Benvenuti nel sito ufficiale dell'A.P.S. ArcheoTibur di Tivoli (RM).NUOVO ANNALES VOL. 2 DISPONIBILE

Sinforosa. Santa, moglie e martire


A cura della dott.ssa Francesca Proietti del CTS di ArcheoTibur e del dott. Stefano Del Priore, Presidente di ArcheoTibur.


Statua lignea di Santa Sinforosa in località Tossiccia, Teramo.

La storia di Santa Sinforosa, martire tiburtina , si intreccia con quella di un altro illustre personaggio che volle costruire proprio sul nostro territorio una delle ville più belle di tutta la romanità. Stiamo parlando ovviamente dell’Imperatore Adriano che si consultò con gli oracoli circa la sua volontà di inaugurare la sontuosa villa. Gli Dei purtroppo furono implacabili; sul territorio tiburtino vi erano una donna e i suoi sette figli, chiamati Crescente, Giustino, Nemesio, Giuliano, Primitivo, Eugenio e Statteo, i quali osavano pregare il solo ed unico Dio cristiano: tutto ciò era ritenuto inaccettabile per la Religio romana ma una soluzione venne in soccorso dell'Imperatore, ovverosia un sacrificio agli Dei da parte della donna avrebbe placato la loro ira e l’armonia sarebbe stata ristabilita. Adriano aveva già condannato a morte poco tempo prima, decapitandoli, il di lei marito Getulio e il cognato Amanzio, in precedenza tribuni del Sovrano, e l'amico di quest'ultimo, Primitivo. Getulio Zotico era attivo nella sua opera di diffusione evangelica nei pressi di Gabii, grossomodo nell'area dell'odierna Zagarolo, coadiuvato nell'opera da suo fratello Amanzio. Il Principe di Roma aveva tentato di dissuadere i due inviando Cereale, suo vicario, a parlamentare: quando anche quest'ultimo si convertì fu incaricato Licinio, il quale riuscì a catturarli e vennero condannati al rogo; sembra che Getulio sopravvisse alle fiamme e venne quindi bastonato a morte dai soldati presenti. Sinforosa sembra che seppellì il corpo del marito in un terreno appartenente alla loro famiglia, per quanto un'epigrafe presente nella chiesa tiburtina di San Pietro alla Carità testimoni di come il corpo del martire sia ivi sepolto.

Anonimo abruzzese- Santa Sinforosa con i suoi figli, XVIII secolo.


Adriano preso dall'ira ordinò al prefetto Licinio che Sinforosa fosse arrestata assieme ai suoi figli e condotta da lui presso il Santuario di Ercole Vincitore: si cercò di spingerla al sacrificio verso gli Dei attraverso false lusinghe che sortirono l'effetto desiderato, si passò a minacce e ricatti ma nulla la convinse anzi, ella issava a mò di stendardo cristiano la morte di suo marito San Getulio e dei suoi compagni. L’imperatore furioso le rinnovò la proposta di sacrificio in cambio della salvezza ma a nulla valsero le sue ire, la santa fu irremovibile così come lo furono i suoi sette figli. Le cronache raccontano che la donna venne dapprima torturata a sangue, forse per operare un’ultima opera di convincimento che poi si tramutò rapidamente in una condanna a morte per annegamento: fu precipitata nei flutti del rombante Aniene, con un poderoso masso legato attorno al collo, che la inghiottì seduta stante. Sinforosa venne molto probabilmente processata e giustiziata all'interno del grande Santuario tiburtino affinché il popolo potesse assistere al castigo supremo, derivato dalla sua disobbedienza civile, morale e religiosa, e che tutto ciò fungesse da esempio e monito per chiunque avesse osato sfidare l'autorità imperiale e il volere dei Sacri Dei di Roma. Sinforosa, essendo una nobile matrona, era certamente molto conosciuta e la sua condanna capitale dovette attirare un gran numero di spettatori, ragion per la quale gli ampi spazi di Ercole Vincitore risultarono adeguati allo scopo di Adriano

Né data né luogo del martirio sono certi, poiché la prima viene ipotizzata nell'anno 120 d.C. (presumibilmente coincidente con l'inizio dei lavori della sontuosa residenza adrianea) o tra il 135-138 (ultimi anni del principato di Adriano e concomitanti con gli ultimi lavori apportati alla sua Villa), mentre per il secondo varie ipotesi son state formulate nel corso degli anni: il Ponte Lucano nei pressi della dimora dell'Imperatore, il ponte ubicato nel guado dell'Acquoria molto vicino al Santuario di Ercole o il poderoso ponte che attraversava l'antica cascata dell'Aniene nel centro dell'ancestrale Acropoli Tiburtina. Eugenio , fratello della martire e “principalis curiae Tiburtinae”, ne raccolse le spoglie e le tumulò nel suburbio della città (“suburbano eiusdem civitatis”)Sorte non dissimili toccò ai suoi sette figli, il giorno successivo, dopo che le medesime opere di convincimento  si rivelarono inutili: l'Imperatore ordinò che fossero legati a un palo ciascuno e torturati  fin quasi alla morte(*1), dopo di ciò ordinò che fossero trafitti tutti a fil di spada: Crescente fu per primo trafitto in gola, Giuliano nel petto, Nemesio al cuore, Primitivo all'ombelico, Giustino nella schiena, al fianco Statteo mentre  Eugenio venne squarciato verticalmente in due parti. I corpi dei sette ragazzi vennero gettati in una profonda fossa comune scavata nel territorio che, tristemente, prese il nome postumo de “ai sette assassinati(*2). Per circa 18 mesi, le persecuzioni ai danni dei cristiani si placarono e fu possibile per Eugenio  recuperare i corpi dei figli della Santa, suoi nipoti, che vennero trasportati nel luogo che attualmente la tradizione tramanda come quello del loro riposo: a partire dall'Anno Domini 756, a causa delle continue e violente incursioni longobarde focalizzate nell'Ager Tiburtinus, convinsero il Pontefice Stefano III a traslare intra moenia le reliquie della Santa e dei suoi figli a Roma  nella Diaconia di Sant’Angelo in Pescheria, il che portò a un progressivo e rapido abbandono del sopracitato luogo di culto paleocristiano. In una bolla di Papa Martino III viene menzionata la struttura, nell'anno 944, e nel 991 sotto Papa Giovanni XV, mentre nel 1124 la Basilica viene ancora computata nell'elenco dei beni appartenenti al monastero di S. Ciriaco di Roma. La devozione del popolo tiburtino per Sinforosa dovette essere molto radicata e sentita e ne è testimonianza la diffusione, più di tre secoli a seguito del suo martirio, della Passio Sanctae Symphorosae al giorno 18 luglio del Martirologio Geronimiano, durante l'assedio Goto per mano di Totila alla città, negli anni 544-545, onde evitare il diffondersi dilagante dell'eresia ariana, seppur il componimento agiografico sarebbe da ritenersi ancor più antico e risalente al V secolo, verosimilmente redatto sotto il pontificato del tiburtino Simplicio (468-483) il quale, secondo tradizione, decretò la costruzione del luogo di culto oggigiorno supposto come Basilica di Santa Sinforosa la quale sarebbe sorta, ipotesi non peregrina, in un fundum appartenente alla sua famiglia.

Visto e considerato l’eco che ebbe, e che continua ad avere, la figura di Sinforosa sul suolo tiburtino, e considerato anche quanto sopra, risulta naturale domandarsi circa l'intensità della culto della Santa in ambito locale. Studiando accuratamente fonti e cronache si può azzardare la presenza di un luogo di culto ubicato negli ipogei  dell’attuale chiesa di San Vincenzo; tale sacrario sarebbe stato, in origine, una conserva romana per l'acqua e avrebbe offerto ricovero, come rifugio, alla Santa e ai suoi figli durante le fasi più cruente ed efferate della persecuzione messa in atta dall'Imperatore Adriano. La tradizione vuole che il luogo, data l'elevata concentrazione umidità presente, bagnasse le vesti che si trovavano a contatto con le pareti e che il liquido santo, raccolto dai panni strizzati, fosse in possesso di poteri ultraterreni. Notizie dell'accadimento e della leggenda a riguardo del liquido miracoloso sarebbero state accertate almeno fino al XVIII secolo e se ne può trovar traccia scritta nella Istoria delle Chiese della Città di Tivoli del 1726, a opera di Giovan Carlo Crocchiante. In questo luogo la Santa si nascose per molti giorni, assieme alla sua numerosa prole: appellandoci nuovamente alla tradizione locale, sembra che tale fosse l'umidità del luogo tanto che le vesti si bagnassero a contatto con le pareti, e il Crocchiante, nel suo dotto saggio, narra di questo prodigio in termini che: “...tramandava, come anche fa oggi, dai muri un umore..”. Il Crocchiante riporta anche le affermazioni di Padre F. Cardoli, il quale disquisisce a riguardo del culto radicatosi nel luogo ove viveva Sinforosa e dove il fratello di lei, il già sopramenzionato Eugenio, diede sepoltura alle spoglie mortali dopo il martirio; queste affermazioni sembrerebbero confermare con la tradizione che vuole la sepoltura della Santa nel luogo degli attuali ruderi della Basilica di S. Sinforosa, in territorio del Comune di Guidonia Montecelio, zona Setteville (anticamente “Ad Septem Fratres”, comparso per la prima volta nel IX secolo e successivamente corrotto in “Sette Fratte” da quale derivano gli odierni Setteville Settecamini, verosimilmente correlabile con i fratelli e figli della Santa). Eugenio infatti rinvenne il corpo, portato in quel punto dall'Aniene e la depose in un luogo posto “al nono miglio della Tiburtina” (“Eorum corpora requiescunt in via Tiburtina miliario ab urbe IX”), dalle cui prospicienze provengono il cippo sepolcrale menzionante Cornelia Sympherusa Claudia Primitiva databile al II secolo dell'era cristiana, il frammento di un sarcofago con frammento di iscrizione metrica e due epigrafi latine. Sotto il pontificato di Pio IV fu rinvenuto un sarcofago contenente le ossa della Santa, con ancora i capelli e il velo, del marito Getulio e dei sette loro figli; le reliquie furono esposte in una teca vitrea sotto l'altare così da poter essere ammirabili e nel 1572 il Pontefice Gregorio XIII le distribuì in molteplici chiese, incaricando di ciò un membro dell'ordine dei Gesuiti; fu così che, dopo più di 800 anni, le spoglie di Sinforosa tornarono a Tivoli (furono spostate dalla basilica nel 756, come già analizzato) venendo poi collocate nella chiesa di futura costruzione, nel 1587. Attestazioni circa la persistente devozione di Tivoli per la Santa sono rappresentate dall'edificazione della chiesa di Santa Sinforosa e Figli Martiri, a opera dell'architetto Giacomo della Porta, con i lavori che iniziarono il giorno 8 luglio 1582 e terminarono il 18 luglio, giorno delle celebrazioni in suo onore, del 1587: la chiesa venne ben presto chiamata “del Gesù” a causa della vicinanza di un collegio dei Gesuiti, ubicato poco oltre.


Antica chiesa di Santa Sinforosa e Figli Martiri, detta del Gesù, distrutta dai bombardamenti del 26 maggio 1944

La tradizione vuole che le reliquie della Santa siano conservate tutt'oggi nel busto argenteo, dono di Bernardino Lolli nel 1704, e consisterebbero in capelli, ossa del capo, un grumo di sangue e un brandello del lenzuolo funebre con la quale il fratello Eugenio ne coprì le spoglie mortali, mentre alcune schegge di legno appartenenti al patibolo al quale la martire fu appesa sono custodite nella teca, in forma di croce, che scende dal collo del busto stesso. Ancora il Crocchiante ci racconta di come il popolo tiburtino festeggiasse la Santa e i suoi figli con grande trasporto, il giorno del 18 luglio: accompagnata da musica solenne, la processione iniziava alle ore 17 e il reliquiario era posto su di una grandiosa macchina dorata; a tale evento solevano partecipare tutte le autorità religiose cittadine e il Magistrato. A seguito di ciò, il busto rimaneva esposto per 8 giorni (forse da ipotizzarsi come il lasso di tempo trascorso da Sinforosa all'interno della cisterna romana posta sotto la chiesa di San Vincenzo, durante le persecuzioni, o nel numero complessivo della Santa e dei suoi 7 figli) e al termine di questo le reliquie erano mostrate tra il giubilo della folla. La chiesa venne sfortunatamente distrutta, con quasi tutti i suoi preziosi tesori storici e artistici, con i bombardamenti del 26 maggio del 1944.

Reliquiario argenteo di Santa Sinforosa, arte barocca, 1704
attuale parrocchia di San Michele Arcangelo, Tivoli,

La Basilica Paleocristiana di Santa Sinforosa


La Basilica di Santa Sinforosa in una foto del 1895.


I resti del rudere absidato della Basilica appartenente al complesso paleocristiano di Santa Sinforosa e dei suoi 7 sette figli furono scavati e portati in luce dallo Stevenson nel 1887 e, quasi un secolo dopo, dallo Stepleford nel 1976, nell'odierna località di Setteville. Ciò che è ancora visibile è composto da un ampia abside di circa 6,20 m di diametro, preceduta da un presbiterio di forma rettangolare di 6,30 3,50 m con volta a botte; ai lati di quest'ultimo sono ancora identificabili due vani rettangolari, sovrastati da un basso soffitto ad arco, nelle quali venivano verosimilmente custodite le suppellettili sacre: della navata centrale si conserva un solo arco a tutto sesto, sovrastato da una finestra avente la funzione di condurre la luce all'interno. Le restanti finestre, stando alla ricostruzione operata dallo Stevenson, erano di forma rettangolare e posizionate in corrispondenza degli archi, mentre la copertura era a capriata. La tecnica laterizia di costruzione è paragonabile e alquanto simile a quella tipica di altre strutture analoghe presenti a Roma, un opus latericium piuttosto spesso e dalla differente scala cromatica. Lo Stevenson testimonia di come, ancora al suo tempo, fossero presenti all'interno una serie di affreschi decoranti la struttura sacra, aventi come motivo bandi festoni; lungo l'abside e il presbiterio, questi separati l'uno dall'altro da una serie di transenne denominate plaustra, furono rinvenuti dei fori parietali atti a sostenere intarsi marmorei elevati di circa 3 metri rispetto al pavimento. L'archeologo britannico riportò alla luce, inoltre, i resti di un secondo edificio, più piccolo, definito “chiesa minore”, venne datata tra la fine del III e la metà del IV secolo dell'era cristiana e si ritiene fu edificata sul ben più antico sepolcro ospitante le spoglie degli 8 martiri: con il definitivo trionfo del cristianesimo, tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, accanto a questo più minuto, e antico, edificio di culto venne affiancata la chiesa maggiore o basilica tale da consentire al numero sempre maggiore di fedeli l'omaggio alle spoglie mortali dei testimoni del Cristo, le quali si ritiene fossero custodite in una cella memoriae ubicata sotto l'abside mediana della cella e rese visibili tramite l'apertura di una  fenestella confessionis. A seguito della traslazione delle spoglie dei martiri (nella chiesa di Sant'Angelo in Pescheria di Roma), a opera del Pontefice Stefano III nel 756 sotto la minaccia delle scorribande longobarde, il luogo di culto conobbe una rapida decadenza che ne portò al progressivo e rapido abbandono. Il luogo divenne, a ogni modo, abitazione e cimitero per le genti rurali che vivevano nei dintorni, come testimoniato dal rinvenimento presso la chiesa maggiore di alcune tombe databili tra il IX e il XVII secolo, mentre due fornaci risalenti al XVI secolo furono realizzate nelle absidiole della basilichetta. L'attribuzione certa della struttura alla Santa e ai suoi figli resta tuttavia ancora non del tutto comprovata, in quanto il calcolo miliare dell'antica Roma è un argomento tutt'oggi ferocemente dibattuto e scarno di certezze, inoltre secondo il miliario di Valentiniano rinvenuto poco oltre l'area funeraria indica la distanza Roma in IX miglia, dove il complesso paleocristiano sarebbe invece posto all'XI miglio, circa 3km più in là.


Ricostruzione assonometrica del complesso monumentale di Sinforosa, Setteville. Stapleford, 1974.

Bisogna infatti sottolineare che, così come per gli itinerari, anche il computo delle distanze conobbe mutamenti nel corso del tempo: il calcolo della distanza da Roma fu operato a partire dal foro Romano, dalla cinta muraria di Servio e anche dalle mura Aureliane; trattandosi in questo caso di una tappa sugli antichi itinerari per i pellegrini, non è da escludersi che la distanza possa esser stata calcolata a partire dalla prima tappa devozionale, quindi dalla basilica di San Lorenzo fuori le Mura.


Ricostruzione della zona absidale del complesso monumentale
di Santa Sinforosa, Setteville. Stapleford, 1974.

Ultimo ritrovamento degno di nota, effettuato nella zona di Settecamini nel 2003 a opera della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Roma, è quello di una basilichetta (17,50 x 15) sotterranea a un'unica navata sorta in epoca romana e rimasta attiva almeno fino al VII secolo; contestualmente sono state portate alla luce 11 tombe, risalenti al IV-V secolo d.C. e ricoperte con lastre di marmo di riuso prelevate da tombe pagane in stato di abbandono. La basilichetta è databile tra la fine del IV e la metà del V secolo, costituita da un'aula absidata con recinzione liturgica al centro e la presenza di una cattedra posta nel punto di centro dell'abside stesso; al di sotto di un arcosolio posto a sinistra, si apre una tomba a pozzetto. Era comunicante, al principio, con delle gallerie conducenti in catacombe, successivamente murate, rese inservibili e abbandonate; il complesso, allo stato attuale delle prove, è da ritenersi anonimo.

La Basilica di Santa Sinforosa, aspetto odierno.

Approfondimenti:

(*1) Probabilmente ciò è un riferimento all'antico supplizio tiburtino della tortura su palo, menzionato in SvetonioDe Vita Caesarum-Divus Claudius 34,1, ritenuto estremamente arcaico e per il quale addirittura l'Imperatore Claudio, quasi un secolo prima, si era recato in Tibur per assistervi essendo oramai caduto in disuso nell'Urbe, consistente forse nell'esser legati a un palo e fustigati, con successivo stiramento abnorme delle membra attraverso l'ausilio di argani. Sempre Svetonio, in Nero-49,22, ci narra di quale sarebbe stata la condanna capitale alla quale l'Imperatore Nerone sarebbe stato sottoposto, “secondo le antiche usanze”:

Lesse che era stato chiamato nemico pubblico dal Senato e che era ricercato per esser punito secondo le antiche usanze. Chiese quali fossero tali usanze e, avendo saputo che consistevano nell'inserire il collo del condannato denudato alla forca e nel fustigarlo a morte con le verghe, atterrito, afferrò due pugnali, che aveva portato con sé.

Probabile quindi che il Mos Maiorum citato da Svetonio, invocato per la condanna capitale di Nerone, potesse ricalcare qualcosa di simile all'antico supplizio tiburtino, forse ancor più desueto e con particolarità eccezionali.

(*2) In Tivoli, esattamente ai piedi del grandioso Santuario di Ercole Vincitore, si trova la fontana dei Votani, costruita per volere della possente famiglia Estense e, attualmente, priva d'acqua. Il termine è attestato sin dal Medioevo e utilizzato per designare una zona circostante e prospiciente al Santuario Tiburtino, infatti sussistono attestazioni del convento di San Giovanni in Votano sorto proprio all'interno dell'antico luogo di culto pagano, precisamente in quella che è oggi identificata come l'Area Sacra al quarto livello, mentre nel XVII secolo il termine viene utilizzato per identificare un orto appartenente alle monache. E' convinzione del prof. Fulvio Cairoli Giuliani, insigne archeologo e massimo studioso del Santuario di Ercole Vincitore, che “Votani” altro non sia che la contrazione, e la corruzione, del termine originariamente greco “biothanatoi” e “biothanatos”, equivalente a “morti di morte violenta” e quindi da mettersi in relazione con i sette figli della Santa torturati, uccisi e gettati da Adriano in una fossa comune che, in seguito, i Papi ribattezzarono “Ai sette assassinati”. Non è da escludere che, una volta venuta meno la funzione sacrale del Santuario, i cristiani abbiano eretto un luogo di culto dedicato ai sette fratelli martirizzati sotto l'Imperatore Adriano (e ciò sarebbe rimasto nella toponomastica, seppur corrotto e contratto).

Fontana dei Votani, via degli Orti, Tivoli.
Bibliografia:

-Stevenson, Scoperta della Basilica di Santa Sinforosa e dei suoi sette figli al IX miglio della Via Tiburtina, Gli Studi in Italia, Roma 1878;
-Stapleford, The excavation of the Early Christian Martyrs Complex of Sinforosa near Roma, Ann Arbor e London 1982;
-Z. Mari, Tibur Pars III, Forma Italiae, I, XVII, Firenze 1983;
-Martyrologium Hieronymianum;
-Passio Sanctae Symphorosae, in Acta Symphorosae et sociorum, 1588;
-Ruinart, Passio sanctae Symphorosae et septem filiorum eius, 1731;  


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