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Culti&Dei nell'Antica Tibur – I Padri Fondatori e l'Età del Mito

A cura del dott. Stefano Del Priore.

Rilievo votivo in marmo raffigurante Anfiarao curante la spalla di Archinoo,
 morsa da un serpente.  Dal santuario di Amphiarosa Oropoú, V-IV secolo a.C.

Nell'antica Tibur il culto divino per antonomasia, pleonastico ricordarlo, era sicuramente quello di Ercole, il greco Herakles, al punto tale che la stessa città veniva identificata con la divinità patrona : Herculea Tiburis Arces, Herculi Sacra, Herculeum Tibur, herculeos colles et similia. Egli era venerato massimamente in Tibur, ricordato nell'epigrafia come Hercules Victor, Hercules Tiburtinus Victor, Hercules Invictus, Hercules Victor Certenciinus, Hercules Domesticus e Hercules Saxanus. Il suo ruolo era dunque egemone ma, al suo fianco, numerose altre divinità erano presenti nella cultualità quotidiana degli antichi tiburtini. Ne analizzeremo alcune, provando anche ad individuare le possibili correlazioni tra questi culti e la loro area d'origine al fine di compenetrarne l'antichissima natura.

Le Divinità della Fondazione e l'Età del Mito

Anfiarao, Catillo, Coras e Tiburno

Hendrik Voogd (Amsterdam, 1768-Roma, 1839), “Veduta delle grandi e piccole cascatelle di Tivoli”, olio su tela.

Prestando fede alla leggenda, la città di Tibur venne fondata il 5 aprile del 1215 a.C., sul finire dunque dell'età del Bronzo, secondo il classico schema del Ver Sacrum. I miti della fondazione presentano differenti versioni, le quali comunque convergono su di un punto ovveorsia l'atto sacro per mano di un Eroe, mitico e semileggendario. Secondo Catone e Gaio Giulio Solino, la nostra città venne (ri)fondata dall'arcade Catillo, comandante della flotta di Evandro, figlio del celeberrimo Anfiarao, a sua volta figlio di Oicle di Tebe: a quel tempo la gioventù argolide era in fuga dalle terribile guerra civile che stava infuriando tra Eteocle e Polinice. Catillo ebbe tre figli, i quali furono nominati Cora, Catillo Iuniore e Tiburno (o Tiburto), il maggiore, colui il quale rinominò la città, ampliandone la cinta muraria dopo aver scacciato assieme ai suoi fratelli i Siculi (o gli Aborigeni assieme ai Pelasgi, a seconda delle fonti); egli fu l'eroe eponimo, l'Ecista, colui il quale possedeva il suo bosco sacro, il Lucus Tiburni, nei pressi dell'acropoli tiburtina ove l'Aniene originariamente precipitava in una serie di rombanti cascate, vicino la splendida grotta naturale ritenuta dimora della Divina Albunea: tale bosco, al cui centro svettavano tre lecci sacri *(1), fu definito da Orazio “Tiburni Lucus”. Le tre elci sacre erano in possesso di virtù fatidiche, terapeutiche e oracolari, come la quercia sul colle Vaticano o quella sul colle Capitolino, tanto che lo stesso Tiburno vi si recò per trarne auspici: da ciò si configura come un Sacer Lucus, un τέμενος-Tèmenos, uno spazio arboreo recintato proprietà degli Dei, presso il quale l'accesso ai comuni mortali era vietato. Non siamo a conoscenza se il Lucus Tiburni fosse sede di un santuario sacro alla Lega Latina, così come quello di Diana Aricina o quello di Giove Laziale sito sul Mons Albanus (odierno Monte Cavo ad Albano) o quello di Diana Aricina sulle sponde del lago di Nemi

Tornando alle origini di Tibur un'altra fonte, forse meno fascinosa ma non per ciò meno valida, sostiene che la città fosse stata fondata dai Siculi e denominata Sykelikòn: narra Dionigi di Alicarnasso, nella sua opera magna Ῥωμαική ἀρχαιολογία-Antichità Romane, di un'alleanza tra gli Aborigeni*(2), i primevi Latini, e i Pelasgi, i quali unendo le forze riuscirono a scacciare i Siculi verso il sud dell'Italia e si appropriarono della città ribattezzandola Polistephanon, ovverosia La Multicoronata; secondo Diodoro Siculo, nella sua Bibliotheca Historica, il tutto fu opera di Latino Silvio, Rex Sacrorum di Albalonga.
Tiburno, Coras e Catillo Iuniore prestarono poi soccorso a Turno, re dei Rutuli, durante la guerra contro Enea: il giovane araldo tiburtino Vènulo, dopo una lotta disperata, morì per mano di Tarconte, Signore degli Etruschi e alleato del figlio di Anchise; al termine del conflitto, che vide Tibur sconfitta, Catillo Iuniore e Coras viaggiarono raminghi divendo ecisti di molte città mentre Tiburno consacrò la città a Eracle morendo, in tarda età, all'incirca nel medesimo periodo di Enea e venendo deificato: trapassando senza aver avuto eredi, il governo cittadino venne affidato a una Curia di anziani.

Duello tra Vènulo e Tarconte-acquaforte di Bartolomeo Pinelli 
per Eneide, Lugi Fabri ed. Roma, 1811.

E' sicuramente interessante notare la forte corrispondenza che s'instaura tra la figura di Evandro, figlio del Dio psicopompo Hermes e della ninfa Carmenta, fondatore della città di Pallantia sul colle Palatino in Roma e tradizionalmente colui che recò l'alfabeto, la scrittura e il rito dei Lupercalia nelle nostre terre, e Catillo, comandante della sua flotta e fondatore di Tibur assieme ai suoi tre figli. Il culto degli Eroi fondatori, nell'età del Bronzo, l'età eroica per antonomasia, è un tema ricorrente nell'antichità a noi nota: per quanto concerne la nostra città, la figura maggiormente di rilievo è sicuramente Catillo; che si tratti del padre, del figlio o della sovrapposizione dell'uno all'altro non siamo in grado di asserirlo seppur possiamo ipotizzare che dovette ricoprire un ruolo centrale nella cultualità arcaica, una Divinità-Eroe dalle prerogative oracolari, mantiche, ctonie e sanatrici specchio fedele di ciò che fu suo nonno/padre Ἀμφιάραος-Anfiarao nell'Argolide

A riguardo di ciò è doveroso menzionare un cippo, rinvenuto in località Acquoria durante gli scavi per la costruzione della centrale idroelettrica, e datato al VI secolo antecedente l'era cristiana, il quale sembra riportare la dicitura KATIILO, secondo l'interpretazione del Ribezzo. Altri studiosi, quali l'Altheim, il Pisani e il Vetter non concordarono con tale opinione, ritenendo la lettura come MITAT CAPILOR. Il cippo, stando alla testimonianza degli operai che assistettero al ritrovamento, era coronato da una statuina di rame ritraente un guerriero dotato di elmo e frusta: rappresentante la testimonianza di scrittura più antica rinvenuta nella nostra città, fu vergata utilizzando caratteri alfabetici calcidesi con iscrizione in lingua sabina o latina di  tipo arcaico; è stato interpretato anche come donario, essendo stato rinvenuto in una zona archeologica ricchissima di testimonianza in tal senso e certamente tra le più arcaiche da un punto di vista socio-cultuale.

Il cippo tufaceo con iscrizione sabina o protolatina,
 vergata a con caratteri alfabetici calcidesi; 
VI secolo antecedente l'era cristiana, Museo
Nazionale  Romano, Terme di Diocleziano.

Quale sia stato il nume tutelare della città nell'antichissimo passato è compito quasi proibitivo: interessante sottolineare però come lo stesso Evandro possa esser considerato un'ipostasi della divinità Latina Fauno di cui fu prima ospite sul colle Palatino e, in seguito, suo successore. Fauno era una divinità la quale agli uomini che la interpellavano il loro destino attraverso l'ornitomanzia (l'osservazione augurale del volo degli uccelli), lo stormire delle foglie e la dimensione onirica. A riguardo di ciò affonda in Tivoli le sue radici l'ancestrale Monte Catillo, al giorno d'oggi conosciuto come Monte della Croce, il quale sorge in una posizione che sappiamo essere, sin dall'antichità come di assoluta preminenza strategica, sociale e religiosa: dominante all'acropoli tiburtina, contiguo con la zona sepolcrale ubicata lungo la sponda orientale del fiume e probabilmente uno dei nuclei proto-abitativi dell'arcaico insediamento. Degno di menzione il ritrovamento effettuato nel 1835, presso l'atttuale Piazza Massimo, di altorilievi frontonali in terracotta originariamente policromi conservati presso il  Museo Gregoriano-Etrusco ai Vaticani, il cui restauro fu curato dal prof. Francesco Roncalli: l'intera narrazione risale al IV secolo a.C. e componeva la decorazione del frontone di un santuario extraurbano posizionato in quella che era, al tempo, un'isola circondata delle acque dell'Aniene e dominata dal massiccio di Catillo. Secondo autorevoli interpretazioni l'intero ciclo può esser riferibile al mito del Vello d'Oro, oggetto finale del lungo viaggio intrapreso dall'eroe Giasone e i suoi compagni Argonauti.

Gli altorilievi frontonali, in terracotta policroma, rinvenuti nel 1835 durante i lavori di sistemazione
 della  zona antistante Ponte Gregoriano; V/IV secolo 
antecedente l'era  Cristiana, Museo Etrusci-Gregoriano
 ai Vaticani.

Nelle molteplici tradizioni elleniche circa la fondazione di Tivoli troviamo sempre presente la figura del già menzionato Anfiarao, come padre o nonno dei nostri fondatori, quel medesimo Anfiarao che regnò sovrano sulla potente città di Argo: ereditò dal suo celebre bisnonno Melampo il dono della profezia e fu un eccellente guerriero, come potè ampiamente dimostrare durante la spedizione degli Argonauti dei quali era parte. Quando il suo culto penetrò nelle  zone nostrane, i nostri antenati italici possedevano già le proprie antichissime e ancestrali divinità le quali non potevano certamente esser abbandonate ex abrupto: a ciò si deve, con molta probabilità l'opera di sincretismo attraverso cui Anfiarao divenne padre, o nonno, dei nostri eroi Fondatori, fondendosi con le entità locali che popolavano il mondo divino da epoche remotissime. In particolar modo avvenne con la figura di Catillo, il cui eco sarebbe ancora rintracciabile nell'oronimo del monte alla cui pendici vennero scoperti gli altorilievi frontonali  del ciclo degli Argonauti e in una delle probabili letture del già analizzato cippo  arcaico dell'Acquoria.

Catillo sembra infatti esser stata una figura dalle peculiarità mantiche, sanatrici e l'inserimento del Vate Anfiarao, in questo contesto, potrebbe aver contribuito a  far penetrare con più efficacia, nel tessuto socio-religioso tiburtino, lo scheletro del sistema
soprannaturale ellenico. Concludiamo questa disamina narrando il racconto di Re Anio, sovrano etrusco, e di sua figlia Salia. Secondo le fonti mitologiche proprio Catillo (o il rutulo Cetego, a seconda delle versioni) nrapì la figlia del sovrano e si dette alla fuga con la giovane avendo  l'intenzione di portarla su di un  monte ubicato nei pressi e approfittare sessualmente di lei. Anio, avendo assistito in  distanza al misfatto, tentò di d'intervenire attraversando il fiume a cavallo ma le impetuose correnti del Parensius lo inghiottirono tra i flutti e il Re morì. Di lì a poco un bagliore rischiar le tenebre notturne e lo spirito del defunto Anio apparve per trarre in salvo la figlia Salia, costringendo Catillo a prigionia eterna tra le rocce calcaree del monte che, ancora al giorno d'oggi, reca il suo nome: il fiume, anticamente chiamato Parensius, venne ribattezzato Aniene in onore del coraggioso Re Anio.

Il Re Anio viene travolto dai flutti del fiume Parensius e perde la vita.
 Sulla sponda opposta   Catillo fugge dopo  aver rapito Salia, la figlia del sovrano.
Villa d'Este, Tivoli.


Approfondimenti:

*(1) Leccio (Quercus Ilex): detto anche Elce, è un albero spontaneo appartenente alla famiglia Fagaceae e al genere Quercus, diffuso nei paesi del bacino del Mediterraneo, può raggiungere anche i 20-24 metri in altezza. Gli alberi del genere Quercus sono spesso stati sacralizzati in quanto testimoni di Keraunofanìe, poichè sovente colpiti da folgori.

*(2) Aborigeni: I primevi Latini, autoctoni dell'Italia, il loro etnonimo deriverebbe da “Ab Origines”, ovverosia “I Fondatori”, endoetnonimo, oppure da “Aberrigines”, equivalente a “I Girovaghi”, in questo caso esoetnonimo. Forse furono anticamente i leggendari Lélegi, di stirpe greca, discendenti degli Enotri.

Fonti Bibliografiche:
  
-Gianfranco Maddoli, Universale LATERZA, “La civiltà Micenea, guida storica e critica”, 1977;

-Franco Sciarretta, Tiburis Artistica Edizioni;
"Tivoli in età classica”
"Viaggio a Tivoli”;

-Cairoli Fulvio Giuliani, “Forma Italiae-Tibur Pars Prima e Altera”, De Luca, 1966 e 1970;

-Publio Virgilio Marone, “Eneide”;

-Omero, “Odissea” ;

-Diodoro Siculo, “Bibliotheca Historica”;

-Dionisio d'Alicarnasso, “ Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία” o “Antichità Romane”;

-Gaio Giulio Solino, “Collectanea rerum memorabilium";

-Marco Porcio Catone, "Orgines";