesa volta alla soppressione del culto dei morti e degli avi, al fine di poter controllare, monopolizzare e unicizzare sotto i propri dettami il panorama socio – religioso della Gallia Merovingia.



Appendix – Culto e natura dei Mani


Come già spiegato in precedenza, sussisteva (e sussiste tutt'oggi) una certa qual confusione circa la reale natura dei Manes, interpretati a seconda delle correnti di pensiero quali Divinità, anime dei defunti, entità benigne o malevole. Inizialmente sembra fossero affini alle Divinità Infere, con le quali condividevano infatti le formule proprie della devotiones, seppur è invece altamente possibile che la loro natura fosse quella di Dei Ctonii, dato che nel modus cogitandi romano ciò che apparteneva alle regione infere non era necessariamente di per sè negativo o malvagio. Agostino d'Ippona (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) nel Civitate Dei contra Paganos riferisce che, secondo Lucio Apuleio Madaurense (Madaura, 125 circa – Cartagine, post 170 ), i Manes sarebbero state gli spiriti dei morti dei quali s'ignoravano i meriti acquisiti in vita:


"Apuleio afferma inolte che persino l'anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lares se in vita hanno fatto del bene, Larvae se hanno agito malvagiamente e che sono qualificati come Dei Mani se incerta è la loro qualificazione."




 

 

Sembra che nei periodi più antichi fossero oggetto di devozione tanto in ambito di Sacra Privata che Publica, con offerte incruente quali miele, latte, vino, pane e cereali, probabilmente connotanti un'arcaica matrice agricola. Con i poeti e gli scrittori di età augustea avvenne il drastico cambiamento, soprattutto con Virgilio, e i Manes inziarono sempre più a esser percepiti quali anime degli antenati trasmutate in Divinità di rango inferiore; in ambito archeologico, sulle sepolture non è desueto trovare epigrafi recanti la dicitura Diis Manibus, "Agli Dei Mani", intesi appunto come gli spiriti dei morti divinizzati: particolarmente diffuse le abbreviazioni in DM (Diis Manibus), DMM (Diis Manibus Monumentum) e DMS (Diis Manibus Sacrum), usanza successivamente come molte altre dal cristianesimo. Anche la pratica dell'ἀποθέωσις23 – Apoteosi, chiamato in latino Deificatio, iniziata con Gaio Giulio Cesare e proseguita con Ottaviano Augusto, favorì l'assimilazione dei Manes con gli eroi, seppur a livello popolare non godette di diffuso successo: evidentemente questa interpretazione era sin troppa distante e artificiosa dalla primeva valenza che queste figure ebbero, qualunque essa fosse.



Fonti Bibliografiche:


- Marco Valerio Marziale, Epigrammi;

- Publio Ovidio Nasone, Fasti;

- John Drinkwatater e Hugh Elton, Fifth-Century Gaul: A Crisis of Identity?, Cambridge University Press, 2002;

- George Dumèzil,

"La Religione Romana Arcaica", BUR Biblioteca Universale Rizzoli

"Feste Romane", edizioni Il Melangolo, Genova, 1989:

- Pietro Tacchi Venturi, Storia delle Religioni, UTET, 1954;

- Mircea Eliade, Trattato di Storia delle Religioni, Universale Scientifica Boringhieri, 1976;

- Henri - Charles Puech “Storia delle Religioni”, Universale Laterza, 1978 ;

Il mondo classico

Il cristianesimo delle origini

- Plinio il Vecchio, Naturalis Historia;

- Marco Tullio Cicerone

De Legibus

Epistuale ad Atticum”

- Tito Lucrezio Caro, De Rerum Natura;

- Publio Virgilio Marone, Eneide;

- Publio Cornelio Tacito, Annales;

- Gaio Petronio Arbitro, Satyricon;

- Marco Terenzio Varrone, De Lingua Latina;

- Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio, De Mortibus Persecutorum;

- Calendario di Filocalo o Cronographus;

- Corpus Inscriptionum Latinarum;

- Vita di Cesario;




Note: 

1"[...] cur ad mentionem defunctorum testamur memoriam eorum a nobis non sollicitari?" ovverosia "Perchè, quando nelle celebrazioni ricordiamo i defunti, protestiamo affermando di non volerne disturbare la memoria?" (Naturalis Historia, XXVIII, XXIII)

2L'ancestrale ed enigmatica Dea Vacuna sembra esser stata oggetto d'invocazione dalla famiglia di un assente al fine d'evitare che il prolungarsi di tale stato di vacatio (dovuta all'esser impegnato in guerra, in un viaggio o semplicemente a causa di una malattia) potesse sfociare in qualcosa d'irreparabile come il decesso.

3 La scrofa, per via del suo grufolare e scavare nel terreno è sempre stata percepita una bestia connessa con l'aldilà, con il sovrannaturale e i reami oltre questo mondo, sia in ambito classico con Δημήτηρ – Demetra e Cerere, sia tra gli egizi con Isis che nel Nord Europa tra Celti, Germani e Scandinavi con i celebri Maiali dell'Oltretomba di Gwydion figlio di Don, nel Mabinogi di Math in ambito celtogallese, o Gullinbursti, il cinghiale dalle setole dorate appartenente al Dio norreno Freyr, e Sæhrímnir, il verro del Valhöll scandinavo ucciso, cucinato e mangiato ogni notte da Æsir ed Einherjar, che possiede il potere magico di tornare integro e in vita il giorno successivo.

4Attico: "[...] Mi son reso conto di tutto; resta ora da parlare dei culti perpetui e del Diritto dei Mani" (Cicerone, De Legibus, II, XLV)

5"Manus", <<buono>>, da contrapporsi a "Immanis", <<Inumano, spaventoso, orribile, mostruoso, di cui si ha timore>>

6"Ciascuno di noi subisce i propri Mani", Eneide, VI, 743

7"Auguro che i tuoi dei Mani concedano il tuo riposo e lo proteggano", Laudatio Turiae, elogio funebre composto dal marito di una donna e datato poco posteriormente Publio Virgilio Marone.

8Propriamente, il novendiale era il periodo di lutto, della durata di 9 giorni, dopo la morte di una persona: allo scadere dell'ultimo giorno si teneva la coena novendialis o sacrificium novendiale e si immolava in onore dei Manes del defunto (Tacito, Annales VI, VI, I e Petronio, Sayiricon, LXV).

9 Come leggibile in una lettera di Cicerone indirizzata ad Attico: "[...] sed omnia ante Nonas sciemus; eodem enim die video Caesarem a Corfinio post meridiem profectum esse, id est Feralibus", traducibile come "[...] ma saprò tutto prima delle none. Vedo che Cesare è partito da Corfinio dopo il mezzodì, ovverosia nel medesimo giorno dedicato alle solennità dei defunti (Feralia)" (Cicerone, Epistuale ad Atticum, VIII, XIV)

10Abbiamo già avuto modo di affrontare la valenza delle viole, assieme alle rose, quale fiore legato alle cultualità dei morti: per un confronto consulare i capitoli "Le Origini del 1° aprile" e "Le Origini delle Pentecoste" presenti in questo libro.

11 "Hanno il suo onore anche i sepolcri: imponi / L'Ombre avite a placar, qual che tu sii, / Sul rogo alzato non pregiati dono. // Poco chieggiono i Mani: uffizi pii / Presso loro a un gran dono han peso uguale. / Non ha la bassa Stige ingordi Iddii. // Ad appagar lor brame un coccio vale / Di setti a biotto ivi gettati ornato, / E sparse biade intorno, e poco sale; // E sciolte violette, e pan bagnato / Nel vin pretto: abbia pur cose sì fatte / Il coccio in mezzo della via lasciato. // Né vieto il più: ma queste ancor sono atte / L'ombre a placare: al posto aitar vicino / Aggiugner dei preci e parole adatte. // Da Enea, della pietà mastro divino, / Di cerimonia tal fu trasferito / L'uso nel regno tuo, giusto Latino; // Da lui del padre al Genio era compito / Ógni anno il sacrifizio: indi informati / I popoli imparar questo pio rito. // V'ebbe un tempo però, che mentre armati / Intesi stanno a lunghe guerre e dire, / Fur gli esequiali dì da lor lasciati. // Ma non ne andaro impuni: ho udito dire, / Che per cotal malaguroso errore / Roma avvampar le suburbane pire. // Il credo appena: da i sepolcri fuore / Dicon che uscivan gli avi, e in guise strane / Tra 'l notturno gemean tacito orrore. // E che le vie di Roma, e le Romane / Campagne intorno empieron di spaventi / Con gli urli ombre deformi e larve vane. // Poi raccesi a i sepolcri i fuochi spenti, / E a quei renduto il tolto onor, del pari / Le morti ebbero fine, ed i portenti. // Ma mentre ciò si fa, non si prepari / La vedovella agli sponsali: aspetti / La fiaccola di pino i giorni chiari."

(Publio Ovidio Nasone, Fasti, tradotti in terza rima dal testo latino ripurgato ed illustrato con note dal dottor Giambattista Bianchi Senensis, Venezia, nella stamperia Rosa, 1811, II, vi, 1-39, pp. 115-18)

12Corpus Inscriptionum Latinarum I, pag. 309

13"Animas placate paternas" commenta Ovidio (Fasti II, 527 – 564), al quale dobbiamo la quasi totalità delle informazioni in nostro possesso circa questa festività.

14Le tre Parche avevano nome di Parca, la principale, alla quale furono aggiunte successivamente Nona e Decima le quali avevano giurisdizione sugli ultimi mesi di gravidanza; Parca, colei che soprintendeva all'atto della nascita, divenne in seguito nota con il nome di Morta; sovente descritte come anziane donne dal carattere scorbutico e scostante o giovani donne dall'aspetto tenebroso. Figlie di Giove e della Dea della Giustizia Temi, dunque sorelle di MinervaἈθηνᾶ /Athena, stabilivano il destino degli uomini e successivamente assimilate alle greche Μοῖραι – Moire, le terrificanti Cloto, Lachesi e Atropo divenendo Divinità Fatidiche e Fatali: la Prima filava il filo della Vita, la Seconda dispendava i destini assegnandone uno a ciascun uomo stabilendone anche la durata mentre la Terza, infine, ne tagliava inesorabilmente il corso una volta giunto al termine deciso. Nel Foro romano, in loro onore, erano presenti delle statue chiamate Tria Fata, ovverosia "I Tre Destini".

15 L'eziologia (αἰτία,"'causa", e λόγος, "parola, discorso") è una branca della scienza il cui compito consiste nel ricercare le cause scatenanti determinati fenomeni. Nel nostro caso specifico un mito eziologico sorge in senso alla spiegazione del perchè di un nome come, ad esempio, la ragione del perchè il Sancta Sanctorum del Dio Apollo e sede del più celebre oracolo del Mondo Antico, Delfi, fosse così appellato: negli Inni Omerici si narra che la Divinità avesse creato gli abitanti dell'Isola di Creta dal mare modellandoli in forma di delfini ed elevandoli al ruolo di sacerdoti a lui consacrati. Al di là della reale valenza insita in questa lettura, Delphoi e delphis sono realmente connessi etimologicamente, dove invece in molti altri miti la sostanza è perlopiù di matrice popolare.

16Edicole in muratura o di tipo mobile, in legno, decorate con ghirlande floreali e poste nell'atrio delle Domus: i Lares, dipinti o in forma di statuine, erano rappresentati come giovani danzanti vestiti di un corta tunica soreggenti in una mano una coppa o un secchiello e una cornucopia o un ῥυτόν – rhyton (corno potorio) , simboli di abbondanza, nell'altra. Al loro fianco erano soventemente posti sacrari di altre divinità quali Bacco, Mercurio o Ercole.

17Ovidio (Fasti, II, 631 – 632) menziona esplicitamente Concordia: "[...] Venite, voi innoceni, ma lungi di qui l'empio fratello, la madre spietata verso chi ella stessa ha generato, il figlio che ritiene il proprio padre troppo ricco di vita e conta gli anni alla madre, la cattiva suocere che detesta e tiranneggia la nuora...Bruciate l'incenso dinnanzi agli Dei della Famiglia: si dice che soprattutto in questo giorno sia tra noi presente la dolce Concordia: offrite un festino ai Lari..."

18Piccoli doni, pegni o somme di denaro.

19Scrittore e funzionario romano del V secolo, originario della sud – orientale, ricoprì il ruolo di funzionario presso il Palatium imperiale in un periodo antecedente al 438. Autore del Laterculus, un calendario di tipo giuliano annotato valevole per l'anno 449, il quale può esser considerato uno dei primi tentativi di integrazione tra le festività appartenenti alla religione tradizionale romana e l'oramai nuova potenza emergente del cristianesimo.

20 Autori, rispettivamente, di Religious Experience e Creating Community with Food and Drink in Merovingian Gaul.

21Usanza, per la verità, riscontrabile anche nelle Violaria, come già analizzato in questo libro.

22 Chalon-sur-Saône, Gallia Lugdunensis I, 470 circa – Arles, 27 agosto 543, monaco cristiano della Gens Firmina e vescovo romano, giunse alla carica di Arcivescovo nella città d'Arles. Autore di una compilazione sull'Apocalisse, lavori esagetici contro gli eretici Pelagiani e Ariani (Libellus de mysterio sanctae Trinitatis, Breviarium adversus haereticos e Opusculum de gratia), due Regulae (una per i monaci e l'altra per le vergini), un Testamentum e la sua Magna Opera, i Sermones. Venerato come Santo dalla Chiesa Romana, la sua vita ci è nota attraverso l'opera agiografica Vita di Cesario redatta poco dopo la sua morte da tre vescovi e due suoi subordinati.

23Divinizzazione o glorificazione a un livello semi o totalmente divino: in ambito ellenico essa poteva comprendere il ritorno alle dimore celesti da parte di un essere uranico disceso temporaneamente nelle lande mortali, oppure l'elevazione a rango eroico di un prode post mortem o anche mentre era ancora tra i viventi, mentre con il vocabolo Deificatio s'identificò in Roma quel processo attraverso il quale all'Imperatore venivano tributati onori e rango Divini, solitamente dopo la morte.




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