La Rocca Pia di Tivoli, 1461-1462 |
"Veue d'une Porte de Tiuoly a cinq lieus de Rome"- Israel Henriet, XVII secolo |
La struttura fu costruita nell'abbondante e ottimo tufo locale, con quattro torrioni di forma circolare di differenti dimensioni uniti da alti muraglioni sui quali è possibile ammirare, così come sulle torri e sulla sommità della porta d'accesso alle mura urbiche, il simbolo pontificio del Triregno e delle delle chiavi incrociate sovrastanti il nobile stemma araldico dei Piccolomini (campo argento con croce azzurra impreziosita da 5 lune montanti color oro), il tutto inserito in un bianco bassorilievo marmoreo di forma rettangolare. Le mura di raccordo delimitano lo spazio di un cortile interno, ben progettato e armonizzato con i restanti elementi architettonici.
Il simbolo araldico della Casata dei Piccolomini fregiante la Rocca Pia sovrastato dagli Emblemi Pontifici del Triregno e delle Chiavi Incrociate |
Il mastio maggiore, di circa 36,50 metri, contiene sei stanze sovrapposte, il secondo di 25,50 metri ne possiede cinque mentre i restanti due, di dimensioni considerevolmente minori, sono orientanti verso la cittadina, alti 18,50 metri e contenenti tre stanze sovrapposte. Lo spessore dei muri è di ragguardevoli dimensioni, essendo di 3,90 m nella torre maggiore, di 2,90 nell'intermedia, di 2 nelle minori mentre nei muri di collegamento si raggiungono i 2,50 m. Le quattro torri sono raccordate tra loro da un'imponente sistema di muraglioni adornati, al pari dei torrioni, da archetti pensili di stampo prettamente medievale: in vari punti dell'edificio possono notarsi degli spazi atti all'allocazione delle bocche da fuoco, sia cannoni che schioppi e/o archibugi, il cui utilizzo massiccio nelle battaglie risale a un periodo compreso tra il XIV e il XVI secolo; le torri conservano ancora l'originale merlatura guelfa, andata purtroppo perduta nella cinta muraria. Il portale d'ingresso era ben difeso da un avancorpo dotato di due torrioni di forma quadrata e dovette esser presente anche un ponte levatoio, il cui incasso a mezza altezza è ancora oggi chiaramente visibile checché murato oramai da lungo tempo. Odiernamente, l'ingresso alla Rocca avviene percorrendo il Vicolo del Barchetto, il quale corre di fianco le mura urbiche e l'edificio delle "Scuderie Estensi": giunti al portale, si può osservare il distico elegiaco coniato dall'umanista Giovanni Antonio Campano, vescovo della città di Teramo e amico intimo, nonché assiduo frequentatore della corte pontificia, del papa Pio II:
GRATA BONIS INVISA
MALIS INIMICA SVPERBIS
SVM TIBI TIBVRE ENIM
SIC PIVS INSTITVIT
La cui traduzione risulta essere:
"Gradita ai buoni, malvista dagli empi
nemica ai superbi
eccomi son qui per te a Tivoli
poiché Pio così decise"
Il professor Franco Sciarretta, erudito studioso delle antichità tiburtine, ritiene che tale distico elegiaco fosse stato correttamente dettato ma erroneamente trascritto, in quanto Tibure dovrebbe esser sostituito con Tibur al caso vocativo, tanto per naturale armonia del distico stesso quanto per il consueto utilizzo del sopracitato caso dopo il Tibi, come in uso nel latino in età classica, aggiungendo che Giovanni Antonio Campano, raffinato e acculturato umanista, non avrebbe potuto ignorare un regola così basilare.
Stando così le cose, la nuova traduzione suonerebbe come:
"Eccomi qui per te, o Tivoli
gradita ai buoni, nemica ai superbi, malvista dagli empi
poiché Pio così volle"
Lambendo le torri maggiori, procedendo parallelamente al tratto della cinta muraria ancora in piedi e risparmiata dalle distruzioni a scopo edilizio, tra gli anni '50 e '60, s'incontra la maestosa e possente porta d'accesso alle mura stesse, definita un tempo Casamatta e ora sede del ristorante "La Taverna della Rocca": è logico supporre che, dinnanzi a questa porzione di fortilizio, Pio II avesse fatto scavare profondi e ampi fossati, tale da poter meglio difendere il castello da eventuali assedianti. Il Papa Umanista, attraverso i suoi Commentarii, ci ha trasmesso un preciso resoconto di ciò che furono i tempi e le spese sostenute durante l'edificazione della Rocca: in un solo anno di lavoro, al costo di 20.000 scudi (al cambio attuale, grossomodo 2.240.000 €), vennero innalzate le torri maggiori, il muraglione di raccordo, si procedette con la demolizione dell'anfiteatro cosiddetto "di Bleso" e si ampliò l'estensione verticale del muro di cinta culminante, verso nord, nella porta d'accesso Casamatta. Dove attualmente è stata riportata alla luce l'arena gladiatoria romana i cardinali estensi adibirono la zona a giardino di caccia, con annessa edificazione di un casino, denominato Parchetto o Barchetto (da cui il nome dell'omonimo vicolo), così chiamato per distinguerlo dalla ben più estesa tenuta del grande Parco, o Barco, ubicato molto al di sotto della città, nell'area oggigiorno compresa tra Villalba e Bagni di Tivoli, ove è ancora possibile ammirare il casale venatico di Ippolito II.
Le ultime fasi della costruzione videro protagonisti i Papi Sisto IV della Rovere (1414-1484) e Alessandro VI Borgia (1431-1503), nei due torrioni minori, mentre Giulio II (1443-1513) apportò solo lievi modifiche nei primi anni del 1500; un importante avvenimento si svolse entro le mura della Rocca il giorno 3 settembre 1539 poiché in tale data la Societas Iesu, l'Ordine Gesuita, venne approvato per volontà del Pontefice Paolo III (al secolo Alessandro Farnese: Canino, 29 febbraio 1468-Roma, 10 novembre 1549). Nella seconda metà del XVI secolo, durante il conclave che elesse papa Giulio III, essendo avvenuta la nomina del cardinale Ippolito II d'Este a governatore civile della città sine die, il castello assunse definitivamente il suo ruolo di centro militare tiburtino. Nel XVIII secolo venne conquistata e occupata da truppe francesi e austriache divenendo una caserma, fino a esser occupata e adibita a carcere mandamentale in età napoleonica, con l'allestimento di un corpo di fabbrica nel cortile interno; svolse tale ruolo sino al 1960 circa, essendo cessata oramai già da secoli la sua funzione di baluardo difensivo.
L'erezione del castello significò la fine di un lungo periodo di autonomia del quale la città aveva goduto e che quasi immediatamente iniziò a rimpiangere, essendo i tiburtini fortemente ostili alla costruzione del baluardo, come dimostrato da un singolare episodio avvenuto nel 1518: un feroce diverbio si accese fra il Conte, di nomina papale, ed il Capomilizia Giovanni Coccanari, i quali si offesero reciprocamente con estrema animosità. Il Capomilizia chiamò a raccolta i cittadini che assediarono il Conte nella Rocca e il governante locale, compresa la situazione, si vide costretto ad abbandonare la città: a tal proposito, suonano profetiche le parole del già incontrato vescovo di Teramo, Giovanni Antonio Campano, il quale compose un epigramma, qualche decennio prima, che così recitava:
"Desideri conoscere cosa dice il popolo della Rocca tiburtina, che ora Pio ha ordinato d'innalzare? Sostiene che egli è un uomo docile e, avendo così deciso, non è per via delle colpe passate ma per prevenire future disgrazie: dice che il pontefice molto ha gradito lo spontaneo atto di sottomissione della città, in quanto egli è principe di animo indulgente. A ogni modo, o Tivoli, non dolerti se la Rocca ti sovrasta: tu ne sei la causa, e non Pio, e se ne te rammarichi noi ne ben conosciamo la ragione. Enea è troiano, dove tu sei città argolica."(*1)
(*1) Il dotto umanista gioca sul parallelismo delle antiche colpe dell'argolica Tibur, simili a quelle che portarono all'atto di sottomissione nel 1461, la quale decise di schierarsi, ai tempi delle gesta narrate nell'Eneide virgiliana, al fianco di Turno, re dei Rutuli, contro l'eroe troiano Enea, avente il medesimo nome di papa Pio II.
Fonti Bibliografiche:
-Enea Silvio Piccolomini, I Commentarii, a cura di Luigi Totaro, Gli Adelphi, 2008;
-Franco Sciarretta, Viaggio a Tivoli, Tiburis Artistica-Sezioni Grandi Opere, pp 183-187, 2001;
-Camillo Pierattini, La Rocca Pia di Tivoli: vicende storiche e funzione difensiva, Atti&Memorie della Società Tiburtina di Storia e d'Arte, vol. LV, pp 133-190, 1982;
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